Breve storia delle canzoni politicizzate di Sanremo

05 Febbraio 2019 14.04
Like me!

La fama del Festival di Sanremo lo precede ma a volte è una fama ingrata, in odor di disimpegno, di sentimentalismo smielato e melò. Non che non ci sia del vero – ogni cliché nasconde almeno un pizzico di verità – ma nei suoi 69 anni di vita non si può nemmeno dire che i momenti politici, in senso lato, siano mancati: tutt'altro, e risaltano proprio per il carattere di eccezione che poi tanto eccezionale non è.

LEGGI ANCHE: «Non sarà un festival politico», lo assicura Baglioni

In senso lato: ricomprendendo anche i brani a sfondo più genericamente sociale, insofferenti della tradizione erotico-cardiaca, non si finisce più; diciamo allora politici per dire ricettivi di un momento, uno spirito del tempo che comunque l'Ariston ha sempre assorbito, anche se non sempre in modo convincente. Non deve scandalizzare, quindi, se quest'anno, lo Zeitgeist essendo la controversa problematica dell'accoglienza, fioccano le canzoni dai vari Zen Circus, Daniele Silvestri, Negrita, questi ultimi alfieri di un attacco chiaramente scoperto al famigerato Matteo Salvini, il «comandante» (in luogo del proverbiale “Capitano”) che fa il «lavoro sporco».

LEGGI ANCHE: Le pagelle dei testi in gara a Sanremo 2019

L'ICONA PER ANTONOMIASIA: CIAO, AMORE, CIAO DI LUIGI TENCO

Il precedente iconico, apocalittico è il tragico epilogo di Luigi Tenco, che a Sanremo finisce addirittura per ammazzarsi in aperta polemica verso un sistema che sega la sua Ciao, amore, ciao e, nelle sue stesse parole, affidate ad un biglietto, «manda Tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione»; pezzo, quest'ultimo, che sbugiardava completamente il titolo, trattandosi di un inno qualunquista al volemose bene. Troppo per l'autore ligure, stravolto dai suoi demoni e da una miscela di psicofarmaci e alcol, capace di meravigliosi abbozzi politici sì, ma sempre legati ad un contesto umanissimo, persino privato di fallimenti qualunque, di storie di ognuno.

LEGGI ANCHE: Tutti i cantanti in gara a Sanremo

Si era nel 1967, alla vigilia, alla partenza di una lunga fase protestataria che avrebbe sconvolto tutti i piani della società italiana, facendo precipitare lo stesso Festival in una crisi di identità quasi letale, lungo tutti gli Anni 70: quando i cantautori più impegnati lo fuggivano sdegnosi, quasi offesi e a Sanremo restavano i cascami della canzonetta più “leggera” coi quali non si faceva cassetta: edizioni agonizzanti, nel cono d'ombra, la diretta solo all'ultima sera e pochissimo seguita, i titoli dei giornali col contagocce.

LE ACCUSE DI POLITICISMO A CELENTANO, LUCIO DALLA E RINO GAETANO

E dire che la decade si era con l'inno antisindacale e reazionario del solito Adriano Celentano (con consorte), la cui Chi non lavora non fa l'amore scatenava, comprensibilmente, le avanguardie dell'intellighenzia; l'anno dopo sarebbe toccato a Lucio Dalla incappare nei sospetti di politicizzazione per la sua 4/3/1943 inesorabilmente amputata da una censura sciocca, che pretese di scorgere messaggi sovversivi in quella che era in effetti la straziante, poetica autobiografia in tre minuti di un disperato.

LEGGI ANCHE: Gli album dei cantanti in gara a Sanremo 2019

Ma Paola Pallottino, autrice del testo, era in fama di sinistrismo insieme allo stesso Dalla, e tanto bastò; così come bastava, alla fine della decade, ad accusare di nichilismo erotico Rino Gaetano, che nel 1978 agitava i benpensanti con la sua Gianna la quale «aveva un coccodrillo ed un dottore» e si muoveva in «un mondo fatto di sesso». Gaetano, altro personaggio dalla coscienza senza dubbio progressista, in verità diffidava dei manifesti, preferendo la chiave del surrealismo ironico: ma, anche lui, era preceduto da una fama che qualcuno gli aveva messo addosso, e fu sufficiente. Tanto per citare qui i soli casi più eclatanti o singolari.

I SOSPETTI SU NILLA PIZZI E FRANCA RAIMONDI

Dove, viceversa, la matrice politica – in senso lato – c'era, fu nell'inno italiano della modernità, quel Volare (all'anagrafe Nel blu dipinto di blu) che nel 1958 si abbattè con la forza di un ciclone rivoluzionario a Sanremo, vuoi per l'inedita concezione strutturale del brano, vuoi per il significato che, slegandosi da una tradizione già consolidata di sospiri amorosi, pareva fornire una colonna sonora a un risveglio socioeconomico imprevisto, destinato a imperitura memoria come il boom italiano? Addirittura il testo di Migliacci, illuminato dalla contemplazione della litografia surrealista di Chagall Le coq rouge, rischiava di anticipare, nella sua aspirazione siderale, le prime avventure spaziali che a brevissimo si sarebbero scatenate tra America e Russia (l'Unità del 6 ottobre titolava, con esemplare sobrietà: La scienza socialista ha aperto una nuova era nella storia dell'umanitàTutto il mondo sta ascoltando la voce della “Luna” sovietica).

Leggi anche: L'eterno ritorno di Raffaella Carrà

E chi mai avrebbe intercettato – ma lo fecero, oh se lo fecero – intenti ideologici perfino in Nilla Pizzi, sospettata di messaggi subliminali dietro l'apparente innocenza di Papaveri e papere, seconda alla seconda edizione del Festival, nel 1952 (ma anche prima e terza con Vola Colomba e Una donna prega: allora poteva succedere)? La filastrocca infantile, «Lo sai che i papaveri, son alti alti alti, e tu sei piccolina, sei nata paperina…», avrebbe celato nostalgie savoiarde, che trovavano forse pretestuoso, forse puntuale riscontro nella versione alternativa subito fatta filtrare: «Lo sai che i monarchici, son tanti tanti tanti, e invece la Repubblica, è sempre piccolina…». Secondo altre letture invece si trattava di una trasposizione della dialettica tra Pci e Dc. E che pensare dell'ottimismo aerobico di Franca Raimondi, vincitrice nel 1956 con Aprite le finestre, sorta di invito ante litteram a pensare positivo, rivolgendosi al «nuovo sole» democratico del benessere dopo anni di macerie e di miserie?

LE FRECCIATE AI FRICHETTONI DI FRANCESCO MAGNI

A Sanremo la politica (in senso lato: l'abbiamo già specificato?) è sempre trapelata dalle crepe del romanticume, dando un gran daffare a paranoici e cacciatori di streghe. Finché, spirati i Settanta, tutti si danno una calmata: è il mercato, bellezza, che apre le sue finestre a un approccio diverso, dove il riflusso si sposa magnificamente ai cascami della contestazione e alle nuove istanze della constatazione.

LEGGI ANCHE: Sanremo e i soliti conflitti di interesse

Magari pochi ricordano il Francesco Magni di Voglio l'erba voglio, che nel 1980 da apparente stravolto stravolgeva l'estetica fricchettona dei viaggi in India e del consumismo anticonsumistico – un contro-contestatore sarcastico coetaneo del Ruggero di Carlo Verdone in Un sacco bello (1980) – mettendo alla berlina certi modus dicendi del tempo come «bambulè», che a chi ha meno di 50 anni dice niente ma all'epoca era gettonatissimo e significava imbambolato, uno che aveva preso troppa «bamba». Consegnata all'oblio anche la denuncia trash del qualunquismo “tira a cantare” dell'anno seguente, Ma chi te lo fa fare, della meteora Marinella.

BERTOLI E FALETTI E L'ATTIVISMO DELLA RISERVA INDIANA

Qualcuno, invece, ricorderà l'approccio scopertamente politico di Pierangelo Bertoli, che in due edizioni di fila, 1991 e 1992, si presentò all'Ariston a cantar di cose serie, prima con Spunta la luna dal monte con i Tazenda, commosso pensiero per i disamparados, i bambini e più in generale gli emarginati della Sardegna, poi con la ruvida Italia d'oro dove pareva anticipare il lavacro di Tangentopoli. Nessuno, invece, dimentica il Signor Tenente di Giorgio Faletti, addosso al quale nel 1994 di divise ideologiche ne gettarono a strati.

LEGGI ANCHE: Le pagelle dei testi in gara a Sanremo

E qualcuno ricorderà ancora il Troppo Sole della Riserva Indiana, ammucchiata radical chic che nel 1995 radunò sul palco Sabina Guzzanti con Davide Riondino, Sandro Curzi, Nichi Vendola (che in quell'occasione si faceva chiamare Alce e Martello), Mario Capanna, Bruno Voglino, Remo Remotti, Ermete Realacci, Mino Manara, Daria Bignardi e pure Antonio Ricci. Più politico-goliardico di così… Sono solo perle sparse, fotogrammi di un album lungo quasi 70 anni dove chiunque, volendo, può avanzare pretese impegnate, perfino i tre del Volo. A volte rivendicandole, a volte millantandole, ma nessuno si azzardi più a sostenere che a Sanremo si canta sempre e solo di cuore & amore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *