Il rinforzo ai capelli di Lollobrigida e l’irrequietezza tricologica degli uomini di destra

Marcello Pirovano
12/01/2024

Il ministro ha ammesso di aver ritoccato la chioma. Forse all'estero, alla faccia del sovranismo estetico. Prima di lui, il ciuffo più famoso (e poi sfoltito) d'Italia era quello di Giambruno. Ormai nel mito il riporto di Schifani e il trapianto di Berlusconi. Ma c'è chi fa terapia rigenerativa, come Bocchino. Da quella parte politica hanno qualcosa che non va in testa.

Il rinforzo ai capelli di Lollobrigida e l’irrequietezza tricologica degli uomini di destra

Al diavolo l’accordo con l’Albania sui migranti, peraltro controverso e già sospeso dalla Corte costituzionale di Tirana. Qui urge un’altra intesa, con la Turchia, e la rotta balcanica non c’entra: al massimo gli unici flussi da ammaestrare, deviare e rimpolpare sono quelli tricologici, e la patria del sultano Erdogan è meta apprezzatissima dagli italiani in lotta con la calvizie. Per chi non lo avesse ancora intuito, si parla della rinvigorita capigliatura del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, cognato d’Italia e fiero promotore della supremazia alimentare nostrana che però potrebbe non essersi fatto troppi problemi ad accantonare i principi di sovranismo per volare all’estero e ritoccarsi il riportino. Carne sintetica no, ma il capello in laboratorio eccome; combattiamo i bulli nelle scuole, coltiviamo i bulbi sulle teste. In attesa di una beauty propaganda meloniana, è stato lo stesso “Lollo” ad aver ammesso il ritocchino, al Foglio, senza rivelare però a quale clinica si è affidato («Se sono andato a Istanbul? Non rispondo»): quel che è certo è che la chioma è stata rinvigorita, un po’ come i consensi di Fratelli d’Italia tornati al 30 per cento (quelli, per la verità, radi non sono mai stati, almeno da due anni a questa parte). Ed è altrettanto evidente come Lollobrigida si inserisca in una folta – per restare in tema – fila di politici e personaggi di destra che hanno sviluppato un rapporto quasi feticista con la propria zazzera, o più realisticamente con quello che ne era rimasto. Giambruno, Schifani, Bocchino e Berlusconi (avreste mai pensato di vederli nella stessa frase?) giusto per citare gli esempi più virtuosi e senza scomodare i guai col pettine di casa degli altri: il simil-parruccone di Donald Trump, la “leccata di mucca” dell’olandese Geert Wilders, che si tinge i capelli da 30 anni, i basettoni e l’aria scompigliata del neo presidente argentino Javier Milei, che con la motosega che brandisce ai comizi potrebbe, oltre che promettere di tagliare la spesa pubblica, darsi una spuntatina. Ma quella è un’altra storia.

Il rinforzo ai capelli di Lollobrigida e l'irrequietezza tricologica degli uomini di destra
Il ministro Francesco Lollobrigida con i nuovi capelli (Imagoeconomica).

Il ciuffo di Giambruno e l’invidia dei pelati

In ordine cronologico, prima di Lollobrigida il ciuffo più famoso d’Italia era quello di un altro (ormai ex) membro della famiglia Meloni, Andrea Giambruno. Nei famigerati fuorionda di Striscia, quelli in cui si toccava compulsivamente sia il capello sia il “pacco”, si erano fatte particolarmente notare anche le battute sull’orgoglio tricologico: «Ma non mi rompessero il cazzo col ciuffo, ho 42 anni e ho i capelli, qua dentro sono tutti pelati. Ma non mi rompessero i coglioni, qua c’è gente che bestemmia in onda, mi vanno a guardare i capelli». Alla fine hanno tagliato prima lui del ciuffo, che comunque è sparito dopo qualche giorno di oblio forzato del conduttore, subito confermato da foto social col barbiere di fiducia. Un rito apotropaico, cioè per scacciare il malocchio, ha suggerito malignamente qualcuno. Ma che, a parte una riapparizione ad Atreju, non l’ha fatto tornare sulla cresta dell’onda mediatica.

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L’evoluzione del ciuffo di Andrea Giambruno.

Schifani e l’irresistibile Riportus svolazzantis

Come non ricordare poi l’ex presidente del Senato e attuale governatore della Regione Sicilia Renato Schifani, che a 73 anni si è arreso al diradamento, ma in passato ha lottato come un leone sfoderando un Riportus svolazzantis (copyright Striscia) che gli faceva partire la riga oltre ogni limite possibile, ad altezza tempia. Opera di ingegneria che in confronto il Ponte sullo Stretto è una bazzecola. Quando modificò il taglio, abbracciando la modernità, insinuarono che a convincerlo – o meglio, obbligarlo – fu Silvio Berlusconi, che guarda caso celebrò il cambio di look con una battuta fulminante delle sue: «Parlo con il capogruppo più figo del mondo?». Già, il Cav, ossia il maestro dell’architettura follicolare.

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Renato Schifani con e senza riporto (Imagoeconomica).

Bandane, trapianti, punture: Berlusconi e Bocchino

Impossibile ricostruire tutta la storia dei capelli berlusconiani. Pelata, bandana in Sardegna, trapianto chirurgico, coloranti e fibre di cheratina per migliorare l’effetto di rinfoltimento: ha fatto di tutto cercando di nascondere una condizione che detestava. Ancora non esistevano, ahilui, i rimedi della medicina rigenerativa sperimentati poi da un altro uomo di destra, Italo Bocchino, direttore del Secolo d’Italia, che ha ammesso di sottoporsi ogni tre settimane a trattamenti di un’ora sul lettino con punture in testa di Prp, cioè iniezioni di plasma ricco di piastrine che si ottiene centrifugando il proprio sangue. Fatte da chi? Giuseppina Ricci, medico estetico e incidentalmente anche sua moglie. Così è facile.

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Italo Bocchino (Imagoeconomica).

Silvio invece ha dovuto subire ogni tipo di sfottò su quella copertura cranica posticcia che lo faceva beffardamente somigliare sempre di più a Mao Tse Tung. Guarda caso, Berlusconi come Mao anche nel momento della morte: i sette giorni di stop decisi a giugno 2023 dal governo per fermare le attività delle Camere in segno di lutto eguagliarono quelli dichiarati in Cina nel 1976 per il decesso del leader del Partito comunista. Che però era stato anche presidente della Repubblica popolare e soprattutto considerato da tutti i cinesi il “quattro volte grande”: Grande maestro, Grande capo, Grande comandante supremo e Grande timoniere. Ma non è il caso di stare qui adesso a spaccare il capello in quattro.

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Silvio Berlusconi e Mao Tse Tung.