Estratto da "Le due vite di Lucrezia Borgia", nuovo libro di Celi e Santangelo

Estratto da “Le due vite di Lucrezia Borgia”, nuovo libro di Celi e Santangelo

I due autori indagano sulla straordinaria storia di una donna diventata mito, musa ispiratrice di artisti, poeti e letterati. Come Lord Byron, che a Milano scoprì una ciocca dei suoi capelli, i più celebrati del Rinascimento.

20 Aprile 2019 09.14

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Le due vite di Lucrezia Borgia è il nuovo libro di Lia Celi e Andrea Santangelo, edito da Utet. Lettera43.it ne pubblica un estratto.

«I capelli più biondi che si possano immaginare, mai ne ho visti di così biondi.» Sembrano le entusiastiche impressioni di uno studente italiano che ha appena iniziato il suo Erasmus a Helsinki. E invece siamo nel 1816 e a esprimersi così, nella lettera a un amico, è nientemeno che lord George Gordon Byron. Dal poeta romantico più alla moda d’Europa (i fan lo chiamano «il Napoleone della rima») ci aspetteremmo qualcosina di più. Specie se l’oggetto dell’ammirazione non sono i capelli delle biondine finlandesi che corrono alla mattina nel Kaisaniemi Park, ma a la chioma più celebrata del Rinascimento, quella di Lucrezia Borgia. Sfogliando l’antico carteggio amoroso fra la duchessa di Ferrara e Pietro Bembo nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, lord Byron ha scoperto, avvolta in una pergamena, una ciocca di capelli appartenuta a Lucrezia. La meraviglia suscitata da quell’inatteso ritrovamento, nelle brume milanesi particolarmente fredde e oscure del famigerato “anno senza estate”, lascia basito l’immaginifico dandy anglo-scozzese. Lo conferma il suo giudizio sulla corrispondenza Borgia-Bembo: «Le lettere d’amore più carine del mondo». Carine, manco fossero i messaggini di due liceali, e non gli scambi segreti tra la figlia del papa più chiacchierato della storia e il grande poeta e umanista rinascimentale che aveva preconizzato l’unificazione linguistica dell’Italia, gettando il primo seme del Risorgimento (sospettiamo che se Bembo avesse saputo che un giorno lontano, nell’Italia linguisticamente unificata, un suo omonimo avrebbe cantato «È, l’amico è, qualcosa che più ce n’è meglio è», forse ci avrebbe ripensato).

I capelli di Lucrezia ammutoliscono il Byron poeta, ma accendono l’iniziativa del Byron uomo d’azione. Approfittando della distrazione del custode della biblioteca, sfila lestamente dalla ciocca un solo, lunghissimo capello, da riportare in Inghilterra come cimelio, insieme a quattro frammenti del presunto sepolcro di Giulietta che aveva già sgraffignato a Verona (bottino tutto sommato modesto per un lord inglese: dieci anni prima lord Elgin, a caccia di souvenir ad Atene, si era portato via tutti i marmi del Partenone). Tornato in patria, Byron consegnerà il capello al suo amico Leigh Hunt, poeta e saggista, che ne farà il pezzo forte della sua collezione di ciocche Vip. «Invidiateci, perché noi abbiamo potuto toccare un capello della divina Lucrezia,», scriverà Hunt, qualche anno dopo, «tre volte beati noi, che possiamo accarezzare quel capello, come se lei stessa ce l’avesse donato ieri. Un tesoro inestimabile, eterna fonte di gioia e meraviglia per i nostri amici.» A quanto pare, già all’inizio dell’Ottocento in Inghilterra la “divina Lucrezia” ha un vero e proprio fan club. Molto prima che Victor Hugo e Gaetano Donizetti la riportino in auge con una tragedia e un melodramma che la imprigioneranno per sempre nel cliché di avvelenatrice maliarda e incestuosa, e molto prima che Buffalo Bill chiami “Lucrezia Borgia” la sua carabina preferita, i romantici inglesi la venerano come una santa pagana, tanto da adorare un suo capello come una reliquia.

Quel sottile filo di cheratina, di un biondo dorato miracolosamente intatto, è una magica corda da pizzicare con il plettro della fantasia, per evocare i leggendari fasti del Rinascimento italiano, l’epoca in cui le passioni erano estreme e l’arte sublime, e l’unica vera religione era il culto della bellezza. Byron, nella fattispecie – bello, ricco, colto, sessualmente promiscuo e sospettato di incesto fraterno – non può che simpatizzare con un personaggio storico che per molti aspetti sembra la sua versione femminile. Senza contare che un suo lontano antenato settecentesco, lo storico scozzese Alexander Gordon, è autore di fortunata biografia di papa Alessandro VI e di suo figlio Cesare Borgia. Duecento anni dopo il taccheggio di Byron all’Ambrosiana, quel che resta della ciocca di Lucrezia è ancora lì, protetto da una teca di cristallo in stile Liberty e, si spera, da misure di sicurezza più efficienti degli occhi assonnati di un guardiano. Mentre le ossa della «divina» riposano inattingibili sotto una lapide nella chiesa del monastero del Corpus Domini di Ferrara, confuse con quelle dei suoi parenti acquisiti, la ciocca recisa per amore di un poeta brilla ancora di vita.

Analizzata con le moderne tecnologie della chimica forense, ci potrebbe forse raccontare segreti che gli storici non hanno mai svelato: se davvero Lucrezia Borgia maneggiava veleni, se si nutriva adeguatamente, se era debilitata dalle tante gravidanze, o stressata dai lutti e dalle tensioni familiari in cui fu immersa. Ci direbbe almeno se lo smagliante biondo chiaro (tecnicamente, una sfumatura fra il platino e il caramello che i parrucchieri moderni chiamano “biondo fragola”) che aveva fatto impazzire Byron è naturale, oppure se era il risultato degli impacchi schiarenti, brevettati da Caterina Sforza, sul castano-rossiccio che Lucrezia aveva ereditato da sua madre Vannozza Cattanei. A meno che l’esame del Dna non rivelasse, a sorpresa, che, con buona pace di Byron e di Leigh Hunt, quei capelli non appartengono a Lucrezia, ma alla sua dama di compagnia, nonché cugina, Angela, la vera bad girl di casa Borgia, che occasionalmente scriveva di sua mano le lettere a Bembo per proteggere la reputazione della duchessa. Insomma, dopo cinque secoli di pettegolezzi, fake news e presunti ritratti, avremmo finalmente qualche incontrovertibile verità sulla donna divenuta capro espiatorio della sua epoca, e soprattutto della sua famiglia. Ma l’analisi del capello a fini storici è una specialità anglosassone, e purtroppo quell’unico crine di Lucrezia approdato in Inghilterra via Byron è scomparso dai radar nel 1921, quando la collezione di capelli famosi di Leigh Hunt fu battuta all’asta da Sotheby’s. Noi italiani non abbiamo bisogno di spaccare, non solo metaforicamente, il capello in quattro: ci resta la matassa bionda conservata all’Ambrosiana. Possiamo immaginarcelo come il nostro filo d’Arianna per addentrarci nelle complicate vicende della sua proprietaria. Un lungo gomitolo d’oro da dipanare pian piano a ritroso, che attraversa l’Italia e arriva in Spagna e, come quello mitologico, conduce fino a un toro. Il toro rosso su sfondo verde che campeggia in uno stemma gentilizio, quello di una famiglia di Valencia, di nobiltà non antichissima, ma di solida ricchezza: i Borja.

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