Se il peggior nemico del capitalismo è il capitale

Mentre nel mondo i miliardari avvertono l'urgenza di rivedere un sistema che crea diseguaglianza, la sinistra tentenna. E in Italia la panacea di tutti i mali sembra la flat tax.

04 Maggio 2019 07.00
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Anche i ricchi piangono è il titolo di una telenovela messicana che ha avuto successo planetario. A conferma che l’idea che i soldi non diano la felicità piace molto ai ricchi e ancor più ai poveri. Ai primi consente di mostrarsi umani, ai secondi di consolarsi.

In questo senso si comprende quanto sia piaciuta, a destra come a sinistra, la notizia che i più preoccupati dell’attuale crisi del capitalismo siano i miliardari. In particolare quelli della Silicon Valley, i turbo capitalisti delle piattaforme che nell’ultimo ventennio hanno accumulato fortune colossali.

L'ANIMA LIBERAL DEI PAPERONI DELLA SILICON VALLEY

Ora è vero che questa genia di straricchi ha sempre esibito una anima liberal. Distinguendosi anche per un filantropismo non comune, a partire dal fondatore di Microsoft, Bill Gates. Tuttavia sorprende che a porre il problema dell’urgenza di riforme radicali del sistema capitalista siano i capofila del celebre 1% di umanità che Occupy Wall Street ha indicato come origine di tutti i mali del Pianeta, con l’avvento di internet e della globalizzazione.

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«In luoghi come la Silicon Valley , le piste di Davos, in Svizzera, e le sale della Harvard Business School, c'è la sensazione che il tipo di capitalismo che un tempo aveva reso l'America un'entità economica florida e solida sia diventato il responsabile della crescente disuguaglianza e rabbia che sta lacerando il Paese», ha scritto il Washington Post. Un eccellente articolo di Greg Jaffe anche secondo i marxisti statunitensi che hanno salutato con soddisfazione la decisione del congressman americano di origine indiana, Ro Khanna, eletto nei territori della Silicon Valley, di entrare nel board elettorale di Bernie Sanders, candidato alle primarie democratiche per le prossime presidenziali. Il 77enne senatore del Vermont, considerato un “socialista”, è sostenuto da miliardari come Ben Cohen, il co-fondatore di Ben and Jerry's Ice Cream.

LA PREOCCUPAZIONE DELLE ÉLITE

Per la prima volta da decenni, il futuro del capitalismo è fonte di crescente angoscia per l'élite imprenditoriale americana. «E ti credo!», verrebbe da dire. Anche se è nient’affatto scontata la consapevolezza che c’è un punto di caduta, peraltro già sorpassato, in cui la grande ricchezza di pochi diventa un oggettivo incentivo all’assedio armato della medesima. I gilet jaune ne sono al momento l’espressione più distruttiva all’interno di un Paese a capitalismo avanzato. Essendo noto che negli ultimi due secoli gli sconvolgimenti epocali sono scaturiti da una profonda e insopportabile disuguaglianza economica e sociale. I fantasmi della Rivoluzione francese e d’Ottobre, della Repubblica di Weimar e della grande depressione del 1929, che portò all’ascesa dei regimi totalitari in Europa, riappaiono. Pronti a scatenarsi di nuovo, dopo avere fatto una prova generale nel 2007, quando l’esplosione della bolla dei subprime e crediti derivati ha innescato la più grande crisi globale della società dei consumi.

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«Se vogliamo evitare la crescita inarrestabile delle disuguaglianze», ha scritto l’economista del Fondo monetario, il serbo-statunitense Branko Milanovic in Ingiustizia globale: migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media, «la ridistribuzione del reddito da parte del capitale è inevitabile».

L'INCONSAPEVOLEZZA DELLA SINISTRA

La cosa più preoccupante, tuttavia, è che di questa consapevolezza ci sia poca traccia proprio in chi dovrebbe rappresentare le aspettative e gli interessi della parte di società in sofferenza, in primo luogo i partiti politici della sinistra. Tanto che ha fatto più notizia l’affermazione del supermiliardario Warren Buffet (Davos 2015) – «La lotta di classe c’è eccome e la stiamo vincendo noi capitalisti» – che non un programma dei progressisti chiaro e definito di redistribuzione della ricchezza. Anche perché non c’è. In Inghilterra, secondo The Economist, «sorprendentemente, la discussione più ampia sul capitalismo e sulla necessità di riformarlo si sta svolgendo a destra. A sinistra, l'onorevole Corbyn ha imposto regole severe al dibattito. A destra, i Tory hanno preso a citare Yanis Varoufakis, un economista greco di sinistra dura e Robert Reich, un accademico americano di sinistra moderata, autore di Salvare il capitalismo».

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In Italia nell’intera area del Pd e sinistra moderata c’è solo l’ex ministro della Coesione sociale Fabrizio Barca che dichiara la necessità di «radicalità delle proposte per riformare il capitalismo». Su Micromega presentando le 15 proposte per contrastare l’ingiustizia sociale ha scritto che bisogna intervenire sui «principali meccanismi che determinano la formazione e la distribuzione della ricchezza: dal cambiamento tecnologico al salario minimo, dal concetto di sovranità collettiva al campo della ricerca».

SE SULLE TASSE L'ITALIA VA CONTROCORRENTE

Ma colpisce anche, negativamente, che in Italia il dibattito e le proposte procedano in direzione ostinata e contraria a quel che accade nelle cerchie economiche, politico-culturali e accademiche più accreditate. Nella Silicon Valley, come già rilevato, i supermiliardari si dichiarano propensi a pagare più tasse, mentre in Europa è diventato un best seller il saggio del giovane storico olandese Rutger Bergman, Utopia per realisti, assurto agli onori della cronaca e del web per avere detto all’ultimo summit di Davos, di fronte alla platea molto esclusiva di finanzieri, grandi manager e superricchi: «Tasse, tasse, tasse…tutto il resto sono cazzate». Da noi, Paese in cui l’evasione fiscale è stata nel 2018 di circa 100 miliardi di euro, il tema dominante è la riduzione delle tasse e addirittura la tassa piatta per tutti.

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Non ci si può credere, ma è così. C’è da piangere, ma soprattutto se non si è ricchi. Perché non riusciamo più a capire quali sono le poste in gioco reali per combattere povertà e disuguaglianze. Se è vero che di fronte alle donazioni record dei ricchi di Francia per la ricostruzione di Notre-Dame ci ritroviamo, un po’ ovunque in Europa, a discutere e scontrarci se quei soldi non sarebbe meglio destinarli ai servizi sociali, ai poveri e agli affamati.

FORSE HANNO RAGIONE I SUPER RICCHI

Come se l’identità culturale di una comunità, che si esprime anche nei monumenti e luoghi di culto, fosse una questione secondaria. E senza assolutamente valutare la misura o meglio la dismisura rappresentata dal fatto che un super ricco, come Monsieur Pinault, uno dei padroni del lusso francese, abbia all’indomani del disastro annunciato una donazione di 100 milioni di euro e nel giro di pochi giorni alcuni altri supermiliardari abbiano offerto una somma complessiva superiore al miliardo. Bene: se a voi pare normale che una persona regali quel denaro con la stessa noncuranza con cui io posso dare 10 o 20 euro per una buona e caritatevole causa, è segno che hanno ragione i super ricchi. Ma solo loro: gli unici a capire che un mondo e un sistema così, se non cambiano rapidamente, non possono stare in piedi a lungo.

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