Sentivo che quel Capodanno a Sestriere sarebbe stato l’ultimo con Allegra: il racconto della settimana

Odio la montagna. Se mi guardo indietro ho solo vaghi ricordi di una casa a Cervinia che mio padre affittava nella stagione invernale all’inizio degli Anni 80 e di un paio di feste di fine anno trascorse a mettere musica al Tabata. L'ultima fu con lei nel 2007. Eravamo felici, ma qualcosa ci diceva che il nostro mondo era già andato in frantumi.

Sentivo che quel Capodanno a Sestriere sarebbe stato l’ultimo con Allegra: il racconto della settimana

Una delle sliding doors che hanno contrassegnato la mia esistenza è avvenuta pochi mesi prima che io nascessi. I miei cercavano una seconda casa dove passare le vacanze ed erano fortemente indecisi se optare per una piccola villa affacciata sula baia di Paraggi o scegliere uno chalet in montagna, sulle Alpi Svizzere, a Crans-Montana. Alla fine la spuntò lo chalet e fu proprio sulla strada per raggiungerlo che, poco tempo dopo, mia madre perse la vita, uscendo di strada con la macchina e sfracellandosi appena fuori dal Traforo del Gran San Bernardo. Sarà per quello che fin da piccolo ho sempre odiato la montagna e ho evitato di andarci, una volta diventato grande, quasi tutte le volte che mi si è presentata l’occasione. Se mi guardo indietro ho solamente dei vaghi ricordi di una casa a Cervinia che mio padre prendeva in affitto nella stagione invernale all’inizio degli Anni 80 e di un paio di capodanni, molti anni dopo, trascorsi a Sestriere a mettere la musica in un locale chiamato Tabata.

Sentivo che quel Capodanno a Sestriere sarebbe stato l'ultimo con Allegra: il racconto della settimana
Il Tabata (dalla pagina Fb del locale).

In particolare ricordo l’ultima volta che ci sono stato, in quella surreale notte in consolle con Allegra il 31 dicembre del 2007. Due giorni prima siamo a casa mia in via Tiepolo, completamente ubriachi entrambi, di ritorno dal Mandarin 2. Molli sulle gambe giovani ci lanciamo sul letto, ci baciamo, le accarezzo i capelli e le mie mani scivolano sulle sue spalle per toglierle il maglione di cachemire mentre lei si stringe a me e con gesti precisi mi sfila la polo da rugby. Rimaniamo nudi sul letto, uno di fronte all’altra, e Allegra è così bella che quando la guardo negli occhi mi si blocca il respiro. La mattina dopo ho freddo e tremo, c’è una finestra aperta da cui entra un’aria gelida e Allegra dorme beata sotto un leggero lenzuolo bianco quando a un certo punto la vedo girarsi verso di me e il suo volto è come un ghigno malefico che mi fissa con gli occhi spalancati. Poi riprendo conoscenza e mi siedo sul letto urlando, dicendo cose senza senso. «Andre, che c’è?», dice, svegliandosi anche lei di colpo, mentre il lenzuolo le scivola via dal corpo lasciandola nuda. Mi ritraggo violentemente rovesciando il comodino: «Niente, solo un brutto sogno», prima di rollarmi a bandiera i miei pensieri e ripiombare nel sonno con la testa appoggiata al suo seno. Qualche ora più tardi, a colazione, è in un bar in Piazza Ferravilla che mi dice, prima di ordinare il secondo caffè: «Mi piacerebbe venire con te in montagna domani, non vengo mai a vederti lavorare».

Così me la ritrovai in consolle al Tabata in una serata epica dove ai piatti mischiai sapientemente musica dance pop Anni 80 e 90, pescando a piene mani dalle colonne sonore dei film dei Vanzina, insieme a una serie di dischi ballabili di David Bowie, Grace Jones, Talking Heads e altri più underground di Arthur Russell ispirandomi totalmente a Nicky Siano, uno dei deejay del Loft di Manhattan di Dave Mancuso, pioniere dell’house newyorkese degli Anni 70. Un dj-set suberbo all’interno del quale si mescolarono post punk, nu wave ma anche pop, funk e elettronica fino alle cinque del mattino. Era un periodo nel quale iniziavo ad abissarmi in trip musicali alternativi che anni dopo da disc-jockey radiofonico divennero la mia cifra stilistica. Fatto sta che al ritorno nella stanza d’albergo facemmo di nuovo l’amore, stravolti come di regola da una serie infinita di bicchieri di champagne e cuba libre anche se entrambi già sapevamo per qualche motivo che quell’idillio non era destinato a durare.

Quando entrai a casa tua ti ritrovai chiusa in bagno, in ginocchio, a piangere. La testa tra le mani non riusciva a nascondere del tutto una strisciolina di carta stretta tra l’indice e il pollice della mano destra. «È mio?», chiesi investito da una rabbia sorda mentre dallo specchio la mia immagine riflessa raccontava di una giovinezza che iniziava inesorabilmente a squagliarsi

Poi accadde un giorno di febbraio che tornai da una serata al Gasoline dove ero andato a mettere la musica alle sei del mattino completamente sconvolto e con i pantaloni tutti sbarrati perché come di regola mi ero fermato in bici a farmelo menare per strada per pochi euro da qualche troia e ricordo che quando entrai a casa tua ti ritrovai chiusa in bagno, in ginocchio, a piangere. La testa tra le mani non riusciva a nascondere del tutto una strisciolina di carta stretta tra l’indice e il pollice della mano destra. «È mio?», chiesi, come investito da una rabbia sorda mentre dallo specchio la mia immagine riflessa raccontava di una giovinezza che iniziava inesorabilmente a squagliarsi davanti ai miei occhi. Avevamo passato la notte spostandoci dal letto al divano, dal divano alla cucina e di nuovo nel letto, fino a che esausti non eravamo crollati l’uno di fianco all’altra ancora vestiti. Mi ero svegliato zuppo di sudore alle tre del pomeriggio mentre tu dormivi ancora e nella luce fioca che penetrava dalle serrande ancora abbassate mi eri sembrata ancora una volta bellissima, come del resto erano state tutte le ragazze che fino a quel momento avevo baciato, abbracciato, amato. La giornata era trascorsa così, tetra e silenziosa, mentre fiori dalla finestra il cielo era grigio e portatore di sventura. La sera mi avevi chiesto di ascoltarti senza fare domande, seduti al bancone della cucina e avevi concluso che era davvero l’unica cosa saggia da fare, anche perché non sapevi davvero di chi potesse essere. Non ne avevi la certezza. «Non abbiamo nemmeno 30 anni e siamo già al secondo aborto», ti avevo detto, prima di mettermi il Woolrich e andarmene. Poi a piedi, mentre camminavo verso casa pensavo che non avrei voluto che la nostra storia finisse così, che avrei potuto lottare invece di scappare, che tutto avrebbe potuto coesistere se solo l’avessi voluto. Ma in cuor mio sapevo che quella era stata l’ennesima dimostrazione che nonostante quella notte di capodanno tutto era già andato in frantumi da tempo.