Arresti per caporalato a Latina: migranti in condizioni disumane

17 Gennaio 2019 07.33
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Costretti a lavorare nei campi 12 ore al giorno, in condizioni disumane e con paghe miserabili. E per giunta con la complicità di chi invece avrebbe dovuto tutelarli, un ispettore del lavoro e un sindacalista della Fai-Cisl. Questa storia di sfruttamento arriva da Latina, dove la polizia ha condotto un'operazione nei confronti di un'organizzazione criminale dedita al caporalato ai danni di centinaia di cittadini stranieri. Una rete che reclutava manodopera nei Centri di accoglienza ed era riuscita a monopolizzare il mercato anche a Roma, Frosinone e Viterbo, tanto da vantarsi di aver «creato un impero».

SEI ARRESTI E 50 INDAGATI

Secondo l'accusa il sodalizio criminale si avvaleva della complicità di un ispettore del lavoro, Nicola Spognardi, e del segretario della Fai-Cisl Marco Vaccaro, accusato di lucrare sulle quote associative che i migranti erano costretti a versare e sulle pratiche finalizzate a ottenere le indennità di disoccupazione. Due donne, Daniela Cerroni e Chiara Battisti, si occupavano invece di reclutare i braccianti tramite una cooperativa e tra i richiedenti asilo in attesa di risposta nei Centri di accoglienza. In arresto sono finiti anche Luigi Battisti e Luca Di Pietro. «Abbiamo creato un impero», si vantava Cerroni, mentre Vaccaro scriveva a un collega: «A Babbo Natale ho chiesto 4 mila disoccupat»i. Oltre ai sei arresti, ci sono anche 50 indagati, tra cui imprenditori agricoli, commercialisti, funzionari e altri esponenti del mondo sindacale.

MIGRANTI PAGATI LA METÀ DI QUANTO PREVISTO DAL CONTRATTO COLLETTIVO

Le centinaia di lavoratori stranieri finiti nella rete dei caporali erano pagati 4,5 euro l’ora, la metà rispetto a quanto previsto dal Contratto collettivo nazionale. Dovevano stare nei campi 12 ore al giorno ed erano pure costretti a iscriversi al sindacato, dietro la minaccia del licenziamento. Uno stratagemma per far sì che la Fai-Cisl «percepisse non solo le quote di iscrizione, ma anche ulteriori introiti economici connessi alla trattazione delle pratiche finalizzate ad ottenere le indennità di disoccupazione», è scritto negli atti dell'inchiesta. L’indagine è partita alla fine del 2017, quando la polizia ha scoperto che le due donne poi arrestate reclutavano stranieri tramite una cooperativa con sede a Sezze, in provincia di Latina, per poi distribuirli a centinaia di azienda agricole. I braccianti provenivano anche dai Centri di accoglienza, dove erano in attesa del riconoscimento della protezione internazionale. Venivano trasportati nei campi a bordo di autobus sovraffollati, privi dei più elementari sistemi di sicurezza. Le indagini di natura patrimoniale hanno portato al sequestro di beni per un valore complessivo di circa 4 milioni di euro.

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