Samuele Cafasso

Chi paga il conto della crisi Carige

Chi paga il conto della crisi Carige

08 Gennaio 2019 07.36
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Nel tentativo di frenare le prevedibili critiche di chi, da oggi, può ben dire che per banca Carige il governo giallo-verde si è mosso sostanzialmente in linea con quanto fatto dai governi precedenti – garanzia pubblica per i nuovi bond e lo spettro della nazionalizzazione sul modello di Mps – il premier Giuseppe Conte in una nota ha spiegato che l'intenzione è quella di fornire «garanzie di tutela dei diritti e degli interessi dei risparmiatori della Banca Carige, in modo da consentire all'amministrazione straordinaria di recente insediata di perseguire in piena sicurezza il processo di consolidamento patrimoniale e di rilancio delle attività dell'impresa bancaria». Ma i risparmiatori, a ben vedere, non possono dormire sonni così tranquilli in caso di nazionalizzazione e viene al pettine il nodo, irrisolto, di chi in campagna elettorale ha promesso «mai un soldo per salvare le banche».

ASG IN CAMPO PER SPINGERE VERSO LA FUSIONE

Ma andiamo per ordine: finora il decreto Carige approvato dal governo il 7 gennaio in fretta e furia, lontano dalle telecamere e dai microfoni dei giornalisti e su cui i ministri leghisti e pentastellati si guardano bene dal polemizzare pubblicamente come invece fanno su tutto il resto – non stanzia ancora soldi pubblici per salvare l'istituto genovese. Ma prevede di farlo se fallisse il piano A, che è quello di portare la banca a nozze con un istituto più grande, che si faccia carico di oneri (molti) e qualche onore (una rete di sportelli capillare, crediti d'imposta esigibili che valgono 1,2 miliardi). Questa continua a essere la soluzione migliore per il governo, la Bce, l'attuale gestione commissariale. Per raggiungere l'obiettivo, potrebbe essere fondamentale il ruolo di Asg, l'ex bad bank del Banco di Napoli, oggi guidata da Alessandro Rivera, il direttore generale del Tesoro, che la controllla. Proprio Rivera ha incontrato i commissari di Carige il 7 gennaio, prima dell'approvazione del decreto. Se Asg si accollasse buona parte della quota di sofferenze dell'istituto, pari a 3,7 miliardi, si ripeterebbe lo schema banche venete prima della incorporazione in Intesa. Di fronte a una banca ripulita, inoltre, una ricapitalizzazione potrebbe essere più accettabile anche per l'attuale primo azionista, Malacalza, sulla cui affidabilità, tuttavia, è ben chiaro a tutti che non si può fare troppo conto. Questo è il piano A, quello meno oneroso, in termini di costi e consensi, per tutti. Ma se dovesse fallire?

PRIMA RETE DI SALVATAGGIO: LA GARANZIA PUBBLICA SUI BOND

Qui entra in campo la prima rete di salvataggio, la garanzia pubblica sulle nuove emissioni di bond. Oggi Carige, per farsi salvare dal Fondo interbancario che è intervenuto con 320 milioni, ha dovuto garantire interessi pari al 13% sul bond subordinato emesso poche settimane fa e che doveva fare da ponte all'aumento di capitale, che non è stato poi approvato. Dopo che è saltato l'aumento, gli interessi sono saliti al 16%, come era previsto dagli accordi. Stiamo parlando di un esborso da 50 milioni l'anno, e non sono nemmeno i prezzi di mercato, che nel caso di Carige dovrebbero essere più alti. A queste condizioni, è chiaro che la banca non può chiedere più un soldo. Diverso è se lo Stato garantisce per conto di Carige: a questo punto gli interessi dovrebbero allinearsi a quelli dei titoli di Stato. Il corollario è che, se qualcosa va storto, il conto lo pagano i contribuenti, diversamente da quanto promesso da Luigi Di Maio non più tardi dello scorso 26 ottobre: «Il governo non esclude di sostenere il sistema ma sostenere le banche non significa prendere i soldi dagli italiani». E invece succederà proprio questo: se la banca diventa inadempiente, pagano i contribuenti.

Non è tuttavia, quello delinato qui sotto, lo scenario peggiore. Supponiamo che arrivi l'emissione di bond garantiti dal governo e supponiamo che nemmeno dopo questo "aiutino" Carige trovi azionisti disposti a investire o istituti di credito pronti a comprarla. Che succede? Il decreto Carige approvato il 7 gennaio prevede la possibilità dell'ingresso dello Stato nell'azionariato, ovvero il salvataggio pubblico sulla falsariga di Mps. Banca pubblica non vuol dire solamente che il governo mette altri soldi nell'istituto, ma che a pagare il conto debbano essere anche azionisti e obbligazionisti, secondo il meccanismo del burden sharing previsto dalle normative europee.

I TRE MILIARDI DI BOND DEI PICCOLI RISPARMIATORI

Il burden sharing, come si intuisce dal nome, impone che in caso di salvataggio siano coinvolti anche azionisti e possessori di obbligazioni subordinate, i primi con una diminuzione del valore nominale delle quote che hanno in mano, i secondi con la conversione forzata in azioni secondo un concambio definito. La banca in Borsa ha oggi un controvalore risibile, intorno agli 80 milioni, il conto i piccoli azionisti l'hanno già pagato nel corso di una crisi lunga 12 anni (nel 2007 la banca valeva 6 miliardi). Ma diverso è il discorso per i possessori di bond: in portafoglio ai risparmiatori ci sono oltre 3 miliardi (i dati sono nella relazione sui primi nove mesi del 2018, ma non distinguono tra bond subordinati e altri tipi di bond). Non è un mistero che in Liguria, dove l'età media è molto alta e i risparmiatori hanno profili di rischio molto tradizionali, questi titoli sono stati piazzati alla clientela come alternativa al conto corrente, per fare qualche soldo in più. E tuttavia, solo il Fondo di garanzia ha in mano bond subordinati, essendo gli altri convertiti in bond senior. L'operazione è del 2017 e ha comportato perdite tra il 30% e il 70%. Non che i risparmiatori non abbiano pagato, quindi, ma lo hanno già fatto.

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