Il medico dell’Oms Antonio Montresor ricorda Carlo Urbani

Gabriele Lippi
30/03/2020

A 17 anni dalla sua scomparsa un collega ricorda il medico che per primo scoprì la Sars salvando il mondo dalla pandemia.

Il medico dell’Oms Antonio Montresor ricorda Carlo Urbani

Il 29 marzo di 17 anni fa, Carlo Urbani si spegneva in un letto di ospedale a Bangkok, ucciso dalla stessa malattia che lui per primo aveva diagnosticato. Il medico italiano dell’Oms è una delle 800 vittime della Sars, morto di un’epidemia mai giunta nel suo Paese, caduto sul campo, prestando servizio per il mondo intero, contribuendo enormemente a salvarlo da una pandemia che sarebbe stata infinitamente più letale di quella di Covid-19.

Urbani aveva scoperto ad Hanoi, da qualche settimana, il primo caso di Sars quando, su un volo per la Thailandia, cominciò a manifestare i sintomi della malattia. Allertò i colleghi medici, avvisandoli di andare a prelevarlo in aeroporto protetti, e si fece isolare in ospedale.

Chiese alla moglie di tornare in Italia portandosi dietro i tre figli piccoli. Lei accompagnò i bambini in aeroporto, li fece salire su un aereo, poi tornò in ospedale da lui, per stargli accanto, protetta da tuta e maschera, fino ai suoi ultimi giorni di vita. «Era un grande professionista, un grande clinico», racconta il professor Antonio Montresor, suo collega all’Oms, «un uomo che fu capace, a suo tempo, di accorgersi molto precocemente della severità della Sars».

Carlo Urbani.



In che rapporti eravate?
Era un amico, abbiamo fatto tanti viaggi insieme. Ci occupavamo del controllo dei parassiti nel mondo. Io ancora oggi lo faccio, organizzo grandi campagne anti-parassitaggio nelle scuole. Si tratta di vermi intestinali che impediscono ai bambini di crescere. Facevamo indagini a campione sul terreno per vedere quanti bambini erano infettati, se c’era bisogno organizzavamo il trattamento di massa. Dopo quasi 17 anni, questo sistema è stato implementato in tutto il mondo.

Lo chiamavano il medico del Mondo.
Sì, era il suo lavoro. Ha lavorato con l’Oms in Vietnam, per lo stesso tipo di malattie, forse facili da curare, legate all’assenza di misure igieniche e alla contaminazione da feci umane, bastano delle pastiglie per deparassitare periodicamente questi bambini. Ma ciò che bisogna fare è migliorare la situazione sanitaria di quelle zone. E questo non è altrettanto semplice.

Urbani si trovò, invece, a combattere un nemico sconosciuto.
Sì, era stato contattato dall’Ospedale francese di Hanoi per un caso molto sospetto di polmonite. Anche medici e infermieri avevano cominciato ad ammalarsi, nessuno sapeva cosa fare. Lui era nell’ufficio dell’Oms di Hanoi, andò, e da clinico molto bravo qual era capì subito che era una cosa che doveva essere affrontata con misure eccezionali di contenimento.

Chiese la chiusura dei confini.
E riuscì a convincere il governo di Hanoi a instaurare molto velocemente queste misure. Questo ha di fatto permesso di contenere la Sars, altrimenti sarebbe stata molto peggio di quello che stiamo vivendo adesso.

Forse anche grazie a questa esperienza oggi il Vietnam è tra i Paesi che rispondono meglio all’emergenza Covid.
Questo sicuramente. Tra l’altro mio figlio è architetto e lavora in Vietnam, ho notizie abbastanza di prima mano. Lì sono sicuramente stati molto attenti. È anche vero che sono Paesi in cui è anche più facile stabilire delle misure di controllo efficaci perché il controllo da parte dello Stato è già molto forte. Quando una decisione viene presa, di solito viene applicata. Ricordo che quando ci vivevo io decisero di vietare i botti per Capodanno, io mi dissi «figuriamoci se ci riescono». A Capodanno non ci furono botti.

Possiamo dire che Urbani ha salvato il mondo?
Sicuramente. Si è trovato al posto giusto nel momento giusto. Essendo all’Oms aveva un’influenza molto maggiore rispetto a persone del Sistema sanitario che non sempre sono ascoltate. Bisognava prendere decisioni molto importanti dal punto di vista economico, scelte che nessuno fa a cuor leggero. Il Vietnam ha passato per diversi anni a pagare le conseguenze economiche. Quando abitavo là io c’erano ancora case la cui costruzione era rimasta bloccata, scheletri di grattacieli, infrastrutture da terminare.

Quello di Urbani è un sacrificio che ricorda quello delle decine di medici e infermieri che si ammalano e muoiono in questi giorni. Forse non c’è abbastanza attenzione verso gli operatori sanitari?
Sì, certo, poi ci vuole un piano di emergenza. Chiaro che non si possono avere ospedali con un numero di terapie intensive che sia sempre disponibile per questi casi di emergenza, ma ci volevano dei piani per poter espandere gli ospedali, creare ospedali da campo, cosa che è stata fatta in ritardo, senza preparazione, come se tutto dovesse essere deciso al momento. Ci vuole una capacità effettiva di spostare medici da una zona all’altra. La Sars di fatto aveva creato questa condizione, purtroppo però non la si è mantenuta. D’ora in poi questi piani saranno mantenuti costantemente.

Ci eravamo illusi che anche stavolta, come per la Sars, l’epidemia non ci avrebbe toccato?
Sì. Questa è stata la differenza tra quello che è successo in Vietnam e da noi. Loro erano scottati dalla precedente esperienza, quindi erano allerta. Noi, invece, ci consideravamo protetti.

C’è qualche punto di contatto tra la situazione di oggi e quella di 17 anni fa?
Sono tanti, a partire dal virus, che è molto simile, anche se la sua letalità è fortunatamente molto inferiore a quella della Sars, che uccideva anche tante persone senza alcun problema di salute. Quello che stavolta è mancato è stata una persona come Carlo. Il medico cinese che si era reso conto del nuovo virus ha probabilmente cercato di fare del suo meglio per allertare la comunità scientifica, ma non essendo un medico dell’Oms ci ha messo più tempo ed è stato molto più difficile per lui.

L’essere umano ha la memoria corta?
Più che altro dobbiamo probabilmente vivere sulla nostra pelle queste esperienze. Credo che questa situazione non verrà dimenticata molto facilmente. Speriamo di uscirne presto e trarne le conseguenze, di imparare la lezione ed essere più preparati la prossima volta. Anche perché viviamo in un mondo globalizzato e, probabilmente, questa non sarà l’ultima.