Gabriele Lippi

CasaPound, leggevano il Mein Kampf e volevano stuprare un'ebrea

CasaPound, leggevano il Mein Kampf e volevano stuprare un’ebrea

24 Gennaio 2013 17.04
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Col Mein Kampf nascosto nel cassetto del comodino, le molotov, le spranghe e i coltelli nell’armadio, al telefono con i ‘camerati’ per discutere di come stuprare una donna ebrea.
Il ritratto dei giovani di estrema destra arrestati per gli scontri di Napoli della primavera del 2011, che viene fuori dagli elementi a disposizione degli investigatori, è tutt’altro che lusinghiero.
Al centro, ancora una volta, CasaPound, il movimento candidato alle elezioni politiche del 24 febbraio.
IANNONE: «ACCUSE STRUMENTALI». Il leader Andrea Iannone ha definito «assurde e strumentali» le accuse rivolte dalla magistratura napoletana, «necessarie a impedire a CasaPound Italia di affrontare la campagna elettorale con la dovuta serenità e in condizioni di parità rispetto agli altri partiti e movimenti».
Ma i fascisti del terzo millennio appaiono del tutto simili a quelli del secondo, e ai loro cugini nazisti.
Il tentativo di maquillage estremo per mostrarsi come interlocutore presentabile per le istituzioni, crolla davanti alle intercettazioni in cui ai ragazzi viene detto di non negare la Shoah su Facebook, «anche se sono il primo a dirti che le camere a gas non sono mai esistite».
RIUNONI SEGRETE PER LEGGERE HITLER. Due facce, insomma, una pulita da mostrare in pubblico, l’altra più nostalgica, ancora legata a un passato fatto di squadrismo e antisemitismo, riservata solo alle situazioni più intime.
Come in una società segreta, alcuni dei ragazzi arrestati partecipavano a gruppi di lettura del Mein Kampf di Hitler. Riunioni nelle quali, secondo il procuratore aggiunto di Napoli, Rosario Cantelmo, si tenevano pratiche di «indottrinamento dei giovani militanti all’odio etnico e all’antisemitismo».
Inoltre, sempre secondo gli investigatori, gli indagati disponevano di un vero e proprio arsenale fatto di coltelli e rudimentali ordigni esplosivi e alcuni di loro giravano armati durante le manifestazioni.

«Piace a tutti, bisogna punirla»

Ancora più inquietanti i contenuti di una conversazione intercettata il 15 dicembre 2011. Da una parte c’è Angelo D’Alterio, frequentatore delle riunioni alla sezione Berta, sequestrata il 24 gennaio dai carabinieri, dall’altra Andrea Coppola, leader del Blocco studentesco. «Da me in facoltà ci sta una che non la tocca nessuno», spiega D’Alterio.
Si tratta di una ragazza ebrea che ha il grande difetto di piacere anche ai palestinesi: «non la guardano nessuno perché non so di quale tribù fa parte. Tribù ebraica».
«LA PICCHIO O LA CHIAVO». Questa ragazza la deve pagare, secondo Coppola: «Se tu vedi, questa passa e tu vedi tutti gli israeliani, pure i palestinesi, cioè i palestinesi… Gli arabi che la salutano con rispetto proprio… La cosa infatti mi sta facendo stizzire troppo. Infatti io a questa la devo vattere (picchiare, ndr). O la picchio o me la chiavo e gli faccio uscire il sangue dal c… Però davanti a tutta la facoltà».
Tutte cose da dire in assoluto segreto, in privato. Guai a mostrare in pubblico il vero volto di CasaPound. A spiegare come comportarsi alle giovani reclute, ci pensava Giuseppe Savuto, uno degli arrestati per gli scontri del 2011.
Nel lamentarsi per la presenza sulla bacheca di uno dei ragazzi di documenti e link dei concorrenti di Forza Nuova, Savuto istruiva su come rispondere alle domande della stampa e dei professori a scuola.
«NON NEGATE L’OLOCAUSTO IN PUBBLICO». Prima regola, non negare l’olocausto: «Con i professori a scuola se tu dici una cosa del genere, pure a livello didattico… Pure per te, una cosa personale, i voti. Perché io pure sono d’accordo che non sono mai esistite le camere a gas e non c’è mai stata nessuna deportazione, sono il primo a dirtelo. Però in questo caso davanti a un professore, davanti a un giornalista…».
L’antisemitismo, insomma, non è poi un gran male se uno lo tiene per sé e gli amici più intimi. Basta non parlarne in pubblico, e non mostrare il vero volto di CasaPound.

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