Eleonora Lorusso

Perché gli indipendentisti tornano a protestare a Barcellona

Perché gli indipendentisti tornano a protestare a Barcellona

20 Dicembre 2018 14.16
Like me!

In piazza venerdì 21 dicembre ci saranno tutti: le principali associazioni indipendentiste hanno deciso di unire le forze creando un coordinamento unitario per protestare contro il governo guidato dal socialista Pedro Sanchez, che ha scelto di convocare per la stessa giornata un Consiglio dei ministri proprio a Barcellona. Una decisione che è stata accolta come una provocazione da chi da oltre un anno si batte per ottenere l’indipendenza della Catalogna da Madrid. Da qui l’organizzazione di una enorme mobilitazione di massa, con appuntamento alle 18 nel cuore della città, tra i Jardinets de Gràcia e Placa de Catalunya. Intanto, mentre a Barcellona si invoca l’indipendenza mai realizzata dopo il referendum (bocciato come illegale da Madrid) del primo ottobre 2017, dal Belgio l’ex governatore catalano Carles Puigdemont guida una sorta di “governo ombra”. I politici in carcere con l’accusa di sedizione e disobbedienza, invece, sono in sciopero della fame in attesa di processo.

GLI INDIPENDENTISTI IN PIAZZA CONTRO SANCHEZ

La parola d’ordine degli organizzatori delle manifestazioni è «anormalità»: non è normale – spiegano – che il premier abbia convocato proprio a Barcellona un Consiglio dei ministri al termine di una settimana-chiave, iniziata con la convocazione del parlamento regionale catalano, rimasto riunito per tre giorni. Si attende, infatti, che il Tribunale supremo si pronunci in modo preliminare sui ricorsi presentati dai politici che lo scorso anno furono arrestati per aver proclamato in modo unilaterale l'indipendenza dopo un referendum giudicato illegale da Madrid. Sono accusati a vario titolo di sedizione, ribellione, disobbedienza e malversazione e hanno iniziato uno sciopero della fame. La loro condizione e quella della Catalogna sono dunque considerate “anormali”, almeno quanto la presenza a Barcellona del governo Sanchez. Il premier in realtà aveva annunciato, fin dall’inizio del proprio mandato, che avrebbe riunito l’esecutivo anche fuori da Madrid, per far sentire la propria presenza sul territorio. Per questo è scattata una «mobilitazione permanente» che prima ha l'obiettivo di boicottare la riunione di Gabinetto, poi di proseguire nella protesta fino alla liberazione e assoluzione degli indipendentisti in carcere.

LA FINE DELLA TREGUA TRA MADRID E BARCELLONA

La tregua durata qualche mese tra il governo Sanchez e i catalani, dunque, sembra ormai finita. In piazza questa volta gli autonomisti scenderanno tutti uniti: ci saranno l’Asamblea Nacional Catalana, Òmnium Cultural, Endavant, la Candidatura di Unità Popolare (Cup) e la sua componente giovani, costituita dal gruppo Arran, e i Comitati di Difesa della Repubblica (Cdr), che già nei giorni scorsi hanno bloccato le autostrade. Dal canto suo Sanchez, che si è insediato dopo le dimissioni di Mariano Rajoy proprio in seguito allo scontro con Barcellona, conta su una maggioranza che non può fare a meno dell’appoggio dei partiti nazionalisti baschi e indipendentisti catalani. Per questo aveva dato un segnale di vicinanza al territorio, uscendo dai palazzi di Madrid e prevedendo almeno due Consigli dei ministri in altrettante città-chiave, come Siviglia e Barcellona. La seduta di governo nella città catalana, però, è stata interpretata come una sorta di «invasione di campo».

LEGGI ANCHE: Spagna, perché al premier Sanchez servono gli indipendentisti

IL TIMORE DELLA VIA SLOVENA ALL'INDIPENDENZA

La situazione tra Madrid e Barcellona si è fatta tesa dopo che il governo catalano guidato da Quim Torra (espressione dell'ala più dura degli indipendentisti) è tornato a chiedere a gran voce l’indipendenza, parlando di “via slovena” all’indipendenza, non escludendo per la prima volta il ricorso alla violenza. Ai primi di dicembre da Bruxelles, dopo aver incontrato Puigdemont, Torra aveva dichiarato: «Noi catalani non abbiamo più paura, non c’è marcia indietro nel cammino della libertà. Gli sloveni hanno deciso di proseguire lungo il cammino con tutte le conseguenze, facciamo come loro!». Il riferimento era alla Guerra dei dieci giorni del 1991, che portò alla dichiarazione di indipendenza di Lubiana dalla Repubblica socialista federale di Jugoslavia di Tito. Le parole di Torra, però, sono state accolte con preoccupazione in Europa e con freddezza nella stessa Catalogna. Lo spettro di un conflitto armato, seppure breve, non piace neppure a buona parte degli indipendentisti. Il sindaco di Barcellona, Ada Colau, ha definito «irresponsabili» le dichiarazioni di Torra, preferendo la strada di un referendum riconosciuto da Madrid per evitare nuove violenze.

LEGGI ANCHE: Nell'Europa del 2018 non c'è una via democratica per la Catalogna

IL RISCHIO DI TENSIONI E SCONTRI

Il ministro dello Sviluppo spagnolo, José Luis Abalos, ha espresso perplessità sulla riunione dell’esecutivo a Barcellona, temendo problemi di ordine pubblico. Sanchez, invece, ha minacciato l’invio di agenti della polizia nazionale nel caso in cui la Generalitat catalana non sia in grado di garantire la sicurezza con i propri Mossos d’esquadra, ingaggiando di fatto un braccio di ferro e aprendo la strada all’ipotesi di un ricorso all’articolo 155 della Costituzione spagnola, che lo scorso anno portò al commissariamento della Catalogna.

IL GOVERNO OMBRA DI PUIGDEMONT RIUNITO A WATERLOO

La scorsa settimana l’ex presidente della Generalitat Puigdemont ha convocato a Waterloo in Belgio (dove si trova in esilio volontario) la prima seduta del Consiglio per la Repubblica, un “governo ombra” che dovrebbe creare una Repubblica catalana e «preparare la comunità internazionale per il suo riconoscimento». Sarebbe in coordinamento con le autorità catalane e coinvolgerebbe leader indipendentisti fuggiti da Barcellona lo scorso anno per evitare l’arresto, come accaduto a otto ex ministri catalani, rinviati a giudizio dal Tribunale supremo spagnolo a novembre. Tra loro ci sono Jordi Turull e Josep Rull, nominati provocatoriamente da Torra rispettivamente consigliere per la presidenza e ministro del Territorio e Sostenibilità della nuova Generalitat, nonostante siano in cella. Altri due ex ministri della Generalitat di Barcellona, invece, sono in esilio a Bruxelles (Antoni Comìn e Lluis Luig, responsabili rispettivamente della Sanità e della Cultura).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *