Eleonora Lorusso

Il governo spagnolo di Pedro Sánchez è al bivio

Il governo spagnolo di Pedro Sánchez è al bivio

12 Febbraio 2019 12.16
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È iniziato a Madrid il processo a 12 leader catalani accusati di ribellione, malversazione, appropriazione indebita e disobbedienza. Tutti reati “politici” per i quali gli indipendentisti hanno già scontato 15 mesi di carcere preventivo e rischiano pene dai 17 ai 25 anni di reclusione, come spiegato da El Pais. È la prima volta dalla fine della Seconda Guerra mondiale che un’intera classe dirigente (che va dalla destra alla sinistra del parlamento di Barcellona) finisce davanti a un Tribunale Supremo per reati legati all’esercizio delle proprie funzioni politiche. I fatti si riferiscono al periodo da settembre a ottobre del 2017, quando venne indetto in modo unilaterale un referendum sull'indipendenza della Catalogna, ritenuto illegale dal governo centrale di Madrid. Non riconosciuto, spinse l’allora premier conservatore Mariano Rajoy a fare ricorso all’art. 155 della Costituzione, commissariando la Catalogna; successivamente, di fronte a un’empasse senza via d’uscita, l’ex capo dell’esecutivo venne sfiduciato lasciando la guida del Paese al socialista Pedro Sánchez.

Il via al processo, davanti al Tribunale Supremo spagnolo a Madrid, arriva a 48 ore dalla grande manifestazione organizzata nella capitale dalle forze di destra, per dire di "no" proprio al separatismo di Barcellona e per protestare contro quello che viene definito un atteggiamento troppo accondiscendente nei confronti delle mire indipendentiste di Barcellona da parte di Sánchez, già in difficoltà a causa di una debole maggioranza che si regge sull’appoggio di Podemos e che il 13 febbraio va alla resa dei conti con il voto sulla legge di bilancio. Ma quali sono gli scenari che si prospettano nella settimana più delicata per la Spagna e la Catalogna?

PUIGDEMONT RISCHIA LA CONDANNA IN CONTUMACIA

Sono in molti a pensare che questi siano giorni decisivi per il futuro della Spagna e della Catalogna, a partire dal Presidente della Generalitat (il parlamento catalano) Quim Torra, che ha affermato: «Si tratta di un giudizio che cambierà per sempre il nostro paese e la sua relazione con il Regno di Spagna». È stato lo stesso Torra a decidere di sospendere ogni attività parlamentare in occasione del processo ai leader catalani, organizzando una rappresentanza fissa in Tribunale in solidarietà agli esponenti politici sotto accusa. Il capo del “parlamentino” di Barcellona ha anche predisposto nuovi mossos d’escuadra, forze di polizia locale catalana col compito di proteggere tutti i dirigenti e funzionari della regione autonoma, compresi gli ex presidenti come Carles Puigdemont, il suo precedessore autoesiliatosi a Waterloo, in Belgio, e che rischia una condanna in contumacia. Secondo alcuni osservatori la creazione di un corpo speciale di difesa politica anticiperebbe la volontà di schierarsi al fianco di Puidgemont, in caso di eventuale sentenza sfavorevole.

ANCHE I CATALANI "CONDANNANO" GLI INDIPENDENTISTI

Le accuse mosse nei confronti di 12 leader politici, compreso Oriol Junqueras, ex vicepresidente catalano, vanno dalla malversazione alla ribellione per aver organizzato il referendum consultivo sull’indipendenza della Catalogna, il primo ottobre 2017. La malversazione è contestata perché, secondo l’accusa, i funzionari politici avrebbero distratto fondi pubblici per indire la consultazione non autorizzata dal parlamento. Due leader del mondo dell’associazionismo sono invece accusati di sedizione per aver impedito pubblicamente e in modo illegale l’applicazione di leggi. La ribellione, infine, è ipotizzata perché i dirigenti catalani avrebbero agito in deroga alla Costituzione, in modo palese e nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche, ricorrendo alla violenza e dichiarando l’indipendenza della Catalogna dal resto del territorio nazionale.

Sánchez conta su una maggioranza risicata, con appena un’ottantina di deputati e il minor sostegno della storia spagnola

Su questo punto le polemiche, a distanza di 16 mesi, sono ancora roventi, perché i leader catalani sarebbero ritenuti gli unici responsabili degli scontri di strada, assolvendo le responsabilità della polizia spagnola che avrebbe impedito l’esercizio dei diritti civili agli indipendentisti. A dicembre è intervenuto anche il Vicesegretario della Conferenza Episcopale Terragonese, Norbert Miracle, che ha ammonito: «Quando la detenzione preventiva, in modo abusivo, cerca un anticipo della pena prima della condanna, o viene applicata al sospetto più o meno fondato di un reato commesso, costituisce un’altra forma contemporanea di pena illecita nascosta, oltre la facciata di legalità». Secondo un sondaggio di Metroscopia, per otto spagnoli su 10 i leader indipendentisti sotto accusa sono colpevoli: più della metà degli spagnoli (52%) ritiene che abbiano commesso un possibile reato di ribellione, mentre solo il 14% pensa che siano innocenti. Poco meno di uno su tre (28%) ritiene che il reato di ribellione non sia “tanto grave”. Anche in Catalogna la maggioranza (52%) è per la colpevolezza anche se la percentuale di innocentisti cresce (44%).

QUEL PRECEDENTE DEL 1935

Quanto sta accadendo in Spagna non ha uguali dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ma un precedente analogo esiste. Nel 1935 a essere processato fu il Presidente Lluis Companys finito in Tribunale per i “fatti di ottobre” insieme ai membri del suo governo, con le accuse di ribellione nei confronti dell’esecutivo di Madrid. Il 6 ottobre del 1934, infatti, Companys proclamò lo “Stato catalano della Repubblica Federale spagnola”, proprio come a ottobre Puigdemont ha annunciato la nascita della “Repubblica Catalana, come Stato indipendente di diritto, democratico e sociale”. L’allora leader catalano venne condannato a 30 anni in primo grado, per poi ottenere l’amnistia (anche se Companys fu successivamente giustiziato dai franchisti). Anche all’epoca, inoltre, scoppiarono tumulti e proteste di piazza, esattamente come nel 2017, anche se 15 mesi fa non ci sono state vittime. Oggi il panorama è molto differente. La Spagna fa parte dell’Ue, ma si trova di fronte a un bivio: ingaggiare un nuovo scontro frontale con la Catalogna, come fatto da Rajoy, o approcciare in maniera differente le richieste indipendentiste? Su questa scelta il governo socialista di Sánchez si gioca anche il proprio futuro.

Gli indipendentisti minacciano di far mancare il proprio voto sul Bilancio 2019, a soli tre mesi dalle elezioni regionali, municipali ed europee

A far scricchiolare la tenuta dell’esecutivo socialista c’è anche il voto della legge di bilancio. Sánchez conta su una maggioranza risicata, con appena un’ottantina di deputati e il minor sostegno della storia spagnola: per arrivare a fine mandato ha bisogno dell’appoggio di Podemos, ricorrendo anche ai voti degli stessi indipendentisti per approvare provvedimenti necessari al Paese. Per questo da otto mesi l’esecutivo vive una situazione di stallo, peggiore del suo predecessore: già Rajoy era riuscito a ottenere il via libera a poche leggi, contando su 137 parlamentari alla Camera e la maggioranza assoluta al Senato. Sánchez ha a disposizione appena 85 deputati. L’approvazione della manovra diventa dunque un banco di prova decisivo per la tenuta del governo e per il futuro del Paese che vede avvicinarsi lo spettro di elezioni anticipate. A invocarle sono state le forze di destra, scese in piazza il 10 febbraio a Madrid. Il leader socialista ha tentato finora una difficile mediazione tra i partiti, anche perché la legge di bilancio è sostanzialmente la stessa messa a punto al predecessore, dovendo rispettare i vincoli europei. Per questo Sánchez si è mostrato più disposto a concessioni sul fronte catalano.

LE POSSIBILI CONCESSIONI DI SÁNCHEZ AGLI INDIPENDENTISTI

Di recente ha accolto la richiesta di creare la figura di un “negoziatore” nei colloqui con Madrid, scatenando la reazione dei partiti conservatori e popolari, che lo ritengono inaccettabile perché significa riconoscere pari “dignità” e peso politico a Barcellona e Madrid. Sánchez si è anche spinto oltre, dicendosi favorevole a un nuovo referendum per “l’autogoverno”, precisando che si tratterebbe di una consultazione per realizzare una «nuovo statuto della Catalogna», perché in gioco «non è l’indipendenza, ma la convivenza». Tuttavia queste prime concessioni non sembrano bastare agli indipendentisti, che minacciano di far mancare il proprio voto sul Bilancio 2019, a soli tre mesi dalle elezioni regionali, municipali ed europee, che rappresentano un altro banco di prova decisivo per la tenuta dei socialisti.

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