Catalogna, referendum con guerriglia: le cose da sapere

01 Ottobre 2017 19.45
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Un'ondata di violenza a senso unico ha attraversato la Catalogna, nel giorno del referendum per l'indipendenza tenutosi il primo ottobre. I feriti hanno superato le 800 unità. La polizia spagnola è intervenuta con la forza in centinaia di seggi elettorali per impedire lo svolgimento della consultazione. Ma la mossa di Madrid non ha fermato il voto, come aveva promesso il premier spagnolo Mariano Rajoy, che l'aveva dichiarato «illegale».

1. I risultati: il 'sì' si attesta al 90%

La maggior parte degli oltre 6 mila seggi, dove erano chiamati al voto 5,3 milioni di catalani, ha aperto comunque. E migliaia di persone hanno fatto la coda tutto il giorno davanti ai seggi. Tra i 2,2 milioni persone che si sono recate alle urne, il 'si' ha ottenuto il 90%, secondo i dati quasi definitivi resi pubblici dal portavoce del governo catalano Jordi Turull. Il 'no'si è fermato al 7,8%. Il presidente catalano Carles Puigdemont ha annunciato la sera dell'1-O che nei giorni successivi trasmetterà al parlamento della Catalogna i risultati «affinché agisca come previsto dalla legge del referendum».

2. Le violenze: almeno 844 feriti

Le cariche degli agenti anti-sommossa, che hanno usato contro civili riuniti pacificamente a difesa dei seggi manganelli, pallottole di gomma e lacrimogeni, hanno provocato almeno 844 feriti. Alcuni, secondo il governo catalano, gravi. Il dipartimento della pubblica istruzione del governo catalano ha valutato in 314 mila euro i danni provocati alle scuole dalle irruzioni. Gli agenti spagnoli hanno sfondato porte, divelto armadi, rotto vetri e serrature e provocato altri danni nelle cariche contro i cittadini catalani. Le immagini della violenza degli agenti spagnoli, dei volti insanguinati dei civili, di anziani colpiti dai manganelli, hanno fatto il giro del mondo provocando incredulità e condanne. La violenza della reazione spagnola ha sorpreso perfino i dirigenti catalani, impegnati da mesi in un durissimo braccio di ferro con Madrid.

«È una vergogna che accompagnerà per sempre l'immagine dello Stato spagnolo», ha tuonato il presidente catalano Carles Puigdemont. «Dai tempi del franchismo non si vedeva una tale violenza di Stato», ha accusato il portavoce del governo Jordi Turull, minacciando di portare Madrid «davanti ai tribunali internazionali». «Oggi la Spagna ha perso la Catalogna», ha sentenziato l'ex presidente Artur Mas.

3. La risposta di Rajoy: delegittimazione del voto

Madrid ha definito invece «esemplare» l'operato della polizia: «Hanno agito in forma professionale e proporzionale», ha detto la vicepremier Soraya de Santamaria. «Non c'è stato alcun referendum», ha seccamente negato in serata in diretta tv il premier Mariano Rajoy, «la maggioranza dei catalani non ha partecipato, e quella che si è consumata è stata una sceneggiata».

4. Lite tra Mossos e polizia spagnola: l'origine degli scontri

La polizia catalana dei Mossos d'Esquadra è passata nei seggi, ha steso verbali ma non ha cercato di chiuderli con la forza, come ordinava la procura spagnola. Alle 9 sono entrati in azione i 10 mila agenti spagnoli inviati in Catalogna nelle ultime settimane, in tenuta anti-sommossa. L'ipotesi per i Mossos è "reato di disobbedienza" e a finire sul banco degli imputati potrebbe essere il corpo di polizia regionale. Diversi gli episodi di fortissima tensione, alterchi ai limiti dello scontro fisico, davanti a vari seggi, fra gli spagnoli della Guardia Civil e della Policia nacional e i Mossos d'Esquadra. A Barcellona la Guardia Civil ha anche manganellato diversi pompieri catalani che si erano schierati a difesa di un seggio.

Alla fine la magistratura di Madrid ha fatto sapere che valuterà se agire contro i Mossos perché, secondo fonti giudiziarie citate da El Pais, «si sono comportati come una polizia politica, disobbedendo e tradendo la fiducia che i giudici avevano dato loro».

5. Le conseguenze: il presidente catalano rischia l’arresto, Rajoy la sfiducia

Tra Spagna e Catalogna c'è stato «un vero strappo», rilevano gli analisti. Il presidente e il vicepresidente catalani Carles Puigdemont e Oriol Junqueras sono stati denunciati, mentre Rajoy ora deve fare i conti con la sua maggioranza e una possibile sfiducia. Il premier basco Inigo Urkullu ha vestito i panni del mediatore, mentre il Psoe potrebbe associarsi a Podemos (che l'ha già chiesto) e ai nazionalisti per far cadere Rajoy con una mozione di sfiducia.

6. Le reazioni in Italia: Lega indipendentista, Pd cauto

Condanna pressoché unanime alla violenza, ma sul destino della Catalogna indipendente nessuna unità in Italia. Se la Lega ha ritrovato la sua verve federalista scagliandosi contro il governo spagnolo, il Pd, complice anche la sua presenza massiccia nell'esecutivo, ha mantenuto una certa equidistanza puntando sull'appello al dialogo tra le parti. Giorgia Meloni è su posizioni ben diverse. «La patria è l'ultimo argine alla deriva mondialista, non mi appassiono alle spinte indipendentiste», ha detto la presidente di Fdi. Più "discreta" la posizione di Forza Italia che si è limitata a condannare le violenze parlando di «bruttissima pagina per l'Europa». E se il governo, al pari della gran parte degli esecutivi nazionali Ue, ha seguito la strada della non ingerenza, prudente è anche il principale partito di maggioranza. Una condanna più netta dell'intervento delle forze dell'ordine è arrivata invece dal M5s che, pur non entrando nel merito del referendum, con Alessandro Di Battista ha attaccato: «La corruzione, in Spagna e in Italia, si può anche tollerare, ma un popolo che decide come, quando e perché votare, no. E le chiamano democrazie».

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