Perché l’avvicinamento tra Cina e Vaticano è solo di facciata

Pechino sbandiera i recenti accordi, con tanto di toni solenni. Ma dietro le quinte i cattolici vengono costretti a un isolamento sempre maggiore. Nel nome della sottomissione alle regole imposte dal Partito.

27 Giugno 2019 16.13
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Gli annunci ufficiali non risparmiano i toni trionfalistici. A Pechino sbarca la prima mostra dei Musei Vaticani in Cina (che si chiude il 7 luglio). L’Università della capitale cinese dedica una seguitissima conferenza alla figura di “papa Francesco e la sua visione”. All’Accademia delle scienze sociali di Pechino si tiene una conferenza su “Crescere in amicizia – Una prospettiva sulle relazioni Sino-Vaticane”, a cura di Antonio Spadaro, gesuita, direttore della Civiltà cattolica.

Il Global Times, quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese al potere, dedica grande spazio a questi eventi, con ampio uso di frasi solenni che, a parole, raccontano di apertura e dialogo con l’universo cristiano cattolico e il Vaticano. Da restare sorpresi, per chi conosca con quanta determinazione, e spesso addirittura ferocia, il governo cinese ha sempre combattuto e represso fino a ieri la Chiesa cattolica “non autorizzata”: chiese, preti e suore dipendenti appunto dal Vaticano non assoggettati all’”altra” Chiesa cattolica, quella definita “patriottica”, controllata e pilotata dall’occhio attento del Partito, che ne autorizza le pratiche di culto, nomina i vescovi e sovrintende ai contenuti delle funzioni.

IL DOCUMENTO RISERVATO DIFFUSO IN OCCIDENTE

Insomma, le “mani tese” gettate da papa Francesco verso Pechino hanno finalmente “toccato il cuore” degli oligarchi cinesi? Sembrerebbe di sì. Ma non è così. Come sempre accade quando si parla di Cina, ogni cosa, ogni gesto, ogni decisione è sempre e soltanto una delle due facce – opposte – della stessa medaglia. Sì, perché proprio mentre ci arrivano queste apparenti “buone notizie”, un documento riservato, diffuso dalle autorità del Fujian, esige da parroci e personale religioso in Cina di proibire l’ingresso in chiesa e il proselitismo ai minori; di rifiutare rapporti con cattolici stranieri; di frenare ogni slancio di evangelizzazione. La parola d’ordine di questo documento è «indipendenza», ovvero l’obbligo per i cattolici cinesi di restare «indipendenti» da qualsiasi ingerenza «di potenze straniere» – così vedono il Vaticano i governanti cinesi – e quindi fedeli alle direttive emanate del partito in tema di culto religioso.

Solo firmando questo documento, si potrà divenire parroci ed esercitare il proprio ministero, nei limiti previsti dal Partito, ovviamente

Il titolo del documento – «Lettera di impegno per i responsabili dei luoghi di culto e per le persone consacrate» – fa capire che non si tratta soltanto di una “lettera d’intenti” ma di un vero e proprio “contratto capestro” per i religiosi cattolici in Cina. Solo firmando questo documento, si potrà divenire parroci ed esercitare il proprio ministero, nei limiti previsti dal Partito, ovviamente. In caso contrario si rimarrà disoccupati e si potrà essere rispediti a casa. Lo stesso per le suore, definite, soltanto esse, «persone consacrate» (in Cina il governo non permette né concepisce la vita consacrata maschile).

OBBLIGO DI ISOLAMENTO TOTALE

Il documento da firmare dichiara, senza mezzi termini, che si deve «proibire l’ingresso in Chiesa ai minorenni» e «non organizzare corsi di formazioni» per loro. Ma non basta. In nome della pretesa «indipendenza», è fatto obbligo di «boicottare consapevolmente gli interventi degli stranieri; non contattare potenze straniere, non accogliere gli stranieri, non accettare interviste, formazioni o inviti a convegni all’estero». In altre parole, è severamente vietato condividere la fede con altri cattolici sparsi nel mondo. Obbligo di isolamento totale, per i cattolici cinesi. In attesa di “ordini superiori” (dal Partito, ovviamente). E il documento si spinge anche oltre, avvertendo che non si può cantare senza permesso; non si possono esporre (nemmeno a casa propria) «manifesti e insegne» a «fini evangelici» e non si può parlare online di argomenti religiosi.

Monsignor Guo Xijin, vescovo ausiliare di Mindong, ha recentemente ritirato la sua domanda di riconoscimento presentata al governo

In realtà il documento della contea del Fujian rivelato anche in Occidente – e che è già stato adottato anche nelle popolose provincie dell’Henan, dell’Hubei e dello Zhejiang – non stupisce più di tanto le gerarchie vaticane, tanto che monsignor Guo Xijin, vescovo ausiliare di Mindong, ha recentemente ritirato la sua domanda di riconoscimento presentata al governo: essere riconosciuto significava far morire la sua Chiesa. Dopo la forte spinta “confuciana” voluta dalla dirigenza guidata da Xi Jinping, Pechino ha messo in opera una politica di controllo totale delle religioni, tramite “assimilazione” di tutte le fedi presenti nel grande Paese che, malgrado la fortissima repressione iniziata nell’epoca maoista e proseguita senza cedimenti, sono sopravvissute fino a oggi. Cristianesimo, buddismo, confucianesimo, taoismo, islamismo: tutto deve venire disciplinato e adattato alle regole della “via cinese al socialismo”. Assimilare per reprimere, insomma.

LA REPRESSIONE DEI MUSULMANI DELLA MINORANZA UIGURA

Ma – come dimostra il documento emerso il 26 giugno – non bisogna pensare che la “burocratizzazione” delle fedi religiose escluda in Cina la più feroce repressione verso quei fedeli che si ostinano a fare di testa loro, e non accettano di diventare burattini di una finta fede controllata dal Partito. Il brutale giro di vite della Cina contro i musulmani della minoranza uigura, per esempio, non mostra segni di rallentamento nel 2019. E si estende a tutte le altre fedi: cristiani cinesi, taoisti e buddisti che non si sottomettono all’assimilazione forzata di Pechino stanno affrontando anche loro una nuova ondata di repressione. Mentre nel nostro Paese si applaudono, senza approfondire la verità, gli sbandierati accordi tra Cina e Vaticano. Accordi solo di facciata.

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