C’è chi dice no

Antonietta Demurtas
03/02/2011

Sindacalisti e imprenditori che rifiutano la candidatura.

C’è chi dice no

Sono quelli che dicono «no grazie». No alle primarie del Pd, alle candidature nelle liste per le elezioni amministrative, comunali, provinciali, regionali, sino ad arrivare alle offerte ministeriali. In un Paese nel quale candidarsi è un must, scendere in politica è un dovere al quale nessuno può sottrarsi per il ‘bene comune’, sono sempre più numerosi quelli che preferiscono declinare l’invito e rimanere cittadini semplici.
Difficile da credere in un momento in cui per un posto in Parlamento c’è chi ipoteca il proprio corpo, chi pensa che una velina per diventare ministro debba fare addirittura un anno di  ‘gavetta’ in Parlamento (così in una conversazione intercettata tra Barbara Faggioli e Nicole Minetti, consigliere regionale del Pdl in Regione Lombardia).
NON MI CANDIDO. Eppure, nella bagarre tutta italiana della politica che compila freneticamente liste di papabili, essere deputati e senatori, sindaci e amministratori regionali è un impegno al quale, a volte, è meglio rinunciare. Soprattutto quando a volerti candidare sono quei politici che in Parlamento ci stanno da anni e che per continuare a rimanerci hanno bisogno di quella famosa ‘fase di rinnovamento’, sponsorizzata coinvolgendo persone della società civile che darebbero un’idea di nuovo, come una verniciata sulle mura pasticciate dai mestieranti della politica.
La lista dei «non mi candido» è lunga e va dal presidente della Confindustria Emma Marcegaglia all’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, dal segretario generale del sindacato dei metalmeccanici della Cgil Maurizio Landini all’ex presidente della Confindustria Antonio D’Amato, dal magistrato anti-camorra Raffaele Cantone al segretario nazionale della Fiom-Cgil Giorgio Airaudo.

Meglio sindacalista che sindaco

L’ultimo a dire no è stato proprio Airaudo. L’1 febbraio 2011 in una lettera al manifesto, il sindacalista torinese ha spiegato perché dopo tanti inviti ha preferito rimanere in Fiom a lottare per i diritti dei lavoratori piuttosto che candidarsi alle primarie del centrosinistra per diventare il sindaco di Torino.
«Singole persone nelle liste non bastano da sole a fare la differenza e i lavoratori sono pronti a scegliere con la propria testa», ha scritto Airaudo, che preferisce stare sul campo, quello vero, per fare «una politica che non metta al primo posto la sua sopravvivenza, che non pensi soltanto alle carriere personali ma che guardi invece alla ricostruzione di un pensiero nuovo di sinistra in grado di decidere con i lavoratori».
DA AIRAUDO A LANDINI. Scelta condivisa anche dal suo leader, Maurizio Landini. Il segretario generale della Fiom (leggi l’articolo), corteggiato dalla sinistra radicale che dopo essersi ritrovata e riformata, si è accorta di aver bisogno di qualcuno che abbia un contatto reale con i cittadini. Antonio Di Pietro e Nichi Vendola non bastano più all’Italia dei valori e a Sinistra e libertà. Serve un leader che abbia appeal sulle masse, che sappia comunicare ma sappia anche cosa dire.
E sulle tematiche del lavoro, del precariato, della lotta operaia, chi meglio di Landini potrebbe avere presa sui cittadini? I politici l’hanno studiato a fondo in questi mesi di vertenza con la Fiat, l’hanno ascoltato nei comizi, visto in televisione, accompagnato davanti ai cancelli di Mirafiori per convincerlo a fare il salto. Ma lui alla domanda «scenderà in politica?», a Lettera43.it ha risposto: «Non ci penso neanche lontanamente, faccio il sindacalista della Fiom».

No all’impresa se è politica

A voler continuare a fare il suo lavoro è anche il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. A lungo corteggiata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Marcegaglia ha rifiutato in più occasioni l’offerta di entrare nell’esecutivo e dirigere il ministero dello Sviluppo economico che da mesi era vacante. Forse risentita per esser stata paragonata a una velina dallo stesso premier, il 27 maggio 2010 all’assemblea degli industriali, ha declinato l’offerta ministeriale e preferito battagliare sui temi dell’economia come capo dell’associazione degli imprenditori.
IN CAMPANIA I NO SONO TRASVERSALI. Più preoccupato per i propri dipendenti che per i futuri elettori, anche l’ex presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, nel 2005 ha deciso di non candidarsi con la Casa delle Libertà alla presidenza della regione Campania. L’industriale partenopeo ufficializzò la rinuncia alla candidatura offertagli dai leader della Cdl in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, secondo il quale «con D’Amato in campo», aveva detto, «si può vincere anche in Campania».
Nel 2011 a voler vincere con una personalità altrettanto rappresentativa per la Campania è stato il Pd, che ha più volte lanciato la candidatura a sindaco di Napoli del magistrato anti-camorra Raffaele Cantone, individuato come il possibile raggio di sole dopo la tempesta che aveva colpito il Pd. Per convincerlo si sono mobilitati tutti i big del partito, dal segretario Pier Luigi Bersani, al vicesegretario Enrico Letta, al capogruppo Dario Franceschini.
Persino il leader dei Modem Walter Veltroni  ha provato a raggiungere l’obiettivo, pur sapendo che il magistrato aveva già declinato l’offerta: «Non ritengo di avere la competenza di un buon amministratore», così Cantone ha motivato il suo no, «sono un magistrato e penso che ciascuno debba fare al meglio il suo mestiere».

Il rifiuto è trasversale e arriva anche al Terzo Polo

Una motivazione che non è certo la stessa che si cela dietro il no di Gabriele Albertini (leggi l’articolo), visto che lui il sindaco di Milano l’ha fatto per due mandati dal 1997 al 2006 a capo di una coalizione di centrodestra, e avrebbe potuto mettere in difficoltà la ricandidatura di Letizia Moratti. All’offerta di diventare il candidato del Terzo polo, il parlamentare europeo del Pdl ha pubblicato sul proprio sito personale una lettera di risposta inviata ai terzopolisti, Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini e Francesco Rutelli, motivando così la scelta: «Vi sono anche immensamente grato per l’altissimo onore che mi avete fatto nel propormi la candidatura a sindaco della mia città. Tuttavia, allo stato attuale, non esistono tutte quelle condizioni, che, fin dall’inizio di questo nostro dialogo e ripetutamente, vi ho rappresentato come necessarie e indispensabili perché mi senta e possa svolgere un ruolo utile e veramente efficace».
C’È CHI DICE NÌ. Ad aspettare le condizioni ideali per scendere in campo è forse anche Beppe Grillo, comico, blogger e attivista del Movimento 5 Stelle. Più volte invitato da amici e nemici a candidarsi e a metterci la faccia ha sempre risposto:no, anzi nì.
Alle primarie del Pd del 25 ottobre 2009 avrebbe voluto essere il quarto candidato dopo Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino pur non essendo iscritto al partito: «Partecipo per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di opposizione a questo Paese, per offrire un’alternativa al nulla», scrisse Grillo sul suo blog. Tutto il Pd gli chiuse la porta. «Non è una cosa seria», rispose Fassino. L’autocandidatura non è gradita.