C’è poco Di Benedetto

Redazione
27/01/2011

di Galwan Potrebbe essere un protagonista del film I bostoniani. Se non fosse che la sua biografia è fatta di...

di Galwan

Potrebbe essere un protagonista del film I bostoniani. Se non fosse che la sua biografia è fatta di vuoto cosmico.
La New England Sport Ventures, Nesv, di cui nell’operazione dell’acquisizione della associazione sportiva Roma (vai all’articolo) il signor Thomas Richard Di Benedetto è il frontman, si è già distinta per un contenzioso, tuttora pendente presso la corte dello Stato del Texas, legato alle diatribe sorte sull’acquisto del Liverpool.
Inoltre, sembra che il dominus della Nesv stessa sia John Wright Henry, il quale ha gestito, subito dopo l’acquisizione, la squadra di baseball dei Red Socks di Boston nella quale gioca Tom Di Benedetto, figlio del meno famoso Thomas padre.
Andando a spulciare nei vari motori di ricerca, infatti, solo il figliolo giocatore di baseball ha dei rimandi. Del padre, nessuna traccia.
Oggi, i Red Socks sono gestiti, per conto della Nesv, da Lawrence Lucchini, detto Larry.
I RAPPORTI CON SAKLY. Il nome di questo signore ricorre in una sentenza emessa anni orsono dalla corte dello Stato del Texas. Questa sentenza, in relazione a una truffa bancaria perpetrata da diversi personaggi, faceva anche il nome di un certo Adnan Sakli, nato in Turchia, ma cittadino statunitense.
Al contrario dei suoi coimputati, il signor Sakli venne eliminato dal processo, in quanto il procuratore distrettuale del Texas lo classificò «oggetto di interesse per la sicurezza nazionale».
Nel linguaggio giuridico statunitense, ciò significa che il signor Sakli, qualunque cosa faccia, non è perseguibile, dato che lo fa nel supremo interesse degli Usa.
I PRECEDENTI. È interessante notare come Sakli sia comparso varie volte dietro cordate fantasma che intendevano acquistare squadre di calcio italiane.
Secondo quanto risulta a Lettera43.it, tramite suoi intermediari di fiducia Sakli  era dietro Tim Burton, il perfetto sconosciuto che voleva comprare il Bari calcio nell’estate del 2009, accolto con tutti gli onori quando sbarcò a Palese e poi svanito nel nulla.
Si trovava anche dietro a un imprenditore anglo-iraniano di origine ebraica, tale Shardad Golban che, sempre nel 2009, aveva comprato il Venezia calcio, salvo poi anch’egli svanire dopo aver portato la squadra al fallimento.
Sakli era anche coinvolto in alcune operazioni poco chiare sulla Sambenedettese calcio, col faraonico programma di Arquatello, la cosiddetta Milanello marchigiana.
IL RISCHIO DI UNICREDIT. Insomma, per comprare una squadra di calcio, basta un semplice pezzo di carta denominato bank guarantee. Chissà se l’Unicredit accetterà questa garanzia cartacea? In fondo, per l’istituto non cambia nulla.
La banca italiana (che ha un credito di 150 milioni verso la famiglia Sensi) incasserebbe, dalla vendita di una quota del 51% – parte del 67% della Roma che detiene – un altro credito di circa 110 milioni.
Sborserebbe però 40 milioni per l’aumento di capitale occorrente per l’Opa sul 33% della società in mano agli azionisti terzi. E alla fine del giro di ingegneria finanziaria, il debitore non sarà più la famiglia Sensi, ormai in default, bensì la misteriosa cordata di investitori.
Illo tempore, si rifiutò Soros perché la sua operazione non era del tutto chiara.
Ora, si accetterebbe un’operazione che, in Italia, è stata già vista. Acquistare una squadra di calcio con un pezzo di carta, sulla cui validità ci sono diversi dubbi. Mai come ora, a tutti i tifosi della Roma, sentiamo di dire, in bocca al lupo.