Fra Chiesa e governo uno strappo costituzionale con risvolti sociali e politici

Francesco Peloso
27/04/2020

La Cei aveva inizialmente fatto proprie le restrizioni del lockdown, attirandosi le critiche dei settori ultra-conservatori perché troppo governativa. Lo frattura che si è consumata tra episcopato e premier difficilmente si ricomporrà senza strascichi. E potrebbe indebolire Conte e la sua maggioranza.

Fra Chiesa e governo uno strappo costituzionale con risvolti sociali e politici

Lo strappo che si è consumato fra la Chiesa italiana e il governo non è di poco conto. Il nuovo decreto della presidenza del Consiglio relativo alla cosiddetta Fase 2 della crisi scaturita dalla diffusione del Covid -19, prevedeva infatti che restasse in vigore il divieto di celebrare le messe con la partecipazione dei fedeli in tutte le chiese del Paese. Tuttavia, subito dopo la presentazione del provvedimento da parte del premier Giuseppe Conte, la Conferenza episcopale diffondeva una nota, durissima nei toni, con la quale si contestava la decisione presa «arbitrariamente», quindi si puntualizzava come al governo e al comitato tecnico-scientifico spettasse il compito di gestire la situazione dal punto di vista sanitario, ai vescovi atteneva invece la missione di organizzare la comunità cristiana.

Nella nota della Cei, d’altro canto, si parla esplicitamente di limitazioni alla libertà di culto. Il richiamo, neanche tanto velato è alla Costituzione che, all’articolo 19, afferma: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto». Ma indubbiamente il riferimento è anche al Concordato (articolo 7 della Carta) che regola i rapporti fra Chiesa e Stato stabilendo i reciproci ambiti, la reciproca autonomia e anche il terreno comune di una possibile collaborazione.

Molto si è detto della sospensione delle libertà civili a causa della pandemia, ma è un fatto che il primo vero conflitto su questo terreno si è consumato in materia di libertà religiosa con la Chiesa cattolica. È anche vero che a ridosso della nota della Cei, il governo ha fatto sapere di voler correggere la norma sulle messe mettendo a punto con un apposito «protocollo». Da parte dei vescovi fra l’altro si lamenta un metodo di procedere giudicato contraddittorio e ambiguo: nel testo del comunicato della Cei si spiega infatti che col governo era in corso un dialogo costante, ma di questo lavoro non si è tenuto conto al momento di prendere le decisioni.

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LA PASSEGGIATA DEL PAPA ALL’INIZIO DEL LOCKDOWN

La frattura probabilmente si ricomporrà in qualche modo dal punto di vista pratico, ma certo la ferita istituzionale resta anche perché è difficile pensare che la Santa Sede non fosse avvertita della reazione preparata dall’episcopato. E se è vero che lo scorso 30 marzo il papa aveva ricevuto Conte in udienza privata in Vaticano – un segno importante di apertura e sostegno al governo in un momento particolarmente critico per l’Italia alle prese con la fase più drammatica della contagio – c’era un precedente che pure doveva suonare come un campanello d’allarme a Palazzo Chigi. All’inizio del lockdown, infatti, venne annunciata in un primo momento la chiusura di tutte le chiese. Di lì a poco il papa fece la sua ormai celebre passeggiata nel centro storico della Capitale e si fermò a pregare in due chiese. La decisione fu corretta: no alle messe con i fedeli ma le chiese restano aperte per chi cerca un momento di conforto spirituale. Di fatto anche in quel caso il Vaticano sollevò, indirettamente, una questione di giurisdizione.

LE CRITICHE DEI SETTORI ULTRA-CONSERVATORI ALL’EPISCOPATO VICINA AL CONTE

È però sul terreno politico che nasce l’incomprensione più grande. La decisione di proseguire il lockdown religioso non tiene conto del fatto che la Cei ha in buona sostanza assecondato e fatto proprie le decisioni del governo, stabilendo a sua volta li divieto di svolgere celebrazioni religiose nelle settimane passate. Il che non è stato del tutto indolore. Settori ultraconservatori del cattolicesimo italiano hanno infatti criticato l’accondiscendenza ‘governativa’ della Conferenza episcopale, chiedendo – esattamente come i pastori delle chiese evangeliche filo-Trump Oltreoceano – che lo Stato non interferisse nella vita della Chiesa, pandemia o non pandemia.

Tante organizzazioni cattoliche hanno accresciuto la collaborazione con i Comuni e le Regioni per sostenere quelle fasce di popolazione escluse dall’assistenza sanitaria o in forti difficoltà economiche

Non solo: le organizzazioni storicamente impegnate nel sociale (da Caritas a Comunità di Sant’Egidio, solo per citarne due) hanno supplito in molti casi alle carenze istituzionali o hanno accresciuto la collaborazione con i Comuni e le Regioni per sostenere quelle fasce di popolazione escluse dall’assistenza sanitaria o in forti difficoltà economiche: poveri, senzatetto, anziani soli, migranti. Senza contare che più di 100 preti sono morti a causa dell’epidemia, numerose religiose, volontari che portavano soccorso in quelle residenze per anziani in cui la mortalità è stata altissima. Ce n’è abbastanza per immaginare una Cei pronta a cavalcare un cambio di maggioranza? Da questo punto di vista la Chiesa continua ad avere come bussola l’operato del presidente Sergio Mattarella, e difficilmente in condizioni tanto critiche i vescovi di discosteranno dalle indicazioni provenienti dal Quirinale; tuttavia qualcosa è certamente cambiato nei rapporti fra la Cei e il governo.  

LA CHIESA COME CUSCINETTO AGLI ISTINTI XENOFOBI E ANTISCIENTIFICI

D’altro canto la Chiesa ha pure i suoi sistemi di ‘ rilevamento’ sugli umori e le condizioni reali Paese, e i segnali che arrivano su questo fronte sono preoccupanti. In tal senso molto significativa è una recente nota di Caritas italiana che fa il punto su quanto sta avvenendo, delineando un quadro sociale allarmante. L’organizzazione rileva infatti «un aumento in media del +114% nel numero di nuove persone che si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane rispetto al periodo di pre-emergenza coronavirus». L’organizzazione ha spiegato di aver registrato «un aumento rispetto alle richieste di beni e servizi materiali – in particolare cibo e beni di prima necessità, con la distribuzione di pasti da asporto/a domicilio, sussidi e aiuti economici a supporto della spesa o del pagamento di bollette e affitti, sostegno socio-assistenziale, lavoro e alloggio». Non va poi dimenticato che in molte diocesi sono state messe a disposizione della protezione civile strutture e edifici per ospitare personale sanitario, persone in quarantena o senza dimora.  

È in tale contesto, dunque, che va valutata nel suo insieme la posizione espressa dalla Chiesa, tenendo ben presente un’opera di solidarietà attiva che in molti casi ha contribuito ad evitare la decomposizione del tessuto sociale. Inoltre, la ‘tenuta’, sia pure con qualche eccezione negativa, dell’episcopato e del cattolicesimo sociale, ha scongiurato il prevalere di istinti xenofobi nella ricerca di capri espiatori quali responsabili della pandemia e il prevalere di una religiosità irresponsabile e antiscientifica che pure qualche leader politico in Italia e nel mondo sta provando a utilizzare per i propri scopi.