Francesco Peloso

Cei, il dopo Bagnasco è pieno di incognite

Cei, il dopo Bagnasco è pieno di incognite

26 Gennaio 2017 11.09
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A maggio si conclude il secondo quinquennio di presidenza della Cei del cardinale Angelo Bagnasco e i vescovi italiani saranno chiamati a eleggere il suo successore. Non si tratta di un passaggio solo formale: gli anni a venire saranno decisivi per capire se la Chiesa italiana avrà ancora un ruolo da protagonista nell'ambito del cattolicesimo europeo e mondiale o se invece dovrà abituarsi a un ridimensionamento in linea con quanto sta accadendo in altri Paesi del continente. Non sarà dunque un momento scontato quello dell'elezione del nuovo presidente, anche perché la sintonia fra l'attuale papa e l'episcopato italiano, una buona parte di esso, soprattutto nella prima fase del pontificato, è stata poca. Tuttavia, un po' alla volta, le cose stanno cambiando.

UNA NUOVA SCALA DI PRIORITÀ. Resta il fatto che le distanze, sia di merito che caratteriali, tra Francesco e il cardinal Bagnasco non si sono mai colmate del tutto; anzi, la freddezza e una certa indifferenza hanno preso il posto dei contrasti o delle divergenze. L'arcivescovo di Genova è stato a lungo interprete di un cattolicesimo che metteva i temi bioetici sopra ogni altra cosa – dalla battaglia contro le unioni civili al rifiuto di una legge sul testamento biologico – facendone l'architrave ideologico sul quale misurare il bene comune e la tenuta etica dei politici come dei singoli cittadini. Una impostazione figlia della stagione ruiniana, conservatrice sia in ambito pubblico che nella capacità di affrontare temi di riforma interna alla Chiesa. Pur senza mettere in discussione la dottrina, papa Francesco, fin dall'inizio del pontificato, ha messo in crisi questa scala di priorità.

GLI ANNI DELLA MEDIAZIONE. Bagnasco è alla guida della Cei da un decennio, dal 2007 al 2017, un periodo caratterizzato da molti cambiamenti nel Paese, nel rapporto dell'Italia con il mondo e nella Chiesa con l'elezione di papa Francesco. Il cardinale, che veniva dall'esperienza dell'ordinariato militare, fu scelto anche come candidato di mediazione fra l'allora segretario di Stato Tarcisio Bertone e il cardinale Camillo Ruini. Bertone voleva di fatto gestire in prima persona le relazioni istituzionali, politiche e economiche con l'Italia 'espropriando' almeno in parte la Cei. La scelta di Bagnasco è dunque maturata dentro un conflitto fra segreteria di Stato e Cei che è all'origine di molti dei problemi, dei contrasti, degli scandali e dei vari vatileaks che sono seguiti negli anni successivi.

La crisi della Chiesa italiana deflagra anzi in questo decennio e si avvita intorno a scontri di potere dentro al Vaticano e fuori di esso. Emergono così, fra l'altro, le difficoltà del cattolicesimo a navigare nella transizione del post-berlusconismo e a leggere in modo originale e autonomo la crisi del Paese. Anche da questa serie di avvenimenti scaturisce l'elezione di Francesco, sostenuto in conclave da correnti diverse, ma unite dalla necessità di riformare una Curia avvolta nelle proprie diatribe interne e tutte italiane.

LA STRETTA DEL PAPA SULLA CEI. L'arrivo di Francesco ha posto all'episcopato italiano alcuni problemi di fondo. Il pontefice ha chiesto infatti alla Cei di 'diventare' come tutte le altre conferenze episcopali del mondo, di non contare su una sorta di rapporto preferenziale con il papato, di assumersi le proprie responsabilità di pastori nella vita pubblica senza avvalersi dell'appoggio della Santa Sede, per esempio sul piano politico quando si discutono determinate leggi. Francesco riportava di fatto il Vaticano entro i limiti costituzionali e cercava di chiudere gli anni delle 'ingerenze' d'Oltretevere – che generavano rigurgiti di anti-clericalismo diffuso e conflitti continui con una parte della società e dell'opinione pubblica – e chiedeva ai vescovi di fare la loro parte.

LA RIFORMA ANNACQUATA. Sul piano interno, il papa indicava ai vescovi alcune priorità. Fra queste la riduzione delle diocesi, un impegno maggiore nella formazione dei sacerdoti, una gestione oculata a livello finanziario – molte diocesi sono piene di debiti in parte dovuti a cattive e malaccorte amministrazioni –, lo scardinamento delle omertà in materia di abusi sessuali, l'elezione diretta del presidente come avviene negli altri episcopati (rinunciando alla nomina da parte del pontefice). La nomina del papa, in realtà, garantiva ai vertici della Cei un'influenza diretta in Vaticano, un gioco dietro le quinte da parte degli alti prelati più potenti, fatto di pressioni e negoziati che sfociavano poi nella decisione del pontefice. La riforma c'è stata a metà: i vescovi italiani eleggeranno una terna di candidati, ma poi a scegliere sarà il Santo Padre.

Il papa avrebbe voluto sostituire prima Bagnasco, ma lui non si è dimesso, forte di un sostegno diffuso in almeno una metà dell'episcopato italiano

Gli altri dossier vanno avanti a singhiozzo: qualcosa si muove sul piano della formazione dei sacerdoti, ma la riduzione delle diocesi rimane lontana. E tuttavia la questione è urgente: l'invecchiamento del clero – una media di età che è intorno ai 65 anni in Italia (e in alcune regioni superiore) -, la drastica diminuzione delle vocazioni, lo scarso ricambio fra decessi e nuovi arrivi (i parroci provenienti da Africa e Asia non bastano) pongono problemi di sopravvivenza alla Chiesa italiana nell'arco dei prossimi due decenni. Ruolo dei laici, delle donne, dei diaconi nella vita delle comunità e nella gestione delle singole parrocchie sono temi ancora poco trattati a livello nazionale, eppure decisivi.

IL PESO DI GALANTINO. D'altro canto, è noto che il papa avrebbe voluto sostituire prima il presidente della Cei, ma Bagnasco non si è dimesso, forte di un sostegno diffuso in almeno una metà dell'episcopato italiano. Questo fino a qualche anno fa. Poi, negli ultimi mesi, sono andati in pensione molti vescovi e il pontefice ha potuto avviare un ricambio senza clamori in decine di diocesi. Nel frattempo si è andata a delineare una situazione abbastanza paradossale per la quale il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino, di osservanza bergogliana, parlava a nome della Chiesa italiana e i suoi interventi assumevano sempre maggior peso rispetto a quelli del presidente.

CINQUE NOMI IN LIZZA. I nomi che circolano da tempo per il dopo Bagnasco sono quelli di monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, proveniente dalla Comunità di Sant'Egidio e dall'esperienza nelle periferie romane, del cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, ex segretario della Cei ai tempi di Ruini, e lo stesso Galantino – al quale però il papa dovrebbe assegnare una diocesi – che ha visto crescere le sue quotazioni. Si fa anche il nome di monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e soprattutto segretario del C9, l'organismo di nove cardinali presieduto dal pontefice che sta mettendo mano alla riforma della Curia romana. Sullo sfondo resta l'arcivescovo di Perugia, il cardinale Gualtiero Bassetti, candidato in pectore qualche hanno fa quando si credeva che la sostituzione di Bagnasco fosse cosa fatta.

La partita della presidenza della Cei s'intreccia tuttavia con altre nomine importanti: a Milano dovrebbe essere in uscita il cardinale Angelo Scola, tradizione ciellina, e a Roma si attende ormai da tempo un nuovo vicario per la diocesi, e quindi la sostituzione del cardinale Agostino Vallini. In quest'ultimo caso si è fatto il nome di un vescovo ausiliare, monsignor Angelo De Donatis, prete romano ben visto da Francesco; fra l'altro il papa non vorrebbe che il vicario di Roma fosse, in futuro, nominato cardinale.

TAPPA A MILANO E GENOVA. A marzo in ogni caso Bergoglio sarà a Milano e a maggio a Genova, in tal modo completerà le visite in quello che fu il mitico triangolo industriale insieme a Torino (dove il papa è andato in occasione dell'ostensione della Sindone) che oggi rappresenta l'incerta identità economica e sociale del Paese, fra crisi profonde e primi segni di rinascita. Inoltre, renderà omaggio a due personalità con le quali in varie occasioni non sono mancate le distanze critiche (tuttavia il rapporto con Scola è stato alla fine più forte).

L'AMAREZZA DI BAGNASCO. Bagnasco, da parte sua, non è riuscito a comprendere fino in fondo le ragioni di una distanza tanto accentuata con la Santa Sede, chiuso in un formalismo che di fatto ha bloccato per un decennio il rinnovamento della Chiesa italiana. E tuttavia una certa visione tradizionale dell'arcivescovo di Genova non è del tutto isolata nel nostro Paese come in Europa. Bagnasco è infatti stato di recente eletto alla presidenza del Consiglio delle conferenze episcopali europee, uno degli organismi che riunisce le chiese del Vecchio continente.

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