Dunque l’uso di cellulari non provoca tumori

Lo sostiene un Rapporto dell'Istituto superiore di sanità. L'utilizzo prolungato, sull'arco di 10 anni, non è associato all'aumento del rischio di ammalarsi. Ribaltate le teorie conosciute dal 2011.

07 Agosto 2019 15.51
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Contrordine ragazzi. Lo smartphone non fa così male come ci hanno sempre detto. Almeno secondo il Rapporto Istisan “Esposizione a radiofrequenze e tumori” curato da Istituto superiore di sanità, Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea. Che ha certificato come l’uso prolungato dei telefoni cellulari, su un arco di 10 anni, non sia associato all’incremento del rischio di tumori maligni (glioma) o benigni (meningioma, neuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari).

ANCHE SE IARC E SENTENZE GIURIDICHE DICONO ALTRO

Tutto il contrario di quanto si sa dal 2011 grazie allo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Onu, che aveva inserito i dispositivi nella categoria 2b (possibili cancerogeni). Nel 2012 fu anche dimostrato in laboratorio che l’esposizione alle radiofrequenze tipiche dei cellulari aumentava i casi di tumore al cervello e al cuore nei ratti maschi. A livello giuridico invece fu la Cassazione a pronunciarsi su un «ruolo almeno concausale» del telefonino nella genesi di alcuni tumori dei nervi cranici, mentre nel 2017 il tribunale di Ivrea ha condannato l’Inail a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale al dipendente di un’azienda cui era stato diagnosticato un tumore al cervello, dopo che per 15 anni aveva usato il cellulare per più di tre ore al giorno senza protezioni.

MANCANO I DATI RIFERITI ALL’INFANZIA

I dati attuali tuttavia sembrano aprire nuovi scenari. Anche se «non consentono valutazioni accurate del rischio dei tumori intracranici». Su questo tema sono in corso studi che, hanno affermato i ricercatori, «contribuiranno a chiarire le residue incertezze». Mancano però pure i dati «sugli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato durante l’infanzia».

ANALISI DEGLI STUDI PUBBLICATI NEL PERIODO 1999-2017

In base alle evidenze epidemiologiche, ha spiegato dunque il Rapporto, «l’uso del cellulare non risulta associato all’incidenza di neoplasie nelle aree più esposte alle radiofrequenze durante le chiamate vocali. La meta-analisi dei numerosi studi pubblicati nel periodo 1999-2017 non rileva, infatti, incrementi dei rischi».

STIME DI RISCHIO PIÙ NUMEROSE E PRECISE

Rispetto alla valutazione dello Iarc di otto anni prima, le stime di rischio considerate in questa meta-analisi, hanno precisato i ricercatori, «sono più numerose e più precise». Gli esperti hanno affermato inoltre nel Rapporto che «i notevoli eccessi di rischio osservati in alcuni studi non sono coerenti con l’andamento temporale dei tassi d’incidenza dei tumori cerebrali che, a quasi 30 anni dall’introduzione dei cellulari, non hanno risentito del rapido e notevole aumento della prevalenza di esposizione».

NESSUN LEGAME TRA ANTENNE RADIOTELEVISIVE E LEUCEMIA INFANTILE

Nel rapporto è stato evidenziato anche che «l’ipotesi di un’associazione tra radiofrequenze emesse da antenne radiotelevisive e incidenza di leucemia infantile, suggerita da alcune analisi di correlazione geografica, non appare confermata dagli studi epidemiologici con dati individuali e stime di esposizione basate su modelli geospaziali di propagazione».

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