Antonietta Demurtas

Ceta, cosa si può cambiare negli accordi Ue-Canada

Ceta, cosa si può cambiare negli accordi Ue-Canada

06 Settembre 2016 06.00
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da Bruxelles


Cambiare il Ceta è possibile.
Ne è convinta Maria Arena, europarlamentare socialista belga, membro della commissione Commercio internazionale, che da mesi sta combattendo non per sabotare l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada (Comprehensive economic and trade agreement, Ceta), ma «per migliorarlo», dice a Lettera43.it, perché «non possiamo farci dettare le condizioni da un Paese di 35 milioni di cittadini. L’Ue rappresenta 500 milioni di europei ed è lei che deve decidere le regole».
Una questione strettamente legata a un altro negoziato: «Se non mostriamo la nostra potenza contrattuale con il Canada, come faremo ad avere la meglio con gli Stati Uniti al momento di concludere il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti)?», si chiede Arena.
NEGOZIATO PER CINQUE ANNI. Il Ceta è stato negoziato dalla Commissione Ue per cinque anni.
Da settembre 2014 è pronto per essere approvato dal parlamento europeo e firmato dal Consiglio Ue, che ha però bisogno dell’unanimità dei 28.
Essendo poi stato definito un trattato misto, sono anche tutti i parlamenti degli Stati membri a doverlo ratificare.
Ma è proprio l’unanimità che manca, sia all’interno del Consiglio Ue, dove sinora è la Francia ad aver espresso maggiore scetticismo, sia dentro i vari partiti politici.
SOCIALISTI E DEMOCRATICI DIVISI. Nell’europarlamento, davanti a uno zoccolo duro di favorevoli formato dal Partito popolare europeo (Ppe), l’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa (Alde) e il gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) e uno di contrari rappresentato dai Verdi, dall’estrema sinistra e dall’estrema destra, sono i socialisti e democratici (S&D) a dover fare da ago della bilancia, se non fosse che tra di loro si registra la spaccatura maggiore tra chi vuole il Ceta e chi vuole rinegoziarlo.
«NON RISPETTA I CITTADINI». Per Arena a essere sbagliata oggi è l’impostazione del problema: «Noi non diciamo no al Canada, ma a un modello di accordo che non è capace di difendere i diritti e le norme europee, che rispetta più gli interessi delle multinazionali che dei cittadini. E visto che il Ttip è costruito sul modello del Ceta, è questo che dobbiamo fermare e rinegoziare per primo».


DOMANDA. La vostra posizione è stata definita retrograda, i colleghi del Partito popolare europeo vi hanno dato degli ignoranti. Come vi difendete?
RISPOSTA.
Gli ignoranti sono loro perché i problemi dell’Europa devono essere risolti dentro l’Ue. Non è grazie al Canada che supereremo la crisi economica, o facendo accordi che diminuiscono le regole europee, che cancellano il principio di precauzione e il livello di protezione sociale.
D. L’esecutivo Ue sostiene che il Ceta sia il migliore accordo possibile.
R.
Tutta propaganda. Abbiamo chiesto ai ricercatori dell’università di Ghent di analizzare il Ceta e vedere se rispetta le condizioni che il parlamento Ue ha posto alla Commissione per l’approvazione del Ttip.
D. Il risultato?
R.
Nel Ceta mancano la maggior parte delle indicazioni e delle richieste di garanzie necessarie per avere un accordo vantaggioso per l’Europa, quelle che il Rapporto Lange sul Ttip, votato a luglio 2015 dalla plenaria di Strasburgo, chiedeva di negoziare all’esecutivo Ue. Le questioni ambientali, sociali, del lavoro sono state negoziate al ribasso.
D. Che cosa è successo?
R.
Che purtroppo l’esecutivo Ue funziona ancora seguendo un modello liberale degli Anni 80/90. Non dimentichiamo poi che a negoziare il Ceta fu la Commissione Barroso, la stessa della Troika.
D. Non è quindi una questione di ignoranza, ma di visione economica differente?
R.
Sì e se la sinistra europea non difende questi principi di protezione dei diritti sociali, ambientali e dei lavoratori è destinata a scomparire. Dobbiamo garantire la qualità per tutti e rompere la logica dell’élite.
D. I negoziati con il Canada sono stati chiusi nel 2014: perché avete aspettato fino a oggi per sollevare il problema?
R.
Il Ceta mette sul tavolo una questione tutta interna all’Ue. I negoziati sono cominciati nel 2009 quando la crisi economica del 2008 stava colpendo l’Europa, e fu difficile allora per i partiti negare, soprattutto a livello nazionale, anche solo la possibilità di provare a reagire siglando un accordo commerciale.
D. Il governo italiano sostiene ancora il Ceta.
R.
Perché è riuscito a ottenere il riconoscimento dell’uso delle indicazioni geografiche (Ig) per circa 36 prodotti, ma quella dell’Italia è una vittoria a breve termine: su 1.550 Ig europee, il Canada ne riconosce appena 130 e questo numero non potrà essere rinegoziato. 
D. Ognuno guarda al suo orticello?
R.
Sì, ma questo diventerà sempre più piccolo, perché se oggi accettiamo il Ceta, domani avremo il Ttip e il modello agricolo di questi due Paesi è completamente diverso dal nostro: alla fine distruggerà il sistema delle piccole medie imprese europee e non ci saranno più Ig da tutelare.
D. Perché allora l’Europarlamentare S&D Paolo De Castro, relatore per il Ttip della commissione Agricoltura, difende il Ceta?
R.
Il suo è un approccio produttivista, più volte gli ho chiesto: ma lavori per gli italiani o gli americani? Di sicuro lavora per le grandi aziende e per un risultato immediato.
D. Meglio un uovo oggi che una gallina domani, o forse sarebbe meglio dire, meglio un voto oggi…
R.
Sicuramente in questo momento sono soprattutto le logiche elettorali a dettare l’agenda, ma sacrificare i principi a lungo termine per questioni di mercato a breve termine è un errore enorme.
D. Si può tornare indietro?
R.
Se nel pieno della crisi, nel 2009, fu difficile dire no, ora è obbligatorio difendere gli standard europei, altrimenti la struttura economica italiana, e non solo, collasserà.
D. Ma c’è qualcuno che ci guadagna da questi accordi?
R.
Di sicuro i tedeschi che insieme ai britannici hanno un modello molto simile a quello americano, almeno dal punto di vista industriale.
D. Anche in Germania e nel Regno Unito molti socialisti sono però contrari.
R.
Sì, ma sono titubanti, a parte il Labour di Jeremy Corbyn. I tedeschi aspettano il congresso prima di pronunciarsi. Qui nel gruppo europarlamentare S&D i due terzi dei francesi sono contro, e anche una decina di italiani del Pd, ma per fermare il Ceta dobbiamo essere più forti. Per ora non abbiamo i numeri per fermarlo.
D. Quali sono i punti su cui potreste trovare un asse comune e chiedere di rinegoziare il trattato?
R.
Sulla difesa dei servizi pubblici. Oggi l’accordo sulla loro liberalizzazione è stato fatto sulla base di liste negative: in pratica tutti i servizi sono liberalizzabili eccezion fatta per quelli indicati. Ma se si dimentica un settore non si può tornare indietro. E se quel settore ancora non esiste, precludiamo alle generazioni future di decidere se lo vogliono liberalizzare o no.
D. Che cosa chiedete?
R.
Le liste positive, ovvero che le disposizioni dell’accordo si applichino solo alla liberalizzazione dei settori elencati nella lista in maniera chiara. Vogliamo poi che siano i sistemi di giustizia nazionali a fare un bilancio tra l’interesse pubblico e privato, non l’Ics (Investment court system), ossia un sistema giudiziario arbitrale privato.
D. Il voto dell’europarlamento è previsto entro la fine del 2016: riuscirete a rimettere sul tavolo tutti questi punti?
R.
Sì se non si fa populismo. Noi non vogliamo dire no agli accordi di libero scambio, vogliamo solo rinegoziare un trattato vecchio, che è stato discusso nel 2009 quando c’era la crisi e i politici si sentivano l’acqua alla gola.
D. Il 28 e il 29 settembre 2016 c’è il summit Ue-Canada: anche adesso avete l’acqua alla gola.
R. Per discutere questi temi il 6 settembre l’S&D ha organizzato un convegno con il gruppo della sinistra unita (Gue) e i Verdi. Insieme faremo anche un contro summit il 19 e il 20 ottobre.
D. Una parte dell’S&D vuole staccarsi dalla Große Koalition fatta con Alde e Ppe, almeno sul Ceta?
R.
La sinistra europea sta cercando una strada comune perché ha capito che la battaglia si gioca prima di tutto qui al parlamento di Bruxelles: l’economia non può essere ridotta a una sola dimensione nazionale, ma europea.
D. Per questo avete creato il Progressive Caucus?
R.
Si tratta di un forum di dialogo che vede riuniti i parlamentari di tre gruppi politici: Gue, Verdi e S&D. Facciamo parte di famiglie poltiche diverse, ma abbiamo preoccupazioni comuni e vogliamo aprire il dialogo su alcuni temi, a partire dal Ceta e dal Ttip.
D. Sarete accusati di protezionismo europeo, di mettere a rischio il futuro occupazionale ed economico dell’Ue: siete pronti?
R.
Nel 2014 quando sono diventata europarlamentare ho ricevuto una lettera della multinazionale americana Caterpillar che chiedeva di firmare il Ceta e il Ttip in nome del commercio Ue. Oggi quell’azienda sta licenziando più di 3 mila lavoratori europei. E non è con questo tipo di accordo che veranno riassunti.


Twitter @antodem

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