Check point Magnitsky

05 Agosto 2011 05.42
Like me!

da Kiev

Sergei Magnitsky è morto il 16 novembre di due anni fa a Mosca. Consulente per il fondo di investimenti britannico Hermitage Capital Management era finito in carcere nel 2008 con l’accusa di evasione fiscale.
Sofferente di cuore, una crisi di pancreatite gli sarebbe stata fatale prima dell’inizio del processo. Questa è stata la versione ufficiale sino a qualche giorno fa, quando un rapporto del Consiglio per i diritti umani dell’amministrazione presidenziale ha stabilito che Magnitsky in realtà è stato ‘aiutato’ a morire, pestato, lasciato senza cure. Non si tratta di un semplice caso di malasanità e giustizia alla russa, ma una sorta di omicidio premeditato.
TESTIMONE SCOMODO. Già nel 2009 la vicenda aveva suscitato scalpore, soprattutto per il fatto che l’avvocato 37enne era stato sbattuto dietro le sbarre, secondo la versione di Hermitage, per aver scoperto una truffa da oltre 5 miliardi di rubli (circa 130 milioni di euro) a danno del fondo stesso e dello Stato russo.
Dietro la frode tra gli altri ci sarebbero stati anche funzionari e ufficiali corrotti. La denuncia si sarebbe trasformata così nella sua condanna a morte. Il nuovo rapporto ha preso in esame non solo i dettagli della detenzione e del presunto omicidio in carcere, ma anche i motivi per cui Magnitsky era stato messo in prigione: in sostanza vengono ritenuti responsabili della sua tragica fine sia i medici che già erano stati inquisiti per negligenza sia funzionari del ministero degli Interni, procuratori e giudici che hanno in qualche modo influenzato il caso.

Il caso accende la tensione tra Usa e Russia

Il capo del Comitato anticorruzione Kirill Kebanov ha assicurato che verrà fatto di tutto per assicurare i colpevoli alla giustizia, «anche se si tratta di ufficiali dei servizi segreti». Evgeni Arkhipov, presidente dell’associazione degli avvocati per i diritti umani, ha dichiarato che «il fatto che la vicenda Magnitsky sia trattata ora anche ai piani alti, lascia sperare che alla fine si possano davvero trovare i responsabili». «Ma temo che non saranno tutti», ha aggiunto, evidenziando come in un Paese dove la giustizia funziona a corrente alternata non ci si possa aspettare miracoli.
UN’ANOMALIA PER LA RUSSIA. Nella corrotta Russia – secondo Transparency al 154esimo posto su 178 Stati nel 2010 – è già comunque una notizia positiva che il caso Magnitsky sia stato riaperto. È certo però che se i pesci piccoli rimarranno nella rete, quelli grossi riusciranno ad approfittare dei buchi del sistema. Lo si è visto nelle vicende eclatanti come quella di Anna Politkovskaya.
Questo è però anche un destino che il giovane e pseudo-democratico Stato russo ha in comune con le solide democrazie occidentali poco corrotte dove illustri omicidi o stragi sono rimaste nell’ombra, da Olof Palme a Jfk. Senza parlare di Ustica o scomodare le teorie del complotto. Ma queste sono altre storie.
LA LISTA NERA DI WASHINGTON. Curioso è invece che l’affaire Magnitsky sia diventato il pretesto una guerra diplomatica tra Mosca e Washington con il sapore ammuffito della Guerra Fredda. Sembra che una sessantina di funzionari russi coinvolti nella vicenda siano finiti sulla lista nera del dipartimento di Stato e non possano ottenere il visto d’ingresso negli Stati Uniti.

Il Cremlino: occhio per occhio dente per dente

Un passo che ha irritato non poco il Cremlino, con il presidente Dmitri Medvedev che ha fatto sapere tramite la sua portavoce Natalia Timakova di «aver istruito il ministero degli Esteri russo perché prepari misure simili in relazione a cittadini americani. Siamo sconcertati dalla posizione del dipartimento di Stato Usa che, senza attendere la fine dell’indagine e una sentenza di un tribunale russo, ha assunto funzioni che sono atipiche. Tali misure non sono state prese neppure negli anni più difficili della Guerra Fredda».
Per ora comunque non è successo nulla e sembra che a Mosca non abbiano ricevuto ufficialmente nessuna lista. Tanto rumore per nulla? Può darsi, visto che l’annuncio della riapertura del caso può fare allentare ulteriormente la tensione. Poi saranno direttamente Medvedev e Obama a chiarirsi nel prossimo faccia a faccia programmato dopo l’estate.
LA POLITICA DEL COMPROMESSO. Si tratta in ogni caso di un episodio che mette in evidenza come con l’avvicinarsi del 2012, quando sia in Russia che negli Usa sono in calendario le elezioni presidenziali, la diplomazia dei due Paesi non perda occasione per posizionarsi sulla scacchiera dove anche le pedine apparentemente più deboli possono trasformarsi in potenti armi.
I dossier sullo scudo spaziale, Iran, Afghanistan e Wto (a Mosca aspettano ancora l’abolizione del Jackson Vanik Amendment) non possono essere risolti se non con compromessi. Per questo serve merce di scambio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *