Come sta cambiando la cura dei tumori

Chemioterapia metronomica, immuno-oncologia e terapie Car T. La ricerca sta facendo passi in avanti mettendo a punto strategie meno invasive ed efficaci. Ecco di cosa si tratta.

03 Agosto 2019 14.23
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Dall’immuno-oncologia alla chemioterapia metronomica fino all’ultima frontiera delle terapie Car T, l’Italia è ai primi posti nel mondo per ricerca e sviluppo delle cure avanzate. Attualmente, tra le prime quattro terapie avanzate approvate in Europa «ben tre sono state ideate e sviluppate nel nostro Paese», ha sottolineato Francesca Ceradini, biologa molecolare e coordinatrice scientifica dell’Osservatorio terapie avanzate, nato dall’esperienza dell’Osservatorio malattie rare con l’intento di offrire informazioni certificate in materia.

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COME FUNZIONA L’IMMUNO-ONCOLOGIA

L’immuno-oncologia, nuova disciplina che utilizza farmaci che stimolano il sistema immunitario contro il tumore, ha rivoluzionato la lotta contro la malattia. Rappresenta oggi lo standard di cura in diverse neoplasie in stadio metastatico: dal melanoma al tumore del polmone non a piccole cellule, dal linfoma di Hodgkin al carcinoma a cellule renali fino a quelli della testa e del collo e al tumore di Merkel. E sono in corso studi sulle neoplasie gastrointestinali, della vescica, del fegato, del seno, dell’esofago.

«Il microambiente caldo, infiammatorio, risponde alle terapie immuno-oncologiche perché contiene cellule del sistema immunitario, quello freddo invece sviluppa resistenza perché è privo di infiltrato linfocitario. Le strategie immediate della ricerca mirano proprio a introdurre linfociti nel microambiente freddo perché aggrediscano il tumore», spiega Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto nazionale tumori Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli. In che modo? «Rendendo più efficaci le armi a disposizione attraverso la combinazione di terapie immuno-oncologiche anche con farmaci locoregionali che vengono iniettati nel tumore per renderlo caldo».

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I PRO DELLA CHEMIOTERAPIA METRONOMICA

La chemioterapia metronomica è invece un’innovativa strategia che prevede una terapia orale, a basse dosi, con una frequenza che va dal quotidiano alle due/tre volte alla settimana. La sua efficacia è dimostrata in alcune forme di tumore al seno, del polmone, linfomi, neoplasie pediatriche e in molti casi di tumori in stadio avanzato. Secondo gli esperti, non è solo efficace, ma ha anche un profilo di bassa tossicità, è in grado di modulare la risposta immunitaria e riduce gli effetti collaterali: meno dell’1% dei pazienti in cura, infatti, presenta alopecia e la tossicità neurologica è inferiore al 5%. Recentemente l’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, ha autorizzato la piena rimborsabilità di un medicinale usato nel trattamento, con somministrazione settimanale frazionata, dei tumori solidi dell’adulto.

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La chemioterapia metronomica è invece un’innovativa strategia che prevede una terapia orale, a basse dosi, con una frequenza che va dal quotidiano alle due/tre volte alla settimana.

MENO CONTROLLI E VISITE IN OSPEDALE

«La metronomica è una chemioterapia ampiamente diffusa nella pratica clinica ma oggi, supportata da numerosi dati di letteratura, entra a pieno titolo in decine di centri oncologici», conferma Marina Cazzaniga, direttore del centro di ricerca di Fase I – Asst Monza. «Il recepimento da parte di Aifa rappresenta un enorme passo avanti». In alcune malattie come per esempio il tumore mammario avanzato, «la tollerabilità di questi regimi si conferma ottimale», aggiunge Cazzaniga, direttrice anche della International School of Metronomic Chemiotherapy. «La somministrazione di farmaci a basso dosaggio riduce sensibilmente gli effetti collaterali perché si evita di danneggiare il midollo, la mucosa intestinale e gastrica. Quasi sempre si osserva l’assenza di perdita dei capelli o la riduzione dei globuli bianchi». 
Le basse dosi impiegate nella terapia metronomica non richiedono controlli del sangue frequenti, come invece avviene nelle terapie tradizionali. La paziente si reca in ospedale solo una volta al mese per gli esami ematologici e per ritirare i farmaci. Le ricadute sul miglioramento della qualità della vita sono evidenti, oltre che sul risparmio legato ai costi indiretti e agli accessi in ospedale. Mancano purtroppo i fondi per portare avanti una ricerca duratura nel tempo.

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La terapia Car-T è una strategia immunoterapica di ultimissima generazione che utilizza particolari globuli bianchi ingegnerizzati per attivare il sistema immunitario.

LA FRONTIERA DELLA TERAPIA CAR-T

La terapia Car-T, acronimo di Chimeric Antigen Receptor T-cell, rappresenta una strategia immunoterapica di ultimissima generazione che utilizza particolari globuli bianchi, i linfociti T, ingegnerizzati per attivare il sistema immunitario. In pratica, i linfociti T del paziente vengono prelevati e successivamente geneticamente modificati in laboratorio in modo da renderli capaci di riconoscere le cellule tumorali: quando vengono restituiti al paziente entrano nel circolo sanguigno e sono in grado di riconoscere le cellule tumorali e di eliminarle attraverso l’attivazione della risposta immunitaria.

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Che il tema sia di grande attualità lo dimostra l’attenzione mostrata nelle ultime settimane. Sul valore della farmacologia innovativa i ricercatori del Cergas della Sda Bocconi, Patrizio Armeni, Francesco Costa e Claudio Jommi, hanno firmato un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore. I tre parlano di «una vera e propria rivoluzione terapeutica per molte patologie», e se al momento sono in commercio i primi prodotti, nei prossimi anni sono previsti molti lanci in quest’area». Di fronte a un investimento certo, i benefici sono più incerti perché ancora inseriti nel lungo periodo. La sfida, concludono, «è quella di una valutazione che tenga conto, in un appropriato orizzonte temporale, di tutte le dimensioni rilevanti di impatto (clinica, economica, organizzativa) per l’identificazione del valore che caratterizza tali terapie».

Tra le prime quattro terapie anti-tumorali avanzate approvate in Europa tre sono state ideate e sviluppate in Italia.

LE PERCENTUALI DI GUARIGIONE

Del tema si è parlato al convegno sul futuro dell’oncologia a Firenze lo scorso maggio e al primo workshop italiano sulla terapia cellulare Car T, a cui ha partecipato anche Carl June, il padre dell’immonoterapia anti-tumorale, una tecnica molto complessa che ha portato all’immissione in commercio di due prodotti riservati a malati con indicazioni precise, uno di Novartis e l’altro di Gilead, e che in Italia sono in fase di negoziazione con Aifa. Potrebbero beneficiarne circa 400-500 adulti e una quarantina di bambini l’anno, con percentuali di guarigione che raggiungono, secondo i risultati dei trial clinici, il 40-50%. «Abbiamo una porzione importante di pazienti che ha ottenuto una guarigione definitiva, il 40% dei bambini con leucemia linfoblastica acuta e circa il 30% degli adulti trattati per un linfoma aggressivo», ha sottolineato al workshop milanese Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e direttore del dipartimento di Onco-ematologia pediatrica, terapia cellulare e genica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. «Queste percentuali sono già importanti se si considera che sono state ottenute in pazienti che avevano fallito tutte le terapie convenzionali, compreso il trapianto di midollo da donatore».

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L’OBIETTIVO È IL CLINICAL TRIAL

Al momento, la terapia non è del tutto priva di rischi: in circa il 25% dei pazienti trattati con Car T si può verificare febbre molto alta, abbassamento della pressione, difficoltà respiratorie e insufficienza renale. La mortalità di questo trattamento è circa del 5%, dicono gli esperti. Per questo, è fondamentale muoversi tempestivamente ai primi segni di sviluppo di questa complicanza e con le terapie appropriate. Come ha anticipato il Sole 24 Ore Radiocor qualche settimana fa, è nato il Progetto Italia Car T Cells, sei gruppi di lavoro pronti a partire su altrettanti sotto-progetti: identificazione di nuovi target tumorali sia nell’ambito – oggi d’elezione – dei tumori ematologici, sia sul fronte oggi pionieristico delle neoplasie solide; validazione della ricerca su modelli animali; focus sull’efficacia delle terapie; ricerca mirata sulla sicurezza e quindi sui profili di tossicità; ottimizzazione dei processi produttivi; coordinamento sul tema della proprietà intellettuale e della copertura brevettuale. Il documento inviato alla commissione Cultura della Camera punta a creare una massa critica tra istituti di ricerca a carattere scientifico, altri istituti in prima linea sulle immunoterapie e la società privata MolMed, per sviluppare in due anni percorsi pre clinici che, se tutto andrà bene, sfoceranno in clinical trial. «I 10 milioni di euro oggi a disposizione bastano per la parte pre clinica», precisa Locatelli. «Se si passerà ai trial, bisognerà fare conti diversi». 

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