Chi abbaia in rete

Redazione
20/10/2010

Usa internet, visita diversi forum e lascia commenti sui social network. Ha un account diverso per ogni sito e, quando...

Chi abbaia in rete

Usa internet, visita diversi forum e lascia commenti sui social network. Ha un account diverso per ogni sito e, quando si registra online, inserisce senza problemi nome, mail e numero di cellulare, pensando che le informazioni siano confidenziali.
In realtà, c’è una buona probabilità che i suoi amici o i compagni di scuola frequentino gli stessi blog, conoscano lui e la sua famiglia e sappiano da dove viene.
Ma probabilmente quest’uomo non lo sa. Pensa che neppure il più potente dei motori di ricerca possa trovarlo. Crede di poter fare tutto quello che gli pare quando è online. Eppure, non è così.
Esistono fanatici internet detective bravissimi in un genere di ricerca molto particolare: la human-powered search, che si realizza proprio grazie al web. Vengono chiamati “i vigilanti della rete”. Per loro, in un certo senso, il mondo virtuale è più trasparente di quello reale.

La catena digitale: così si risolve il “caso”

Di solito funziona così: una determinata azione o considerazione viene messa sulla rete o caricata su qualche popolare social network. A volte quest’atto mette in discussione i limiti dell’etica o del senso comune: può trattarsi di una storia adultera, un atto di violenza nei confronti di un animale, il luogo di un incidente stradale da cui il responsabile è fuggito via.
E molto spesso, alquanto incautamente, è lo stesso autore del discutibile gesto a caricarlo sul proprio blog, anonimamente, mettendolo  a disposizione di una piccola cerchia di utenti.
Il pubblico, indignato, comincia a diffondere dal un forum all’altro l’informazione, l’articolo, le foto, l’account e, se possibile, anche l’indirizzo IP originale dell’autore. Quanto più i navigatori sono infuriati, tanto più si faranno avanti volontari che offriranno un “bonus” a chi troverà per primo il “ricercato”.
Così diverse persone, spesso conoscenti, cominciano ad accumulare piccole scoperte su di lui, sul suo indirizzo o sul luogo in cui sono state scattate le fotografie, secondo la sua stessa ricostruzione o incrociando gli account in diversi blog e forum.
Infine alcuni, quelli più intuitivi, mettono insieme i pezzi del puzzle: scoprono il nome vero del ricercato, il numero di telefono e ogni dettaglio per contattarlo e lo diffondono in rete.Talvolta finisce con una condanna sul web. Altre volte il “colpevole” viene affrontato di persona.
È un modo che le persone hanno per dimostrare un senso condiviso di morale e giustizia. Ma anche per intromettersi nella privacy degli altri. Basti pensare che alcune volte sono serviti solo due o tre giorni per trovare il ricercato: un sistema più efficiente dell’Interpol. Spero che tutti coloro che hanno partecipato alla ricerca l’abbiano fatto per senso di giustizia e non per curiosità o per voglia di impicciarsi dei fatti altrui.
Più di dieci anni fa qualcuno disse: sulla rete nessuno sa chi sei e che cosa fai. Ma adesso bisogna pensarci due volte. Da allora il cybermondo è cambiato totalmente e così anche il modo di utilizzare la rete. Quando il mondo reale si attorciglia sulla vita virtuale del web, è facile scoprire chi è il cane che abbaia. A meno che non abbia un alibi.