Chi Thaci acconsente

Barbara Ciolli
16/12/2010

Kosovo: chi è il premier-boss che piace all'Occidente.

 

Il braccio e la mente di un Paese fantasma costruito, nel cuore dell’Europa, sulle macerie della ex Jugoslavia grazie ai massicci introiti del traffico di armi, droga, sangue e organi illegali.
Che Hashim Thaci, il premier del Kosovo dal 17 febbraio 2008, giorno in cui ne proclamò l’indipendenza dalla Serbia, neorieletto lo scorso 12 dicembre, fosse padrone e “boss” della sua creatura era risaputo da chi, anche per poco, avesse avuto a che fare con le missioni delle organizzazioni internazionali di stanza nei Balcani (leggi l’articolo delle elezioni kosovare).
Eppure, dal conflitto del 1999 a oggi, il 42enne leader del Partito democratico del Kosovo (Pdk), formazione nazionalista albanese in cui alla fine della guerra sono confluiti i miliziani dell’Uck, che un rapporto del Consiglio d’Europa reso pubblico il 16 dicembre e anticipato dal Guardian (leggi l’articolo sui crimi di Thaci) ha descritto come capo di un «gruppo para-mafioso», è sempre rimasto a galla, anche grazie al suo ruolo di interlocutore privilegiato con Stati uniti, Onu e Unione europea.
Nel 1997 Thaci, nome di battaglia “Serpente”, era stato processato e condannato in contumacia per terrorismo dalle autorità serbe. Due anni dopo, per la Nato e gli Usa l’ex presidente del movimento studentesco dell’università di Pristina, forte di una laurea in Storia e di una specializzazione in Relazioni internazionali presa in Svizzera prima di divenire comandante dell’Uck, appariva come il mediatore più ragionevole e preparato con cui intavolare i negoziati di pace.
La stessa poltrona di primo ministro del Kosovo, di cui l’allora 31enne pupillo di Madeleine Albright, segretario di Stato americano durante l’amministrazione di Bill Clinton, si autoproclamò detentore, fu creata per il governo e il parlamento provvisori, sotto il protettorato dell’Onu e della Nato, in base alla risoluzione 1244 delle Nazioni unite.

«Il padrino della mala dell’Uck»

Dieci anni di inchieste giornalistiche hanno ricostruito come il Pdk del premier Thaci, all’indomani di un Kosovo devastato da sparatorie, bombardamenti e pulizie etniche, avesse acquisito il controllo di molte municipalità manu militari, stringendo collegamenti con la criminalità organizzata (The Observer, 29 ottobre 2000): un legame riportato anche in atti dell’Interpol e del Congresso Usa.
Nel maggio del 1999 il Washington Times scriveva come l’Uck avesse autofinanziato le sue battaglie durante la guerra interetnica con il commercio di eroina e cocaina verso l’Europa occidentale. E ancora, il 14 agosto 2000, il blog di news di politica internazionale Christian science monitor riconduceva, citando voci di corridoio dell’Onu, episodi di violenze e intimidazioni pre-elettorali alla banda di ex appartenenti dell’Uck, riconducibili al partito di Thaci.
L’International crisis group, organizzazione non governativa americana con base a Pristina, ha infine denunciato come gruppi criminali dediti a estorsioni, contrabbando e prostituzione, godessero di stretti collegamenti con gli uomini saliti al potere. Tuttavia per complessità e doti caratteriali il ritratto del “Serpente”, che il rapporto del Consiglio d’Europa (l’organizzazione paneuropea che promuove il rispetto dei diritti umani e la democrazia) ha ricordato come venisse «definito abitualmente dai servizi segreti dei Paesi della Nato il più pericoloso tra i padrini della mala dell’Uck», non si esaurisce al ruolo di brutale capo squadrista.
Nei momenti storici di svolta, Thaci ha sempre saputo ricostruirsi se non una verginità, una credibilità politica cruciale alla sua sopravvivenza. Come nel dicembre 2007, quando dopo un periodo dei negoziati Onu sfociati in un nulla di fatto, il leader del Pdk ha proclamato l’indipendenza unilaterale del Kosovo un giorno esatto dopo l’ok, il 16 febbraio 2008, della nuova  missione Ue Eulex, in sostituzione di quella Onu, istitutita per traghettare il Paese nella difficile transizione.

Diplomazia e basi militari uniche risorse legali

Eulex, priva di un mandato diretto dell’Onu, era stata unicamente legittimata dall’invito dell’allora presidente ad interim Fatmir Seidju.
Nei mesi della costituzione del Kosovo, mentre il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con il veto contrario di Russia e Cina, ribadiva in vigore la risoluzione 1244, secondo la quale il territorio kosovaro era sotto la sovranità serba, l’Ue non dettava una linea unitaria, lasciando liberi gli Stati membri di accettare o meno la nuova entità nazionale. E lasciando cavalcare il potere a Thaci.
Oggi lo Stato riconosciuto da 22 Paesi Ue, tra cui Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna, che è andato alle urne questo dicembre è un territorio grande come l’Abruzzo di circa 2,2 milioni di abitanti, senza industrie né risorse e con un tasso di disoccupazione superiore al 50%, con punte del 90% nelle aree di insediamento dell’etnia rom.
Le uniche “aziende” capaci di creare posti di lavoro, se si escludono gli ingenti traffici criminali per i quali è indagato l’establishment politico, sono Camp Bondsteel, la più grande base Usa d’Europa, aperta dagli Stati Uniti nel Kosovo, e le decine di sedi diplomatiche delle organizzazioni internazionali e dell’Ue, il cui fiume di fondi finisce sempre nelle mani dell’ubiquo Thaci.
Alla lettura del rapporto del Consiglio d’Europa, il 15 dicembre 2010 Andy Sparkles, vicecapo di Eulex che sinora ha, se non appoggiato, tollerato il governo del Kosovo, ha dichiarato di voler «esaminare attentamente» il dossier, chiedendo però «maggiori prove» al suo redattore svizzero Dick Marty.

Il braccio e la mente della clinica degli orrori

Nel rapporto, l’ex giudice elvetico ha ripreso in mano il lavoro iniziato dall’ex procuratore del tribunale dell’Aja Carla Del Ponte, che nel libro del 2008 La caccia – Io e i criminali di guerra  aveva già raccontato della sua inchiesta scaturita dai racconti da un gruppo di giornalisti ritenuti affidabili su una “casa gialla”, la famigerata yellow house al confine con l’Albania, in cui nel 1999 l’Uck internò 470 civili serbi e 200 albanesi collaborazionisti, cui furono asportati gli organi, rivenduti poi per centinaia di migliaia di euro al mercato nero.Allora
Indagini dell’Aja, accreditate da molti indizi ma prive di una prova schiacciante, si arenarono. Ma negli anni la popolazione ha continuato a parlare della clinica degli orrori, nella quale, cessato il fuoco, dopo i prigionieri di guerra sarebbero stati trasportati decine di malati psichiatrici.Ora
Ora Marty ha chiuso il cerchio, collegando gli espianti della “casa gialla” degli orrori a un’inchiesta in corso della magistratura della missione Eulex sulla clinica Medicus di Pristina, sequestrata  per trapianto illecito di organi e commercio illegale di sangue: i proprietari del centro, autorizzato a effettuare solo analisi urologiche e finanziato anche da donazioni della Germania, secondo le ricerche degli inquirenti sono risultati essere «molto vicini all’attuale premier kosovaro Hashim Thaci».
Tra gli indagati è finito anche Shaip Muja, comandante medico dell’Uck e stretto consigliere del premier, con un «ruolo centrale nel gestire le reti internazionali della compravendita di organi»: un business sempre più redditizio che dai villaggi teatro delle pulizie etniche si sarebbe progressivamente esteso a macchia d’olio su tutto il territorio, fino a trovare la sua sede centrale nella capitale Pristina.