La chiusura a ostacoli delle centrali a carbone in Italia

Otto gli impianti che dovrebbero essere spenti a fine 2025. Ma in Sardegna politica e sindacati temono per i lavoratori. Anche perché manca un piano B. Il punto. 

01 Maggio 2019 16.30
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Un lustro o poco più in Italia. E circa 10 anni in Europa. L'aspettativa di vita per le centrali elettriche a carbone è diminuita. E la fine, la cosiddetta phase out, è segnata, almeno sulla carta. Lo stop italiano entro il 31 dicembre 2025 è stato dettato lo scorso novembre dal decreto 430 del ministero dell'Ambiente (governo Lega-M5s). In linea di principio tutti d'accordo, poi sono arrivati i distinguo sempre più espliciti dioperatori, sindacati e forze politiche. A livello europeo lo spegnimento è previsto per il 2030, con un percorso a tappe stabilito dall'Accordo di Parigi del 2015 (Cop 21). Ben 195 Paesi hanno firmato per abbattare l'aumento della temperatura di due gradi e l'addio all'energia fossile è uno dei passaggi chiave.

LA MAPPA DELLE CENTRALI A CARBONE

Nel mondo la produzione di energia elettrica da carbone, stando a dati del Sole 24 Ore del 2016, rappresentava il 40% del totale ed era fornita da oltre 6 mila impianti. In Europa si scendeva al 26%. In Italia, secondo la valutazione di Assocarboni che riunisce i principali attori del settore, pur senza centrali nucleari, la quota era più bassa: il 12%.

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Nel nostro Paese le centrali a carbone sono otto. Di proprietà della A2A gli impianti di Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, e di Brescia. La prima ha due sezioni su quattro alimentate a carbone (165 e 171 Mw), la seconda un'unica sezione da 70 Mw. Appartengono a Enel spa cinque impianti: Fusina, in Veneto, composta da quattro unità da 320 Mw; La Spezia, con un'unica unità da 600 Mw; Torrevaldaliga Nord, in Lazio, operativa dal 2009: tre sezioni da 660 Mw riconvertite a carbone; Brindisi: quattro unità ciascuna da 660 Mw e in Sardegna il Grazia Deledda di Portoscuso, nel Sulcis, un tempo fondamentale per la filiera dell'alluminio tra Alcoa e Eurallumina e ora, con le fabbriche chiuse, attivo a singhiozzo. Sempre sull'Isola, ma di proprietà della Ep Produzione, un gruppo della Repubblica ceca arrivato dopo E.On ed Endesa, si trova l'impianto di Fiumesanto (Sassari), di fronte al golfo dell'Asinara, con due sezioni da 320 Mw.

TRE IMPIANTI A CARBONE CONSIDERATI ESSENZIALI

Le centrali elettriche sembrano tutte utili, qualcuna indispensabile. O meglio in gergo essenziale: nella lista delle 14 che dovranno funzionare per l'intero 2019 senza pause, con costanza, ci sono pure tre a carbone: quelle sarde e quella di Brindisi. Il distributore Terna (che ha curato la selezione) acquisterà da loro l'energia ai prezzi fissi decisi dall'Authority nazionale per l’energia e il gas. Una sorta di garanzia per il loro funzionamento: un passo avanti, insomma, e due indietro.

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SARDEGNA, LA PREOCCUPAZIONE DEI SINDACATI

E se dalla Puglia c'è la richiesta di una chiusura anticipata rispetto al 2025, con un pressing del sindaco di Brindisi Riccardo Rossi, la posizione della Sardegna è opposta. Il decreto del governo sull'addio al carbone era già stato bocciato dall'ex Giunta regionale di centrosinistra che addirittura ha presentato un ricorso al Tar. E un no ancora più forte arriva con insistenza dai sindacati. Le ragioni ufficiali sono la scarsità di tempo a disposizione per offrire un'alternativa e il mancato piano B con le rinnovabili. Ed è tempo di allarmi e proteste. «L'Isola rischia di restare al buio», è il ragionamento. «Il 70% del fabbisogno elettrico è dato dalle centrali a carbone», ha spiegato Francesco Garau della Filctem Cgil, «serve una soluzione per la transizione: il metano». La Sardegna è infatti l'unica regione italiana sprovvista (come la vicina francese Corsica). Ma il progetto del metanotto dall'Algeria, Galsi, è ormai dimenticato: restano in piedi la dorsale e un rigassificatore da costruire con approvvigionamento via nave. Sullo sfondo le industrie sarde in attesa di rilancio: tutte sono legate a doppio filo alla questione energetica e ai posti di lavoro da garantire. Basti pensare che il carbone in Sardegna veniva considerato strategico poco più di un anno fa. Al punto che il progetto per il ripartenza di Eurallumina (proprietà dei russi della Rusal) prevedeva la costruzione di una nuova centrale cogenerativa a carbone, poi stralciata da Roma ad aprile 2018. L'alternativa per una delle industrie più energivore è un vapordotto dalla centrale esistente che, però, dovrebbe appunto esser chiusa

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IL PARADOSSALE AUMENTO DEI SUSSIDI PER LE FONTI FOSSILI

Oltre alle conseguenze ambientali e le prospettive di innovazione tecnologica c'è l'aspetto dei sussidi al settore. Un tema caro ai detrattori degli idrocarburi (e trivellazioni) e alle fonti fossili (gas e, appunto, carbone). Legambiente di recente ha pubblicato un dossier sui costi e messo in evidenza come tra le promesse del governo gialloverde ci fosse il taglio dei contributi. «Nell’ultimo Piano energia e clima non è previsto nessun impegno e il tema viene trattato solo marginalmente», sottolinea l'associazione. «Per ora, il governo si è accontentato di aumentare timidamente i canoni di concessione per prospezione, ricerca ed estrazione di gas e petrolio». Il paradosso dei sussidi alle fonti fossili va oltre i confini nazionali: perché se tutti firmano per le chiusura, di fatto nel 2017 – secondo l'Agenzia internazionale dell'energia – sono stati spesi 300 miliardi di dollari, 30 milioni in più rispetto all'anno precedente. Al carbone, fanalino di coda tra i beneficiari, son andati comunque 2 miliardi di euro.

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