Cibo etno? A distanza

Daniele Lorenzetti
12/10/2010

Il Comune: almeno 150 metri tra una bottega e l'altra.

Cibo etno? A distanza

 

A Novara, per aprire un negozio di alimentari o un laboratorio artigianale “prevalentemente etnico”, d’ora in poi converrà armarsi di metro e righello. Perché un’ordinanza appena entrata in vigore, la prima del genere in Italia, chiede che i nuovi esercizi siano tenuti a debita distanza da quelli già esistenti: almeno 150 metri, o addio licenza. E così, la città tra le risaie che diede i natali al governatore Roberto Cota (il padre, pugliese, qui conobbe la futura moglie e decise di metter su casa), diventa ancora una volta un caso-scuola sul fronte delle politiche verso gli stranieri.
Qui, dove le donne che indossano il burqa già rischiano una multa fino a 500 euro, da due anni è vietato sostare in gruppo di notte nei parchi pubblici. E ora tocca ai negozi: la giunta comunale ha fissato una soglia minima di 150 metri di distanza, al di sotto della quale il Comune negherà la licenza.
L’idea è dell’assessore alla Sicurezza e segretario provinciale della Lega, Mauro Franzinelli, fedelissimo del governatore piemontese al quale portò in dote alle ultime regionali una ricca dose di voti. Franzinelli balzò all’onore delle cronache due anni fa, quando con l’allora sindaco Massimo Giordano (poi diventato assessore regionale allo Sviluppo Economico)  emanò l’ormai celebre ordinanza sui bivacchi nei parchi.
Un provvedimento da lui strenuamente difeso, sebbene nell’ultimo anno le multe siano state pari a zero. A chi lo accusa di indulgere in manzoniane grida propagandistiche, Franzinelli replica ogni volta così: «Al contrario. Il fatto che nessuno sia stato multato va ad onore dei cittadini, credo che quel provvedimento sia servito soprattutto in termini preventivi».
Trascorso qualche mese dall’ultimo blitz, quello sul burqa vietato in luoghi pubblici, l’assessore è tornato alla carica sulla questione dei negozi. Sebbene i suoi toni siano tutt’altro che incendiari: «La premessa da cui ci siamo mossi» ha spiegato a Lettera43 «è che in un paio di quartieri della città, Sant’Agabio e Stazione, vi è stato un eccessivo proliferare di negozi etnici. L’ordinanza serve proprio a evitare la ghettizzazione dovuta al concentrarsi esagerato di esercizi commerciali che diventano coaguli per le comunità straniere».

Un quartiere dove la convivenza è difficile

La pietra del supposto scandalo è da anni proprio Sant’Agabio, quartiere di artigiani e piccole imprese ad alta densità di immigrati, prima veneti e meridionali e ora in maggioranza nordafricani, ma anche ucraini e albanesi. Qui marocchini e tunisini hanno consolidato le loro attività economiche: negozi di alimentari, kebab che diventano luoghi di ritrovo per una comunità straniera che, in queste zone, tocca picchi del 13%.
A chi obietta sull’evanescenza del criterio fissato nell’ordinanza come discrimine ( i negozi devono essere “prevalentemente etnici”) l’assessore risponde deciso: «Guarderemo ai prodotti che vendono, se non sono riducibili alle tradizioni gastronomiche italiane. Ad esempio i prodotti alimentari esotici sono esclusi».
E dire che, senza andare a scomodare le origini del pomodoro e della patata, il riso in Cina si coltiva da 7000 anni, e in Padania (fertili pianure del novarese incluse) solamente da 500. Obiezioni che non scuotono tuttavia Franzinelli: «La tipologia di chi vende cibo etnico è quella riportata nelle normative commerciali». In pratica circa 35 negozi in città. L’ordinanza voluta dall’assessore fissa rigidi paletti anche sulle insegne dei negozi, che dovranno essere comprensibili o tradotte in italiano: «Ok a bar e kebab», insomma «e semaforo rosso alle scritte in arabo».
Peccato che a cadere dalle nuvole sia proprio Lesbir El Garras, presidente del centro culturale islamico che a Lettera43 ha rivelato di «non sapere assolutamente nulla dell’ordinanza. Nessuno ci ha informato, nessuno ci ha consultato». Nel maggio scorso, El Garras aveva inaugurato la nuova sede della moschea novarese all’interno della tipografia San Gaudenzio, in un’area a debita distanza dalle case ma sempre nel solito quartiere di Sant’Agabio.
«Già. La cosiddetta moschea, che in realtà è un vecchio capannone, è stata spostata soltanto di due isolati» spiega a Lettera43 Marco Parisi della Caritas Migrantes novarese « perché a molte lobby, politiche ed economiche, fa comodo tenere sempre un po’ di legna accesa sul fuoco del problema immigrazione». E il supposto “modello Novara” della legge & ordine in salsa padana? Parisi è scettico: «Il problema è che questa è una società ancora post-contadina, con la tendenza a vedere con sospetto lo straniero. Per questo servirebbero politiche di autentica integrazione. A volte anche gli stranieri tendono ad auto-ghettizzarsi. Se proprio devo scegliere in tutta questa faccenda solo la parte sulle insegne mi sembra ragionevole».
L’assessore Franzinelli, dal suo canto, esclude che le sue molteplici iniziative abbiano la minima impronta  razzista: «Con il cibo etnico non ho problemi, ho viaggiato in tutto il mondo e sono una persona internazionale. Quel che mi interessa è che il consumatore sia tutelato». Ma al cronista che gli chiede quale tipo di cucina etnica gradisca, risponde deciso: «A me? Piace solo quella italiana».