Quei trapianti sospetti nella Cina della pandemia

Marco Lupis
20/04/2020

Un intervento straordinario ha permesso di sostituire entrambi i polmoni su un malato di covid-19. Ma a marzo diverse operazioni hanno fatto riemergere l'ipotesi di un traffico di organi di condannati e prigionieri politici. Le denunce delle Ong.

Quei trapianti sospetti nella Cina della pandemia

Nel caos globale da pandemia, è passato ampiamente sotto silenzio un evento medico di portata notevole: il primo trapianto di entrambi i polmoni per un paziente infetto da Covid-19, eseguito con successo a Wuxi, nella provincia di Jiangsu nella Cina orientale.

UN INTERVENTO STRAORDINARIO

Il professore Chen Jingyu, vicepresidente dell’ospedale popolare di Wuxi, e il suo team, hanno eseguito con successo il trapianto lo scorso 2 marzo, nel corso di un innovativo intervento durato più di 5 ore, su un paziente maschio di 59 anni il quale, oltretutto, è stato tenuto sveglio per tutta la durata dell’operazione, secondo quanto riferito dal Beijing Youth Daily, quotidiano ufficiale del comitato comunista della Lega della Gioventù di Pechino. Il giornale ha fornito anche i dettagli clinici del caso: il paziente aveva sintomi evidenti di Covid-19 già il 23 gennaio e pochi giorni dopo, il 26 gennaio, in un ospedale dello Jangsu dove era stato ricoverato gli era stata diagnosticata un’insufficienza respiratoria polmonare bilaterale irreversibile. Trasferito al People’s Hospital n’5 di Wuxi, è stato sottoposto allo straordinario trapianto. Sempre secondo quanto riportato dal quotidiano cinese, l’intervento si è concluso perfettamente: i polmoni trapiantati hanno subito ripreso a funzionare bene e i suoi segni vitali si sono mantenuti stabili.

Il ritorno parziale alla normalità nella città di Guangzhou, nella provincia di Guangdong. EPA/ALEX PLAVEVSKI

IL SOSPETTO SULLA PREDAZIONE COATTA DEGLI ORGANI

Secondo le informazioni ufficiali, i polmoni sono stati donati da un paziente non locale, al quale è stata diagnosticata poco prima la morte celebrale, e trasferiti a Wuxi su un treno ad alta velocità. La rapidità nel reperimento di entrambi i polmoni in perfette condizioni – oltretutto in un periodo di caos sanitario come quello attraversato dalla Cina a causa dell’epidemia di Coronavirus – e in un Paese che conta soltanto 1,35 milioni di donatori ufficiali a fronte di una popolazione di quasi un miliardo e mezzo di persone, ha fatto sorgere il dubbio che in Cina sia ancora praticata la cosiddetta “predazione coatta di organi”. Cioè che dietro la versione ufficiale delle “donazioni”, si nasconda in realtà la pratica del prelievo degli organi dagli oppositori politici rinchiusi nelle carceri cinesi e/o in attesa della pena capitale.

LE DENUNCE DEI DISSIDENTI

Una pratica della quale la Cina è stata sospettata da decenni, accusata di gstire un vero e proprio traffico internazionale di organi, grazie alla “materia prima” proveniente dalle migliaia di condanne a morte eseguite ogni anno.

IL TRAFFICO ATTORNO AI CONDANNATI A MORTE

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, raccolsi e pubblicai la coraggiosa denuncia in proposito del più celebre tra i dissidenti cinesi, “Harry” Wu Hongda. Arrestato nel 1960, venne liberato nel 1979, dopo molti anni detenzione nei “laogai”, i campi di concentramento per gli oppositori del regime. Nel 1985 Wu riuscì a emigrare in California e poco dopo rientrò di nascosto in Cina. A Shanghai, fingendosi un ricco uomo d’affari sino-americano di Hong Kong, raccolse prove e testimonianze inconfutabili sul traffico di organi dei condannati a morte, riuscendo ad acquistare proprio un polmone, in una lussuosa clinica della città. «Il sistema è molto semplice» mi spiegò Wu quando lo incontrai. «Chi ha bisogno di un organo, soprattutto americani, giapponesi, francesi e thailandesi, va in Cina per qualche giorno, dove viene direttamente ospitato dagli ospedali interessati, in attesa che un detenuto, trattenuto nel braccio della morte, venga giustiziato. A quel punto un’organizzazione pubblica, efficientissima, trasporta l’organo prelevato fino all’ospedale, dove il paziente subisce l’intervento, paga e torna a casa».

Un uomo passeggia in uno dei famosi wet market cinesi che hanno diffuso il contagio all’uomo. EPA/ALEX PLAVEVSKI

UN VERO E PROPRIO CONTRATTO CON GARANZIE

Wu mi raccontò che il contratto prevedeva anche una speciale forma di “garanzia” per il polmone acquistato. Quale garanzia? “Che non sia appartenuto a un fumatore, naturalmente, che altro se no?” precisò lui. Il sospetto che questo allucinante traffico non appartenga al passato della Cina, come assicurato più volte nel corso degli ultimi anni dal regime di Pechino, si è riacceso dopo la notizia del doppio trapianto eseguito il 2 marzo. DAFOH, Doctors Against Forced Organ Harvesting, n’associazione internazionale che promuove i comportamenti etici nella Medicina e riunisce attivisti per i diritti umani e medici che lottano contro il prelievo forzato di organi, ha sollevato domande e sospetti fondati su almeno dieci casi di recenti trapianti in Cina.

TRAPIANTI SOSPETTI TRA L’8 E IL 10 MARZO

Sotto la lente di ingrandimento dell’associazione, infatti, oltre all’intervento di doppio trapianto di polmone dell’ospedale di Wuxi, sono finiti altri trapianti sospetti databili tra l’8 e il 10 marzo scorso. Preoccupa il perfetto funzionamento della “filiera” che ha visto la disponibilità repentina degli organi, trasportati poi per via aerea o – come si è detto – attraverso i treni ad alta velocità, con il contributo di un team del “First Affiliated Hospital” che fa capo alla Scuola di Medicina della Zhejiang University: quasi come se in Cina vi fosse la possibilità davvero unica, di reperire subito occhi, reni, cuore e altri organi; mentre nel mondo occidentale le attese sono sempre molto lunghe e purtroppo, in molti casi, addirittura vane.

DONATORI NON TRACCIABILI

Secondo Nadine Maenza, vicepresidente della United States Commission on International Religious Freedom -USCIRF (una commissione statunitense che si occupa di tutelare la libertà religiosa a livello internazionale), l’unica spiegazione è che in Cina sia ancora in funzione l’orribile pratica del prelievo coatto degli organi degli oppositori politici rinchiusi nelle carceri. Non a caso, ha fatto notare l’associazione DAFOH, molti dati di questi “misteriosi” donatori cinesi non sono facilmente tracciabili, nonostante ciò sia compito di un sistema informatico di tracciamento, il China Organ Transplant Response System – COTRS – che dovrebbe garantirne la trasparenza.

L’EMERGENZA PUÓ AIUTARE A ELUDERE I CONTROLLI

L’emergenza legata al Covid-19, insomma, potrebbe aver consentito di bypassare questi controlli in una serie, seppur limitata ma comunque gravissima, di casi, riportando di attualità una terribile pratica che si credeva relegata al recente passato della Cina.