Cosa c’è dietro l’aumento della tensione tra Cina e Filippine

Federico Giuliani
12/12/2023

L'intervento della Guardia costiera di Pechino contro alcune imbarcazioni e lo speronamento di un peschereccio sono solo gli episodi più recenti del braccio di ferro che sta infiammando il Mare Cinese Meridionale. Con gli Usa pronti a schierarsi con Manila considerata un hub strategico in chiave anti-Dragone. Lo scenario.

Cosa c’è dietro l’aumento della tensione tra Cina e Filippine

C’è un nuovo fronte caldo, anzi caldissimo, nel Mar Cinese Meridionale. Alle storiche tensioni tra la Cina e i Paesi vicini e alla questione taiwanese, si aggiunge ora il braccio di ferro, sempre più duro, tra il Dragone e le Filippine. Negli ultimi giorni, mentre i riflettori erano puntati sulle incursioni dei mezzi militari cinesi nei pressi della cosiddetta provincia ribelle, a oltre 1.600 chilometri in direzione sud-ovest si consumavano due episodi preoccupanti: l’intervento della Guardia costiera della Repubblica Popolare contro alcune imbarcazioni filippine dirette verso le secche di Scarborough e di Second Thomas – due atolli contesi, il primo situato tra il banco di Macclesfield e Luzon, il secondo nelle altrettanto contese Isole Spratly – e lo speronamento di un peschereccio filippino da parte di un pattugliatore cinese. Si allunga così la lista degli “incidenti” che da un paio di mesi a questa parte si sono moltiplicati nell’area. Immediatamente gli Stati Uniti, che possono contare sull’utilizzo di nove basi militari sul territorio filippino e che di fatto considerano Manila un importante hub strategico in chiave anti-Pechino, hanno accusato la Cina di aver interferito «nelle operazioni marittime legittime e nell’esercizio della libertà di navigazione in alto mare da parte delle navi filippine».

Gli ultimi scontri marittimi tra Cina e Filippine

La scintilla è scattata quando, il 9 dicembre, la Guardia costiera cinese ha sparato con cannoni ad acqua contro una nave dell’Ufficio filippino della pesca che stava portando rifornimenti ad alcuni pescherecci ormeggiati vicino all’atollo conteso. La task force filippina per il Mar Cinese Meridionale ha denunciato l’accaduto parlando di «manovre pericolose» e «attività aggressive», mentre per i media statali cinesi Pechino ha solo adottato semplici «misure di controllo» nei confronti di navi straniere all’interno di un’area considerata di propria pertinenza. La Cina rivendica l’assoluta sovranità su quasi l’intero Mar Cinese Meridionale, scontrandosi non solo con le Filippine, ma anche con Vietnam, Indonesia, Malesia e Brunei. E questo nonostante la Corte permanente di arbitrato dell’Aia nel 2016 abbia giudicato tali preteste legalmente nulle. Va inoltre ricordato che le Filippine, proprio in risposta alle rivendicazioni cinesi, 25 anni fecero incagliare una vecchia nave militare, la Sierra Madre al largo delle isole Spratly. Ancora oggi, questa imbarcazione – presidiata da militari – funge da avamposto permanente di Manila, una piccola area sovrana che sfida Pechino.

Cosa c'è dietro l'aumento della tensione tra Cina e Filippine
Una nave della Guardia costiera cinese in azione contro alcuni pescherecci filippini (Getty Images).

L’alleanza militare tra Washington e Manila e il Trattato di mutua difesa

C’è anche un terzo aspetto da considerare ed è forse quello che desta più preoccupazione: l’alleanza militare tra Filippine e Stati Uniti. Non è un caso che, in seguito alle prime schermaglie tra Pechino e Manila, Washington sia subito intervenuta con comunicati stampa e dichiarazioni al vetriolo. Arrivando persino a citare, lo scorso ottobre, il Trattato di mutua difesa risalente al 1951, secondo cui i due Paesi si impegnano a intervenire l’uno in sostegno dell’altro se attaccati da forze straniere. Considerando le manovre di Pechino nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale (attraverso il quale transitano ogni anno più di 3 mila miliardi di dollari di scambi marittimi), non è dunque teoricamente da escludere un intervento statunitense, anche se una simile iniziativa farebbe deragliare le relazioni tra Usa e Cina dando il via a un conflitto regionale. L’articolo 4 del trattato, tra l’altro, è piuttosto ambiguo, visto che assicura il sostegno Usa in caso di «attacchi contro le forze armate filippine, le navi e gli aerei, compresi quelli della Guardia costiera, ovunque nel Mar Cinese Meridionale», senza però fare riferimento alle aree marittime rivendicate dai cinesi, come le Isole Spratly e gli atolli Second Thomas o Scarborough. Non va infine dimenticato il recente potenziamento dell’Accordo di cooperazione rafforzata per la difesa (Edca) stipulato tra Stati Uniti e Filippine nel 2014, con cui Washington si è assicurata l’utilizzo di altre quattro nuove basi oltre le cinque già concordate: la base navale Camilo Osias e l’aeroporto di Lal-lo nella provincia di Cagayan; Camp Melchor Dela Cruz a Gamu, nella provincia di Isabela, e l’isola di Balabac, a Palawan. Non luoghi qualsiasi, visto che Cagayan e Isabela si trovano sull’isola di Luzon davanti a Taiwan, mentre Palawan è vicina alle Isole Spratly. Formalmente, le quattro nuove basi filippine servono agli Stati Uniti per effettuare operazioni umanitarie e di soccorso in caso di emergenze o disastri naturali. Manila ha inoltre ribadito che non si tratta di basi permanenti. Margini d’intervento limitati, dunque, ma che per l’amministrazione Biden rappresentano un vantaggio non da poco nel caso di un’improvvisa escalation con la Cina.