Non lasciamo soli i manifestanti di Hong Kong

Le proteste di questi giorni potrebbero risvegliare i "vicini" cinesi. Ma non solo. L'errore più grave che possiamo commettere è pensare che non riguardino anche noi.

12 Giugno 2019 16.33
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Svegliarsi la mattina e leggere un giornale. Qualunque giornale. Navigare sul web e vedere le notizie che parlano male del governo, o quelle che ne parlano bene. Volendo, buttare via il proprio tempo leggendo le teorie più strampalate di quelli che sostengono che la terra è piatta o che tutti i vaccini fanno male. Queste e tante altre tra le cosiddette “libertà fondamentali” (libertà di stampa, di espressione, di manifestare) sono cose scontate per noi italiani. Ma non lo sono in Cina. Nemmeno oggi, nemmeno nella nuova Cina superpotenza globale.

In quello stesso enorme Paese che inaugura treni-proiettile a levitazione magnetica e ponti lunghi 50 e più chilometri, che manda ormai sonde sul “lato oscuro” della Luna ed è all’avanguardia nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, nessuna espressione del pensiero, nessuna garanzia civile, nessun diritto a una difesa equa in tribunale e in pratica nessuna forma di democrazia è ancora possibile.

LA CINA HA PERSO LA FORZA DI RIBELLARSI, HONG KONG NO

Forse molti pensano che la Cina sia cambiata da quando, ai tempi di Mao, “i comunisti mangiavano i bambini” (non per ideologia, ma costretti a ricorrere al cannibalismo per via della fame causata dalle scelte sbagliate del “Grande timoniere”). Non è così. Anzi, oggi più che allora, i burocrati che continuano imperterriti a gestire in modo autoritario e assolutistico il potere attraverso il Partito comunista, forti dello sviluppo economico e della forza globale della nuova Cina, stanno stringendo il laccio attorno alla gola di quel miliardo e rotti di cinesi che, dopo essersi “abituati” a chinare il capo e a tacere di generazione in generazione, forse hanno perso dal Dna la capacità di ribellarsi a tutto questo. Ma non a Hong Kong.

L’AMORE PER LA LIBERTÀ NEL DNA DELL’EX COLONIA

I cittadini dell’ex colonia inglese – etnicamente, cinesi anche loro per il 99,9% – hanno nel Dna il gusto per la libertà. L’amore per la libera espressione del pensiero. La voglia di leggere ogni mattina giornali che non dicono solo quello che vuole il Partito, di accedere al web che non sia censurato attraverso sofisticati firewall che bloccano gli argomenti “sgraditi” al governo. La consapevolezza di avere diritto a un giudizio equo se finiscono in tribunale.

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I cittadini di Hong Kong, grazie ai 150 anni vissuti come parte del Regno Unito – pur con tutti i limiti e i difetti propri di ogni storia “coloniale” – hanno assaporato due cose che “non si mangiano”, ma delle quali, una volta provate, non si può più fare a meno: la libertà e la democrazia. Anche dopo quel primo luglio del 1997, quando Hong Kong tornò ufficialmente sotto la sovranità di Pechino. Gli inglesi riuscirono a garantire almeno mezzo secolo di libertà. Anche se non a convincere Pechino a indire un referendum per dare ai cittadini di Hong la possibilità di determinare il proprio destino. Se non altro, non li fecero precipitare da un giorno all’altro sotto l’assolutismo del Partito e l’arbitrio dei tribunali cinesi, dove i giudici scrivono le sentenze (di colpevolezza) prima del processo.

UNA PROTESTA PER RISVEGLIARE I FRATELLI “DELLA MADREPATRIA”

Per questo la protesta – disperata e commovente – che ha visto scendere in piazza oltre 1 milione di persone a Hong Kong (che ha 7 milioni di abitanti) contro il disegno di legge che consente l’estradizione in Cina è una lotta che anche noi italiani dovremmo condividere e sostenere con forza. Non solo perché la democrazia e la libertà sono cose di cui, una volta provate, non puoi più fare a meno. Ma soprattutto perché la protesta degli hongkonghesi potrebbe essere la miccia che accende finalmente una consapevolezza e che dà coraggio ai loro fratelli “della Madrepatria”. Perché si sveglino dal loro torpore e capiscano che la formula che la nuova, arrogante Cina del presidente-a-vita/neo-imperatore Xi Jinping – sviluppo e benessere al prezzo di libertà e democrazia – non è l’unica opzione. E che un futuro diverso è possibile.

La libertà non si mangia, è vero. Ma senza libertà non si respira

Non dobbiamo consentire che, subdolamente e in modo strisciante, attraverso l’imposizione di quel potere economico-finanziario che Pechino ha dimostrato di poter esercitare anche sul nostro Paese, questa formula finisca per sbarcare anche in quella parte di mondo che ha visto nascere Cesare Beccaria e Martin Luther King. E i segnali ci sono tutti, basta soffermarsi a guardare l’espandersi dei nuovi assolutismi, portati avanti talvolta secondo gli stessi principi cinesi, dagli Usa di Donald Trump ai regimi sovranisti e xenofobi che proliferano in Europa. Fino ai segnali che ci sta dando, ormai con sempre maggiore chiarezza, il governo di casa nostra. La libertà non si mangia, è vero. Ma senza libertà non si respira. E quella del benessere economico a ogni costo non può essere la strada giusta, né in Cina, né in Occidente, né in Italia.

UN MILIONE DI DAVIDE CONTRO L’INVINCIBILE GOLIA

Non lasciamo soli i cittadini di Hong Kong. Non permettiamo che la piazza di Hong Kong diventi una nuova Piazza Tienanmen. Forse loro non se ne rendono conto. E forse nemmeno noi, in Italia, da dove Hong Kong sembra così lontana. Ma quel milione di piccoli – e quasi tutti giovani – Davide che stanno scendendo in strada contro quello che sembra un invincibile Golia stanno lottando anche per la nostra libertà e il nostro futuro.

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