Cina, il Dragone arranca

Barbara Ciolli
22/08/2012

Pil, investimenti e consumi frenano

Cina, il Dragone arranca

L’ammissione è inconsueta, e probabilmente, non
indolore. In procinto di passare il testimone ai vertici del
Politburo con il congresso di ottobre, il premier cinese Wen
Jiabao ha ammesso la «grande pressione negativa»
sull’economia del Dragone per la crisi internazionale.
«Difficoltà che», ha aggiunto parlando nella regione dello
Zhejiang, cuore commerciale del Paese, «potrebbero durare ancora
un po’».
TAGLIATI I TASSI D’INTERESSE. Per tamponare
la frenata del Prodotto interno lordo (Pil) e il calo di consumi
e di investimenti interni, da giugno a luglio Pechino ha sforbiciato per due volte i tassi
d’interesse
dello 0,25%.
Poi, il 21 agosto, sulla scia dell’Eurotower di Francoforte,
la Banca popolare cinese ha iniettato liquidità agli istituti di
credito per oltre 220 miliardi di yuan (circa 34 miliardi di dollari).
Come in Europa, l’obiettivo è di ridare fiato
all’economia e alle imprese, consentendo loro di pagare
debiti e di rimettere in moto l’intero sistema, in forte
raffreddamento.

Meno export europeo e investimenti stranieri. Anche la produzione
rallenta

Gli ingranaggi dell’economia cinese sembrano essersi
ingolfati, rallentando – più che fermando – la corsa del
Dragone.
Da un lato, infatti, da gennaio a luglio gli investimenti in
infrastrutture e aziende all’estero sono marciati a un ritmo
sorprendente del +53% rispetto allo stesso semestre del 2011, con
punte del +68% in America Latina (dati del ministero del
Commercio). Ma dall’altro, il business dentro la Muraglia e
verso l’Europa si sono progressivamente raffreddati.
PIL DAL +11% AL +7,6%. A preoccupare Pechino
intanto c’è il Pil, cresciuto, nel secondo semestre del
2012, ‘solo’ del 7,6%. Un dato impressionante per il
Vecchio Continente, ma non per la Cina, che nel 2011 aveva
sfiorato il picco di crescita dell’11%.
Oltre tre punti in meno di Pil in un anno non
sono una contrazione di poco conto, specie per un Paese
emergente.
E per smorzare i contraccolpi di questa frenata, dando ossigeno
al Paese e al suo ceto medio in via di formazione, il governo
centrale ha allentato le maglie della politica monetaria, per
anni restrittiva.
CALO DI INVESTIMENTI. Da fuori, d’altronde,
un aiuto non poteva arrivare, visto che, con la crisi, gli
imprenditori stranieri hanno smesso di cavalcare le tigri
asiatiche. Nei primi sei mesi del 2012 gli investimenti esteri
nel Paese sono calati dell’8,7%, rispetto allo stesso periodo
del 2011.
Parallelamente, il ministero del Commercio di Pechino ha
registrato un «forte calo nelle esportazioni verso gli Stati
dell’Unione europea». Colpa della crisi della zona euro, di cui ancora non si vede
la fine
. E che minaccia il resto del mondo.

Calano i consumi, ma si rafforza la rete di imprese cinesi
all’estero

Così a luglio la produzione industriale cinese, in crescita del
9,2%, è rimasta per il quarto mese consecutivo sotto il 10%: uno
stallo che non si vedeva dalla grande recessione globale del 2008
(da cui Pechino uscì indenne con un programma di stimoli
all’economia per 600 miliardi di dollari).
La cartina di tornasole di questo ristagno sono stati il crollo,
nel primo trimestre del 2012, del 18% degli utili del colosso
statale del gas e del petrolio Cnooc.
Poi la flessione della domanda di oro dalla Cina (-7,5%) e dei
consumi di rame, questa estate rimasto in giacenza nei magazzini
doganali per oltre 500 mila tonnellate. Infine, il lieve calo
delle vendite al dettaglio, che, nell’ultimo mese, hanno
subito un ulteriore ridimensionamento dello 0,6%.
INFLAZIONE CALMIERATA. Un effetto positivo, nel
quadro del generale raffreddamento che preoccupa la Cina, ma
anche il mondo in cerca di una locomotiva, è l’abbassamento dell’inflazione che a
luglio era ferma (secondo i dati forniti dal governo, forse un
po’ edulcorati) all’1,8% su base annua: oltre quattro
punti percentuali in meno rispetto a luglio del 2011 (6,5%).
Il contenimento, favorito dalla regia della Banca centrale, è in
realtà un toccasana. La crescita ipertrofica del Dragone e il boom
del mattone delle megalopoli rischiavano di implodere in tensioni
sociali gravissime.
CRESCITA PIÙ SOLIDA. Arginando il gonfiarsi di
bolle speculative e limitando le perdite finanziarie per la
congiuntura internazionale, Pechino può restare a galla,
crescendo meno, ma più armonicamente di prima.
E puntando soprattutto sul boom di appalti e di imprese nei Paesi
in via di sviluppo. Non solo nel comparto energetico e
infrastrutturale, ma in piccole aziende e servizi.