Paolo Madron

Xi Jinping, le arance e quello che non abbiamo da vendergli

Xi Jinping, le arance e quello che non abbiamo da vendergli

26 Marzo 2019 08.05
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Si ironizza molto sul fatto che a Xi Jinping, venuto in Europa per fare acquisti, noi vendiamo qualche tonnellata di arance mentre i francesi aerei per una trentina di miliardi. Confronto impietoso, ma anche un po’ stucchevole. Facile ironizzare sulle capacità promozionali di un Paese quando ti ritrovi ad aver poco o niente da vendere.

Si obietterà che l’Italia va forte in settori cui i cinesi le riconoscono un dominio di creatività e gusto pressoché assoluto, ovvero la moda e il cibo, ma sono scambi che producono molta immagine e poco fatturato. Basta esserne consapevoli, e forse si finisce di strapparsi i capelli ogni volta che qualche partner europeo mette a segno colpi che noi ci sogniamo. E magari serve a capire che il più grosso affare è portare sempre più cinesi a visitare il Belpaese, sempre che facciamo le cose al meglio per accoglierli.

LA POLITICA INDUSTRIALE FRANCESE

Ma la storia è vecchia e rimonta a quelli che abbiamo sempre considerato noiosi e accademici temi di politica industriale. Sin dai tempi di Mitterand, i cugini d’Oltralpe per via del gran senso di sé vi hanno dedicato grande attenzione. E non importa che al governo vi fosse la destra e la sinistra, ovvero importa nel senso che i socialisti tendevano a rinazionalizzare ciò che i gollisti e la destra avevano privatizzato. Ma pubblica o privata che fosse, la strategia per la costruzione di un sistema industriale competitivo a livello mondiale non cambiava. L’obiettivo era quella di creare anche con una politica di aggregazioni molto spinte dei campioni nazionali in grado di battersi per la leadership nel settore di appartenenza. E purtroppo per noi, quei settori erano ad altissima intensità di capitale: energia, chimica, difesa, logistica, infrastrutture e finanza. Insomma, il fatto che i francesi abbiano Airbus che se la battono alla pari con gli americani (tra l’altro ora sotto schiaffo per gli incidenti dei Boeing 737) non è casuale. Parigi ha sempre perseguito una politica industriale che potesse recitare un ruolo di primo piano nell’economia globalizzata.

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PERCHÉ L'ITALIA È UN TERRENO DI CONQUISTA

Si obietterà tuttavia che noi non siamo solo moda e spaghetti, ma che abbiamo una piccola e media industria forti a tal punto da essere alle spalle della Germania la manifattura più forte. E infatti siamo leader mondiale in una serie di prodotti di nicchia che coprono i settori più disparati, dalla meccanica di precisione alle macchine utensili, dai filtri per il te ai tubi da giardino. Ma sono prodotti a bassa intensità di capitale, imparagonabili a quei sistemi Paese in grado di vendere treni, aerei e centrali nucleari. E che proprio per questo fanno dell’Italia terreno di conquista per consolidare la loro supremazia, francesi in testa la cui sempre più numerosa lista di acquisti italiani vanta aziende blasonate un tempo punta di diamante della nostra economia. E sono sempre i francesi, guarda caso, che adesso hanno messo nel mirino il gruppo industriale simbolo, ovvero la Fiat, che Peugeot ma sarebbe meglio dire il suo vulcanico e geniale ad Carlos Tavares si è messo in testa si comprare nonostante la riluttanza di Torino. L’alternativa alla soluzione francese? Ma i cinesi, naturalmente.

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