La pax cinese ha un prezzo: siamo disposti a pagarlo?

L'obiettivo di Pechino è imporre un nuovo ordine economico di cui essere il supremo garante. Ma con investimenti e scambi commerciali il modello prevede anche una importante rinuncia.

08 Agosto 2019 16.17
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Uno schiaffo in faccia a Donald Trump. Questo è stato il significato – nemmeno troppo nascosto – della decisione della Cina di svalutare di colpo, e addirittura del 7%, la sua moneta, lo yuan. L’inasprimento della guerra commerciale ed economica tra le due super potenze , in corso ormai da lungo tempo, rende sempre più lontana, non dico la firma di un “trattato di pace”, ma anche quella di un semplice “armistizio”. Sì, perché questa risposta alle ultime decisioni americane di imporre ulteriori dazi all’importazione di prodotti cinesi non poteva essere più decisa, più provocatoria. Una svalutazione di questa portata, infatti, significa per il gigante cinese aumentare improvvisamente, e su una scala considerevole, l’aggressività internazionale sul mercato delle proprie esportazioni: le merci prodotte in Cina, insomma, costeranno ancora meno e rischieranno di infliggere un colpo forse mortale a molte economie del Pianeta. Una concorrenza sleale, alimentata dalla Cina svalutando artificialmente la propria valuta contro il dollaro.

Come se questa “rappresaglia” non fosse sufficiente, Pechino ha aggiunto al tavolo su cui si gioca il braccio di ferro commerciale con gli Usa anche la decisione di bloccare completamente l’importazione di prodotti agricoli provenienti dagli Stati Uniti da parte delle aziende statali. Che in Cina sono praticamente tutte. Siamo quindi di fronte a una escalation del durissimo confronto commerciale Usa-Cina, perché da oggi la guerra tra le due superpotenze cresce di livello e da guerra commerciale diventa anche guerra valutaria. Tanto che, per la prima volta, il Tesoro americano è intervenuto pubblicamente e ufficialmente presso il Fondo Monetario Internazionale, chiedendo sanzioni durissime contro la Cina, accusata di «manipolazione fraudolenta del mercato valutario» allo scopo di «ottenere ingiusti vantaggi competitivi nel commercio internazionale».

LA GUERRA VALUTARIA E LE TENSIONI MILITARI

Le conseguenze sul piano mondiale non si sono fatte attendere: Borse di tutto il mondo a picco, criptovalute in discesa libera e corsa forsennata dei mercati ai soliti beni-rifugio, come l’oro. E a questo scenario, già di per sé inquietante, si è adesso aggiunto anche lo spettro militare: una nuova corsa agli armamenti in piena regola, con l’Asia al centro del confronto, e Usa e Cina protagonisti da fronti opposti. Di recente Il nuovo capo del Pentagono, Mark Esper, ha annunciato che gli Stati Uniti intendono schierare rapidamente nuovi missili in Asia, se possibile nei prossimi mesi. L’’obiettivo è chiarissimo: contrastare l’ascesa della Cina nella regione.

LA MINACCIA DI PECHINO AI VICINI

Per installare le nuove basi missilistiche Washington punta sugli alleati, o presunti tali, nell’area asiatica. L’Australia, prima di tutto, dove proprio Esper è andato nei giorni scorsi per un vertice bilaterale sulla sicurezza nella Regione. Del resto Canberra vive da tempo con grande preoccupazione l’ascesa dell’ingombrante “vicino” cinese, e sta provando a contenerne il sempre maggiore peso geopolitico fin “sotto casa”, ovvero, per esempio, nell’Arcipelago delle Salomone, che pare stia per chiudere i suoi ormai storici rapporti diplomatici con l’odiata (dai cinesi) Taiwan per aprirli con la Cina. Pechino, da parte sua, per bocca del direttore generale del dipartimento per il controllo degli armamenti del ministero degli Esteri cinese, Fu Cong, ha subito minacciato «dure contromisure» se gli Stati Uniti dispiegheranno missili a medio raggio in Asia, con un severo monito agli alleati di Washington: se autorizzeranno l’installazione di basi missilistiche americane sul loro territorio, «ci saranno gravi ripercussioni».

Pechino sa di poter contare su risorse quasi inesauribili, formatesi in decenni di totale assenza di ogni minima regola democratica o di mercato

Pechino, dunque, accelera la sua strategia aggressiva globale, aumenta il passo e alza l’asticella dello scontro frontale con gli Usa e con le economie occidentali del mondo, lungi dall’arretrare di un millimetro di fronte al muso duro di Trump e dei suoi alleati. Sa di poter contare su risorse pressoché imbattibili e quasi inesauribili. Formatesi in decenni di totale assenza di ogni sia pur minima regola democratica o di mercato. E sull’egemonia ormai “blindata” nell’area asiatica. Una strategia, quella della Cina, che dopo essersi “comprata l’Africa, pezzo dopo pezzo”, ha un obiettivo molto chiaro: diventare il più grande impero commerciale del mondo e riuscire a siglare una nuova “pax cinese” universale. In altre parole, un nuovo ordine mondiale. Che non ribalti necessariamente quello voluto da Washington all’indomani della Seconda guerra mondiale, ma che riconosca nella Cina il supremo garante. Con il fine ultimo che tutto il mondo adotti standard, tecnologie e, soprattutto, ideologie cinesi. In ogni campo.

INVESTIMENTI E SCAMBI COMMERCIALI NON SONO GRATIS

Il rischio concreto è che, insieme agli investimenti, alle opportunità economiche, agli scambi commerciali, ci troveremo costretti ad accettare anche un bel “pacchetto regalo”, con dentro il nuovo “modello cinese”: benessere diffuso al prezzo della democrazia e dei diritti fondamentali.

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