Cecilia Attanasio Ghezzi

L'invasione silenziosa delle spie cinesi

L’invasione silenziosa delle spie cinesi

26 Marzo 2018 10.00
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Di spie cinesi non si parla quasi mai. Siamo troppo appassionati dai rigurgiti di Guerra fredda che seguono le denunce statunitensi e britanniche sulle attività dell'intelligence russa per accorgerci dei piccoli sommovimenti che, comunque, sono in atto. Sui russi abbiamo un immaginario di decenni di spy story e B movie, una conoscenza sicuramente superficiale ma che ci permette di orientarci. Sui cinesi, invece poco e niente. Eppure i loro uomini si stanno infiltrando nei governi occidentali, in maniera più lenta, subdola ed efficace.

CONOSCERE IL PROPRIO NEMICO. D'altronde il Partito comunista è nato in clandestinità ed era maestro nelle attività di spionaggio ancor prima di prendere il potere. Si dice che Mao Zedong venisse a conoscenza dei piani di battaglia di Chiang Kai-shek ancora prima dei suoi generali. L'attività di intelligence è strutturale nell'elica del dna della Repubblica popolare cinese, e i suoi geni vengono da molto lontano. Un intero capitolo del primo e più celebre manuale di strategia militare cinese (Sunzi, L'arte della guerra, Giunti 2017) è dedicato all'argomento: conoscere il proprio nemico è il primo passo per sopraffarlo. Dunque oggi bisognerebbe prestargli più attenzione, perché agisce in maniera completamente differente da quello che ci aspetteremo.

PAESE CHE VAI, SPIONAGGIO CHE TROVI. «Mettiamo come obiettivo una spiaggia», spiega un'analista del Fbi a David Wise, autore di Tiger Trap: America’s Secret Spy War with China (Houghton Mifflin Harcourt, 2011). «I russi ci manderebbero un sottomarino e i loro sommozzatori con il favore della notte riempirebbero secchi di sabbia e li riporterebbero a Mosca. Gli Usa userebbero un satellite per collezionare milioni di informazioni. E la Cina? La Cina ci manderebbe migliaia di turisti, ognuno con il compito di raccogliere un granello di sabbia. Al loro ritorno dovrebbero solo scrollare gli asciugamani, e alla fine Pechino conoscerebbe la sabbia di quella spiaggia molto meglio di ogni altro».

Il 15 gennaio del 2018, Jerry Chun Shing Lee è stato arrestato all'aeroporto di New York. Il 53enne con passaporto americano lavorava da oltre 20 mesi a Hong Kong da Christie’s, nel reparto sicurezza. Nessuna traccia della sua identità sul web, nemmeno sotto il nome di Zhen Cheng Li, come altrimenti si faceva chiamare. Poi si è scoperto che aveva lavorato per la Cia dal 1994 al 2007, e che era stato interrogato dall'Fbi nel 2012 che lo aveva trovato in possesso di due taccuini con i veri nomi e recapiti telefonici di agenti Usa sotto copertura e altre informazioni cosiddette classificate. Inspiegabilmente quella volta non l'avevano arrestato. Si pensa che nel frattempo si sia venduto all'intelligence cinese e non è chiaro cosa lo abbia spinto a tornare su suolo americano, ma oggi rischia 10 anni per possesso illegale di informazioni relative alla Difesa.

SMANTELLATA LA CIA IN CINA. Non è stato formalmente accusato, ma quando sono uscite queste informazioni tutti hanno pensato a uno scoop che il New York Times aveva fatto appena sei mesi prima. Tra la fine del 2010 e il 2012 il governo cinese avrebbe smantellato la rete sotto copertura della Cia sul suo territorio. Le fonti del quotidiano statunitense gli hanno riferito di 18-20 agenti americani uccisi o imprigionati. A uno di loro avrebbero sparato proprio nel cortile di un edificio governativo, mentre era con i suoi colleghi. Il messaggio per i collaboratori di Washington non sarebbe potuto essere più chiaro: qualcuno aveva tradito e la loro attività era allo scoperto.

Negli Usa sono attivi circa 25 mila spie cinesi e 15 mila reclutatori. E nel 2012 l'intellingence cinese è passata da una modalità passiva a una modalità attiva

Più o meno nello stesso periodo, precisamente a luglio del 2017, il giornalista specializzato sul Pentagono e la sicurezza nazionale Bill Gertz faceva uscire su Washington Free Beacon una lunga intervista a Guo Wengui, il miliardario cinese che è fuggito in Usa nel 2015 e che da allora ha chiesto asilo negli Stati Uniti ed è diventato membro dell’esclusivo resort Mar-a-Lago del presidente Donald Trump. Guo, che in Cina aveva fatto affari grazie alle informazioni riservate che gli passava l'ex viceministro della sicurezza Ma Jian, nel frattempo caduto nelle maglie della campagna anticorruzione cinese, sosteneva che negli Usa erano attivi circa 25 mila spie cinesi e 15 mila reclutatori. E che nel 2012 l'intellingence cinese negli Stati Uniti era passata da una modalità passiva a una modalità attiva.

25 MILA SPIE IN USA. A suo dire gli agenti sotto copertura cinesi «sono sì studenti, uomini d'affari e migranti semplici». Ma in larga parte è gente «che si trovava già sul territorio Usa». Stando alle sue parole il governo cinese spenderebbe tra i 3 e i 4 miliardi all'anno e approfitterebbe della scarsa conoscenza della Cina che hanno i servizi segreti esteri. «Voi non sapete quali organizzazioni cinesi mandano le spie, come le organizzano e con quali scopi», dice. «Gli Stati Uniti guardano al mondo delle spie attraverso una prospettiva legalista per questo non riescono a capire i metodi cinesi». E ancora racconta che le priorità sono sì raccogliere informazioni sulla tecnologia militare e penetrare la rete internet, ma soprattutto comprare funzionari e famigliari delle élite politiche e del mondo degli affari perché si muovano affinché gli accordi tra terze parti siano sempre favorevoli alla Cina. Le sue parole non sono mai state smentite, né da parte cinese, né da parte americana.

Una serie di ricerche conferma che la Repubblica popolare si serve di un gran numero di spie a basso costo, adescando persone anche su Facebook e Linkedin. Lo studio più esteso in questo senso è probabilmente quello condotto dall'agenzia di intelligence tedesca Bfv. Il loro caso studio per eccellenza è quello di Lily Wu, membro di un think tank cinese capace di creare sinergie con politici e uomini d'affari tedeschi. Prometteva contratti di consulenza e raccoglieva informazioni. Aveva un solo punto debole: il suo profilo online non corrispondeva a nessuna persona reale. Ma forse i casi che destano più clamore sono quelli di Canada, Australia e Nuova Zelanda, dove recentemente si sono dimostrati diversi tentativi da parte cinese di comprare influenza presso politici, università e think tank affinché siano questi ultimi a sponsorizzare i loro interessi.

INVASIONE SILENZIOSA. Clive Hamilton, professore di Etica pubblica dell'università Charles Sturt di Sidney, ha denunciato tutto ciò che ha visto accadenere nel suo Paese in un libro che, dopo diversi rifiuti, sarà finalmente pubblicato il 20 marzo: Silent Invasion: How China is Turning Australia into a Puppet State. Per Hamilton, i due maggiori partiti australiani sono ormai «gravemente compromessi» perché riceverebbero così tanti fondi da Pechino che devono essergli fedeli. Ci sarebbero poi i gruppi nazionalisti a favore del governo cinese che avrebbero «preso il completo controllo» della comunità cinese australiana e gli scienziati, ormai guidati nel loro campo di ricerca solo dai fondi cinesi. Complicato dunque distinguere, il soft power dall'intelligence, gli affari dal condizionamento politico se c'è di mezzo la Cina. Quello che è certo è che la Repubblica popolare è attiva su tutti questi fronti. E cela con discrezione quello che i russi mostrano con tracotanza.

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