La storia di Tsingtao, la birra cinese nei guai per un caso di pipì

Federico Giuliani
28/10/2023

Un video di un operaio che urina nel serbatoio del birrificio ha fatto crollare il titolo in Borsa da 81 a 75 yuan. L'azienda ha registrato un fatturato di 2,96 miliardi di dollari nei primi sei mesi dell'anno, in crescita del 12 per cento. E nel 2022 il Dragone ha esportato "bionde" per 327 milioni di dollari. Ora lo scandalo può frenare l'avanzata del colosso.

La storia di Tsingtao, la birra cinese nei guai per un caso di pipì

Produce la birra cinese più conosciuta al mondo, vanta oltre 100 anni di storia e radici europee. Tsingtao Brewery è finita però nei guai per colpa di un video diffuso sul web. In un breve filmato che ha totalizzato milioni di visualizzazioni si intravede un individuo, presumibilmente un operaio dello stabilimento Tsingtao della città cinese di Pingdu, urinare in un serbatoio contenente gli ingredienti utilizzati per produrre la bevanda. L’azienda ha subito segnalato quanto accaduto alle autorità, salvo poi affermare che il lotto “incriminato” era sigillato e che la sua integrità era garantita. In un secondo momento, la stessa società ha sottolineato che l’urinatore misterioso e l’autore della clip non erano dipendenti di Tsingtao. Il mistero resta irrisolto, in attesa di ulteriori chiarimenti utili a salvaguardare l’immagine del gruppo, le cui azioni in Borsa sono crollate da 81 a 75 yuan (da 10,45 a 9,67 euro) prima di stabilizzarsi.

Una storia iniziata nel 1903 grazie ai tedeschi

Il nome Tsingtao è la traslitterazione di Qingdao, città cinese situata nella provincia dello Shandong. È qui che, nel 1903, è nata l’azienda che sarebbe arrivata a controllare il 15 per cento della quota del mercato interno cinese della birra e la metà delle esportazioni nazionali della stessa bevanda made in China. Agli inizi del XX secolo, la Germania controllava la baia di Kiao-Ciao, un’area di oltre 550 chilometri quadrati incastonata nella costa meridionale cinese, con capitale, appunto, Qingdao. In quel periodo, i tedeschi pensarono bene di sfruttare la loro colonia asiatica per produrre birra. Portarono oltre la Muraglia il luppolo dall’Europa e costruirono in loco un birrificio, puntando sulle sorgenti d’acqua locali provenienti dal vicino monte Laoshan.

La storia di Tsingtao, la birra cinese nei guai per un caso di pipì
La Tsingtao è venduta in oltre 120 Paesi del mondo (Getty).

L’azienda è stata privatizzata all’inizio degli Anni 90

Fu così che nell’agosto del 1903 nacque la Germania Brewery, di proprietà della Anglo-German Brewery Company, società anglo-tedesca con sede a Hong Kong che mise in vendita le prime birre “cinesi” il 22 dicembre dello stesso anno. In seguito allo scoppio della Prima guerra mondiale, e complice l’avanzata del Giappone in territorio cinese, il birrificio finì sotto il controllo dell’Impero nipponico. Il passaggio nelle mani dello Stato cinese, prima nazionalista poi comunista, avvenne invece al termine della Seconda guerra mondiale. L’azienda è stata quindi privatizzata all’inizio degli Anni 90, mentre nel 1993 si è fusa con altri tre birrifici di Qingdao dando vita alla Tsingtao Brewery Company Limited, che nel 1993 è diventata la prima azienda cinese quotata alla Borsa di Hong Kong.

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Un operaio della Tsingtao controlla una bottiglia di birra (Getty).

Il “Festival della birra di Qingdao”, l’Oktoberfest asiatico

Il logo presente sulle etichette Tsingtao coincide con il padiglione Huilan, uno dei siti architettonici più iconici di Qingdao, a conferma dell’importanza della bevanda per l’intera città. Prima dell’avvento del Covid, non a caso, da queste parti andava in scena il “Festival della birra di Qingdao”, una sorta di Oktoberfest asiatico con più di 1.300 tipi di birra provenienti da oltre 30 Paesi e regioni diverse. Al netto del valore culturale di questo prodotto, dando uno sguardo ai numeri scopriamo come, nel 2016, Tsingtao risultasse essere la seconda birra più consumata globalmente con una quota pari al 2,8 per cento. Anche se a livello nazionale la birra cinese più venduta è la Snow di Shenyang (a sua volta, proprio come Tsingtao, dotata di radici coloniali essendo stata fondata dai giapponesi durante la loro occupazione della Manciuria), la bevanda di Qingdao risulta essere la più famosa. Non a caso, è venduta in oltre 120 Paesi del mondo e rappresenta oltre il 50 per cento delle esportazioni estere di birre cinesi.

La storia di Tsingtao, la birra cinese nei guai per un caso di pipì
Una vecchia pubblicità della Tsingtao (Getty).

L’industria cinese della birra è quella in più rapida crescita al mondo

Ricordiamo che la Cina nel 2022 ha esportato birra per un valore complessivo di 327 milioni di dollari, in crescita rispetto ai 279 milioni dell’anno precedente. Sempre nel 2022, le vendite del birrificio Tsingtao hanno toccato quota 8,07 milioni di kilolitri, in aumento rispetto ai 7,93 kilolitri del 2021. Considerando che l’industria cinese della birra è quella in più rapida crescita al mondo, con un fatturato totale che dovrebbe raggiungere i 131,5 miliardi di dollari entro la fine del 2023, si capisce perché lo scandalo del video Tsingtao rischia di compromettere l’avanzata silenziosa del colosso di Qingdao. Che, per altro, nei primi sei mesi dell’anno corrente ha registrato un fatturato di 21,6 miliardi di yuan (2,96 miliardi di dollari), in crescita del 12 per cento su base annua, vendendo 5,02 milioni di chilolitri di birra, in crescita del 6,5 per cento.

La storia di Tsingtao, la birra cinese nei guai per un caso di pipì
Operai della Tsingtao al lavoro (Getty).