Perché un accordo tra Cina e Usa sui dazi è ancora lontano

09 Febbraio 2019 15.50
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Le ultime negoziazioni sul commercio, anche se non c’è stata alcuna firma, hanno visto Stati Uniti e Cina muovere timidi passi avanti. Un successo tattico per Washington, in virtù del quale Pechino vuole indulgere le richieste di Donald Trump affinché il presidente possa dare in pasto ai suoi sostenitori dei risultati concreti. Ma fino a che punto si tratta di un cedimento da parte della Cina? L’incontro fra Trump ed il vice presidente cinese Liu He ha portato a dei risultati tangibili per evitare che dal primo marzo i dazi imposti dagli Stati Uniti su prodotti cinesi – per un valore di 200 miliardi di dollari – crescano dal 10% al 25%. Il passo in avanti più concreto è stato fatto sulla soia. La Cina è di gran lunga il maggior importatore mondiale di semi di soia e l’accordo di fine gennaio si è concluso con la promessa di comprarne altre 5 milioni di tonnellate. Inoltre, la Cina ha accettato di aumentare l’acquisto di prodotti agricoli, del manifatturiero e servizi americani.

LA STESURA DELLA BOZZA È SOLO AGLI INIZI

Si può dunque parlare di un progresso fra i due contendenti nella misura in cui questo accordo agevola un’atmosfera diplomatica più distesa, mentre va nella direzione di diminuire quel deficit commerciale Usa verso la Cina che nel 2018 si approssimava a 400 miliardi di dollari. Trump lo ha definito il «più grande accordo mai raggiunto» e l’agenzia governativa cinese Xinhua News ha parlato di patti «sinceri, specifici e fruttuosi». Dall’altra parte, però, il Rappresentante per il Commercio Usa – di fatto l’ambasciatore presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio – non ha pubblicato una lista di impegni chiari per quanto riguarda interventi strutturali quali la riforma del mercato domestico cinese, il trasferimento forzato delle tecnologie per imprese che investono in Cina – su cui Pechino sta cercando di cambiare la legislazione fra lo scetticismo generale – e la proprietà intellettuale. Inoltre, la stesura di una bozza sugli accordi da raggiungere da qui a marzo è ancora agli inizi.

Al di là di quanto accaduto a fine gennaio, alla base della tensioni fra Stati Uniti e Cina c’è l’opposizione americana al modello capitalista cinese. Pechino non intende rimuovere il vincolo fra Stato e industrie strategiche quali quelle dell’innovazione e le tecnologie avanzate. Questo è il vero pomo della discordia. Così facendo la Cina minaccia la competitività dei settori come quelli della Silicon Valley che consentono agli Usa il primato economico mondiale. Sin da quando Barack Obama promuoveva il Partenariato Trans-Pacifico e ostacolava la partecipazione di aziende statali nel commercio Asiatico-Pacifico, gli Stati Uniti hanno tentato di mantenere un mix di apertura geo-economica dello spazio globale – che tanta fortuna ha portato alle aziende americane leader mondiale nei loro rispettivi settori – e primato geopolitico necessario a imporre la legalità internazionale favorevole alle proprie industrie. Sebbene le sanzioni dell’Amministrazione Trump appaiano tatticamente molto più conflittuali rispetto alla Tpp e siano la causa di scontri diplomatici, l’obiettivo strategico rimane lo stesso.

I DUE VOLTI DELLA CINA PER GLI STATI UNITI

Sanzionare la Cina è un metodo per imporre la disciplina del libero mercato contro il capitalismo cinese che resta la vera forza dei muscoli geopolitici di Pechino. Insomma, stimolando una riforma interna al mercato cinese si cerca di portare Pechino sul terreno della libera competizione. È all’interno di questo quadro che vanno lette le tensioni del caso Huawei e, più in generale, della questione dei furti tecnologici, ma anche dello spionaggio nella Silicon Valley che oggi viene descritta come una tana di 007 moderni con il colletto bianco. Ma in questa battaglia diplomatico-economica giocata dentro l’Organizzazione Mondiale del Commercio e i summit bilaterali, le agende di entrambi i governi sono sostenute da crescenti bilanci militari, un ritorno al territorialismo novecentesco da parte della Cina nel Mare del Sud e il ritiro dal trattato per i missili nucleari a raggio intermedio da parte degli Usa.

Le tariffe aumenteranno a meno che Stati Uniti e Cina raggiungano un risultato soddisfacente entro il primo marzo 2019

Il vantaggio, però, sembra tutto per Pechino, che solo deve temere la propria crescita interna. Gli Stati Uniti soffrono i limiti strutturali della grande strategia americana, che si basa su una coesistenza di apertura del mercato globale e superiorità militare nazionale. La conseguenza di tale criterio è stata quella di trasformare la Cina in miglior amico e peggior nemico allo stesso tempo, al punto che Washington, come sottolineato dallo stratega Edward Luttwack, deve adottare tre diverse politiche estere verso la Cina: quelle di Tesoro, Difesa e Stato. Mentre bisogna assecondare gli indispensabili scambi commerciali con e gli investimenti di Pechino, dall’altra si tenta di evitare che l’accumulazione di tanta ricchezza si trasformi in una minaccia militare. Questo è un dilemma tanto per la Silicon Valley quanto per il governo di Washington. Come sottolineato dalla Us-China Economic and Security Review Commission, gli Usa sono il Paese che più dipende dal web, quindi una debole difesa contro attacchi informatici e la limitazione di accesso alle reti di altri Paesi hanno un costo elevato per le aziende americane.

CORSA CONTRO IL TEMPO PER DISINNESCARE L'AUMENTO DEI DAZI

Il fatto che prima delle trattative il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin si sia affrettato a precisare che la questione Huawei non c'entra nulla con le negoziazioni sui dazi – ma c'entra eccome – è indicativo della difficoltà che hanno gli Stati Uniti a incontrare la giusta sintesi fra carota e bastone nella relazione con la Cina. Dunque, nonostante il buon inizio nelle negoziazioni la carne al fuoco è tanta. Trump e il suo staff ne sono consapevoli, al punto che la dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca alla fine delle trattative sottolineava che la tabella di marcia di 90 giorni concordata durante la «tregua di Buenos Aires» nello scorso dicembre rappresenta una «scadenza tassativa, e che le tariffe aumenteranno a meno che Stati Uniti e Cina raggiungano un risultato soddisfacente entro il primo marzo 2019». Il prossimo incontro si terrà dopo il capodanno cinese, intorno alla metà di febbraio, quando il capo-negoziatore Robert Lighthizer e Mnuchin si recheranno in Cina.

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