Incontro Trump-Kim, perché la Cina ha solo da guadagnarci

La Repubblica popolare resta a guardare. Ma è pronta a passare all'incasso. Perché potrebbe ampliarsi la distanza tra Corea del Sud e Usa. E interventi in difesa di Pyongyang sono esclusi. La strategia.

Incontro Trump-Kim, perché la Cina ha solo da guadagnarci

Entro maggio 2018. Il presidente statunitense Donald Trump avrebbe così accettato l'invito a un dialogo diretto da parte del presidente nordcoreano Kim Jong-un. Sarebbe l'incontro diplomatico più importante del Secondo dopoguerra, da paragonarsi a quello tra Richard Nixon e Mao Zedong o tra Ronald Reagan e Michail Gorbachev. Ma sono tanti i punti da chiarire, e soprattutto uno: il ruolo che ricoprirà la Cina.

«SERVE CORAGGIO POLITICO». A poche ore dalla notizia, il portavoce del ministro degli Esteri cinese Geng Shuang l'ha definita «un segnale positivo» nella speranza che «le parti coinvolte dimostrino coraggio politico e prendano la giusta decisione incoraggiando consultazioni multilaterali». Tradotto, la Cina per il momento se ne sta a osservare, ma non rinuncia ad avere voce in capitolo.

VERTICE CINA-COREA DEL SUD. Chung Eui-yong, il capo dell'ufficio di Sicurezza nazionale della Corea del Sud, d'altronde, è atteso a Pechino già la settimana del 12 marzo per discutere con la Repubblica popolare le mosse da fare. Ma sono le parole di Shi Yinhong al quotidiano di Hong Kong South China Morning Post a far intuire l'entità della posta in gioco.

LA FORZA DEL NUCLEARE. Il direttore del centro di studi americani dell'Università del popolo ha sottolineato come «la Cina sia rimasta completamente esclusa dall'intero processo» e dunque «non può fare quasi nulla». Ha messo in guardia su un punto importante, e spesso ignorato, dai media occidentali: «Il peso diplomatico di Kim Jong-un nel mondo è cresciuto enormemente grazie ai progressi sul nucleare e al desiderio di riavvicinamento del presidente della Corea del Sud». Secondo quanto l'ex ambasciatore statunitense a Pyongyang Christopher Hill ha dichiarato alla stampa statunitense, inoltre, «la Corea del Nord vuole dimostrare che non ha bisogno della Cina per dialogare con gli Stati Uniti».

Pyongyang mette in mostra i muscoli dunque, ma se Pechino rimane a guardare è solo perché aspetta di capire meglio la situazione. Le ultime tavole rotonde sul programma nucleare nordcoreano sono state infatti ospitate proprio dal governo cinese. Si tratta dei famosi «colloqui a sei», quelli abbandonati dalla Corea del Nord quasi 10 anni fa, nel 2009. Secondo quanto affermato al NYT da Yun Sun, co-direttore del programma per l'Asia orientale dell'istituto di ricerca Stimson, «la Cina apprezza che il cuneo della Corea del Nord approfondisca la distanza tra la Corea del Sud e gli Stati Uniti».

DENUCLEARIZZAZIONE FRAINTESA. Quello che sicuramente è noto ai politici cinesi è che l'offerta di «denuclearizzazione» della Corea del Nord – e qui va sottolineato che non è ancora stata ufficializzata dai media locali – non significa che rinunceranno al programma nucleare senza ottenere un parallelo disarmo americano. Potrebbero, per esempio, chiedere lo smantellamento dello scudo antimissilistico costruito dagli Usa sul territorio della Corea del Sud, il che farebbe la felicità di Xi Jinping, ma non quella di Donald Trump.

L'attuale presidente cinese, comunque, non ha mai fatto nulla per nascondere la sua antipatia per l'ultimo dei Kim. I due non si sono mai incontrati e se la Cina non ha ancora forzato la mano è solo perché teme che un'eventuale instabilità politica del cosiddetto «regno eremita» abbia come effetto immediato centinaia di migliaia di profughi sul suo territorio. Una minaccia molto più realistica e ingestibile di quella nucleare.

CAMPI PROFUGHI DA COSTRUIRE. I due Paesi hanno in comune 1.400 chilometri di confine e Pechino continua a provare a rimandare indietro chiunque lo valichi. Un documento che parrebbe ufficiale circolato sulla Rete cinese a dicembre 2017 proverebbe l'intenzione del governo della Repubblica popolare di cominciare a costruire cinque campi profughi sul fiume Tumen, che per un tratto segna il limite tra i due Paesi.

SEDUTI SULLA RIVA DEL FIUME. Ci sono poi diversi insider che insistono sul fatto che la diplomazia di Pechino stia cercando di eliminare la clausola del Trattato sino-coreano del 1961 che la obbligherebbe a intervenire militarmente in caso di aggressione non provocata ai danni della penisola nordcoreana. Negli ambienti militari e nei think tank fedeli a Washington si dice anche che la Cina non interverrebbe in difesa della Corea del Nord in nessun caso, cercando di ritagliarsi un ruolo importante nella ricostruzione della penisola a guerra finita. Non sarebbe da escludere. D'altronde «sedersi sulle rive del fiume in attesa che passi il cadavere del proprio nemico» è un costume che i cinesi professano sin dall'antichità.

[mupvideo idp=”5701062259001″ vid=””]