Mario Margiocco

Quello che Claudio Borghi non dice (o forse non sa)

Quello che Claudio Borghi non dice (o forse non sa)

02 Ottobre 2018 10.20
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Ma Claudio Borghi Aquilini, come si dice a Roma, ci è o ci fa? Se ci è, e crede dunque a quello che dice, nella fattispecie rispetto ai vantaggi per l’Italia a tornare a una moneta nazionale, bisogna dedurne subito che non conosce la storia monetaria dell’ultimo secolo e di sempre. Se invece ci fa, e racconta queste bugie per portare avanti la causa del neonazionalismo italiano giallo-verde, allora è un’altra storia, e Claudio Borghi Aquilini rientra nella categoria che chiameremo degli "inqualificabili". Uno può anche pensare che la fine della Uem, cioè l’Unione monetaria, e della Ue e il ritorno all’Europa delle tante monete e delle piccole patrie e della mano libera ai rispettivi clan di governo rappresentino la via migliore per il futuro. Ma non può fare terrorismo e dire che l’euro è spazzatura e poi aggiungere subito, come ha fatto ancora la mattina del 2 ottobre, che però «la cosa non è nel contratto di governo» e si tratterebbe quindi solo di un’opinione personale.

UNA LETTURA CONSIGLIATA AL SIGNOR BORGHI

Borghi non è un cittadino qualsiasi. È deputato di prima nomina, il presidente della Commissione Bilancio della Camera, cioè uno dei maggiori responsabili della politica economica italiana, e non può sparare fesserie a getto continuo solo perché servono a tenere desto lo spirito combattivo delle truppe in quella che ormai è, lo ha detto Paolo Savona, «una guerra» fra l’Italia e «la vecchia Europa». Negli ultimi 45 anni, documentavano Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel loro This Time Is Different – Eight Centuries of Financial Folly (2009), sono una quarantina i Paesi, tutti rigorosamente muniti di sovranità monetaria, che hanno fatto default. La storia dell’Italia non sarebbe diversa, salvo gettare sul debito il peso del risparmio nazionale, cioè confiscarne un’ampia quota. Il punto che Borghi si ostina a non vedere, e con lui tutti i suoi compagni più fidati di cordata, è che non è la moneta nazionale a garantire un Paese, nella fattispecie a risolvere il problema dell’enorme debito, ma la credibilità di questa moneta e delle politiche di bilancio che ci stanno dietro.

COSA RISCHIA (VERAMENTE) L'ECONOMIA ITALIANA

Ora, la stessa Svizzera, che ha storicamente il più impeccabile dei curriculum monetari, se dovesse per cause oggi impensabili monetizzare il suo debito, cioé affidarne la copertura alla politica monetaria, avrebbe un margine di tempo limitato, forse meno di un anno, prima di subire pesanti contraccolpi. Per l’Italia tutto sarebbe molto più rapido. I contraccolpi sono crollo sui cambi, inflazione, scarsità di liquidità bancaria, limiti stretti ai trasferimenti all’estero, limiti ancora più stretti al ritiro giornaliero dai bancomat e agli sportelli. L’Italia è una grande economia industriale, ma ha anche debolezze finanziarie evidenti. Salvo un grande risparmio privato. Su questo dovesse vincere la banda degli sciamannati, e sta vincendo, metteranno le mani. E poi, banca centrale autonoma da chi? Da Francoforte, ma non dall’esecutivo, non dal Tesoro italiano ai cui ordini va subito messa. Borghi lo ha spiegato varie volte. Occorre infatti essere sicuri che la nuova Bankitalia acquisti sempre e senza fiatare tutto il debito pubblico necessario. Questa ricetta ha un nome chiarissimo, con tutto il rispetto per gli amici di quell’emisfero: si chiama Sudamerica.

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