Perché serve una organizzazione mondiale per il clima

12 Dicembre 2018 07.00
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Il secondo millennio stava terminando, la paura globale era il Y2K, il millenium bug, che poteva mettere ko il sistema informatico globale, alla presidenza degli Stati Uniti si candidava il vicepresidente Al Gore con una agenda incentrata sul tema del riscaldamento globale. Quelle elezioni però le vinse George W. Bush, che assunse l’incarico poche settimane prima che il riconteggio delle schede evidenziò che ci fu un errore: il presidente effettivamente “eletto” sarebbe stato Gore. Ma ormai era tardi, il nuovo presidente insediato, come vicepresidente scelse il petroliere Dick Cheney. La Storia (o forse il destino?) aveva preso una direzione. In pochi mesi l’emergenza terrorismo fu assoluta: l’attacco alle Torri Gemelle – oltre a generare filoni narrativi complottisti come non se ne vedevano da Pearl Harbour – catalizzò l’attenzione mondiale e condizionò la diplomazia internazionale.

INQUINAMENTO, UN ALLARME SOTTOVALUTATO

Oggi alla Casa Bianca siede un uomo che considera il riscaldamento globale una fake news e il treno che ci è passato sotto il naso nel 2000 sembra sempre più lontano. La popolazione mondiale continua a crescere, la produzione industriale segue a ruota, e la relazione fra la quantità di CO2 e l'aumento della temperatura terrestre è scientificamente provata. Se anche azzerassimo le emissioni ci vorrebbero secoli per smaltire tutti i gas serra che abbiamo già prodotto. L’innovazione tecnologica può sicuramente venirci in soccorso, ma dalla foresta pluviale amazzonica ai ghiacci polari, dall’aumento di disastri ambientali di matrice climatica alla morìa della Grande barriera corallina, il Pianeta sta dando segnali chiarissimi, che forse elettori concentrati su temi immanenti non elevano all’attenzione dei governanti, ma che le istituzioni dovrebbero sforzarsi di affrontare.

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A RISCHIO LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Purtroppo però, oltre a non avere questi argomenti in cima ad alcuna agenda politica, il mondo sta prendendo una direzione ostile: la cooperazione internazionale che era percorribile nel 2000 oggi subisce duri colpi. Le schermaglie fra Cina e Stati Uniti riportano un clima di rivalità, sospetto e competizione stratificata che impedisce la realizzazione di accordi internazionali di riduzione delle emissioni. Se la priorità è prevaricare il rivale, difficilmente si accetterà di siglare patti che limitino la produzione, e se questi patti venissero siglati è più probabile che vengano poi disattesi. Anche perché i Paesi che rischiano di subirne maggiormente gli effetti sono quelli economicamente meno forti, e guardando agli umori generali di oggi, vengono i brividi a pensare come potremmo convivere con flussi migratori che derivano da eventi climatici come desertificazione o estensione degli eventi climatici di tipo tropicale.

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LA MINACCIA CLIMATICA DEVE ESSERE IN CIMA ALLE AGENDE POLITICHE

Se la politica resterà legata alla soddisfazione delle istanze immediate degli elettori le possibilità che si affronti un problema che estende la sua minaccia a 30 anni da oggi sono prossime a zero. Le stime più ottimistiche calcolano che per il 2050 saranno condanante all’estinzione, dal cambiamento climatico, tra il 9 ed il 13% delle specie esistenti. Risparmio di riportare quelle pessimistiche. Di realista però aggiungo che dopo il 2050 seguiranno altri anni, il calendario continua a girare, e per sperare di iniziare a vedere dei miglioramenti climatici per allora occorre fare qualcosa ora. Da subito. La minaccia climatica deve essere messa in cima alle agende politiche di tutto il mondo, ma per farlo occorre ripristinare la cooperazione economica necessaria a fronteggiare un problema globale. Oggi l’Organizzazione mondiale del commercio è a forte rischio di diventare teatro di uno scontro fra Washington e Pechino, ma al mondo serve che gli animi restino aperti non solo per preservare le istituzioni esistenti, ma per andare oltre e concepire una Organizzazione mondiale per il clima.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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