Fabiana Giacomotti

Bene il Codice rosso, ma ora le donne imparino a gestire il denaro

Bene il Codice rosso, ma ora le donne imparino a gestire il denaro

07 Aprile 2019 07.00
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«Siamo pazze di gioia», mi scrive via WhatsApp l’amica molto di sinistra che lavora nel think tank della Camera un minuto dopo l’approvazione del "Codice rosso" contro la violenza sulle donne che istituisce una corsia preferenziale per le vittime e che, oltre a istituire un fondo per gli orfani di femminicidio, trasforma in reato i matrimoni forzati. Un passo fondamentale per favorire una vera integrazione e aiutare le giovani, soprattutto islamiche, che intendono vivere secondo le leggi di questo Paese, e come troppo spesso non succede.

PREVISTA ANCHE UNA FORMAZIONE AGGIUNTIVA PER LE FORZE DELL'ORDINE

Sono ancora ben presenti nella memoria di tutti le morti di Farah e Sana, e a loro la vicepresidente della Camera Mara Carfagna ha dedicato l’importante risultato. Così come, ogni giorno, leggiamo i casi di cronaca di ragazzine rimpatriate dalle famiglie nei Paesi d'origine e vendute al miglior offerente, di solito molto più anziano, per saldare i debiti contratti dai genitori. Il testo di legge prevede anche un'ulteriore e aggiuntiva formazione delle forze dell'ordine, destinate a fronteggiare questo tipo di reati. La ministra Giulia Bongiorno ha osservato giustamente come «anche un giorno possa essere determinante per salvare la vita a una donna». Eppure, per voce di Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata dall’ex fidanzato che ora siede in parlamento nelle fila del Pd, il provvedimento, pur approvato trasversalmente, sarebbe «propaganda» perché «la corsia preferenziale esiste già».

IL NODO DELLA SUDDITANZA ECONOMICA

È vero, visto che il nuovo provvedimento prevede una serie di misure aggiuntive rispetto alla legge 119/2013 contro il femminicidio; è però anche vero che la norma non ha conseguito grandiosi risultati in termini di prevenzione, se si considerano l’aumento e l’emersione del numero di reati contro la donna in questi ultimi anni. In ogni caso, il vecchio testo non tiene conto di un aspetto importante di questa battaglia, che la ministra Giulia Buongiorno ha invece sottolineato. E cioè la difficoltà di molte donne a denunciare i loro aguzzini («già solo questa è spesso un atto di coraggio»). Dunque, al di là del fatto che non ci saremmo aspettate dall’avvocata Annibali un commento come questo, che denuncia la sua rapida conversione alle logiche politiche lacerando, per quel poco che basta a sciuparla, la bandiera di quella battaglia che l’ha portata dove si trova adesso, cioè su uno scranno di Montecitorio, è ancora una volta evidente che le donne non solo non sappiano fare gruppo e sistema, ma che quelle in grado di condizionare realmente lo sviluppo del Paese, delegate a farlo da tutte e tutti noi, non riescano a tenere conto dell’aspetto per nulla secondario della sudditanza psicologica ed economica che rende difficilissimo per molte donne ribellarsi al proprio aguzzino.

IL MATRIMONIO STESSO È UNO SCAMBIO ECONOMICO RARAMENTE PARITARIO

Non pensate nemmeno per un secondo che la gelosia, il possesso o il senso di proprietà di matrice patriarcale siano le uniche spinte alla base delle violenze sulle donne. Non fatevi incantare dalle fole dell’amore malato. L’amore non c’entra: sullo sfondo ci sono sempre indipendenza e denaro. La cassaforte. Uno dei motori più potenti della violenza è quello economico: tu sei mia perché io ti mantengo; tu mi servi e mi ubbidisci perché io ti do il pane con cui sfamarti e un letto dove, quando non faccio i comodi miei, puoi dormire. L’istituzione stessa del matrimonio si basa su un principio di supporto e di scambio economico, sociale e societario, dove non sempre i due soci partecipano in forma egualitaria. In Italia, quasi mai questo accade. Su questo principio, entro questa logica, rientra e crescono le violenze. C’è un filo forte e robusto che collega la nostra alta percentuale di laureate che non trovano o non riescono a mantenere il lavoro (secondo l’ultimo indice World Gender Gap siamo primi al mondo per donne che accedono all’istruzione terziaria, cioè all’università, ma 118esimi su 140, gli ultimi in Occidente, per partecipazione femminile alla vita economica del paese e al 126esimo posto per parità di trattamento economico) e le violenze domestiche. O, ancora, il mal riposto e grottesco senso di superiorità che gli uomini italiani, ma pure gli immigrati di prima generazione da Paesi di cultura arcaica, continuano a nutrire e mostrare (l’altro giorno sono stata strattonata nel supermercato Simply sotto casa dal guardiaporta centro africano che mi intimava di “far passare uomo” dietro di me: ne è venuta fuori la baruffa che potete immaginare, con il gentile signore alle mie spalle morto di vergogna e imbarazzo).

SOLO UNA DONNA SU CINQUE HA UN CONTO CORRENTE PERSONALE

A questo si aggiunge la nostra scarsa preparazione, di origine storica ma ora solo psicologica, a maneggiare e gestire il denaro. Ne hanno scritto in un saggio dal titolo accattivante, Matrimoni e Patrimoni. Istruzioni aggiornate per l’uso (Hoepli), Debora Rosciani di Radio 24 e la consulente patrimoniale Roberta Rossi Gaziano. Per le donne, in Italia, la situazione economica resta sfavorevole: accesso contenuto al mercato del lavoro, difficoltà nella crescita professionale e differenze nelle retribuzioni a parità di ruolo. Sia per cause esterne come l’assenza di adeguati strumenti di conciliazione, sia per motivazioni “interne”, cioè psicologiche, come la generica, atavica avversione delle donne per il rischio e la minore autostima. Da questo deriva la minore alfabetizzazione finanziaria delle donne, non solo italiane si intende, e dunque il maggiore rischio, in questo caso sulla loro pelle, a cui si espongono in caso di conflitti con il compagno. In Italia, come ben sanno in Intesa che sul tema ha un osservatorio privilegiato, il Museo del Risparmio di Torino e le attività di ricerca e monitoraggio connesse, solo una donna su cinque possiede un conto corrente personale. Avete letto bene: una su cinque. Per alcune, non avere a che fare con questioni finanziarie è addirittura un “sollievo”, salvo pagarla cara quando la passione finisce e si va a sbattere la faccia contro le nuove regole in materia di assegno divorzile oppure, nei casi peggiori, iniziano a volare anche i ceffoni. Verrebbe da suggerirla, questa alfabetizzazione finanziaria, insieme con i corsi prematrimoniali. Rendendola, anzi obbligatoria. Tutto parte da lì: dal dover chiedere i soldi per la spesa o un nuovo rossetto.

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