Cogne, i dubbi che resistono nove anni dopo

Cristina Brondoni
30/01/2011

Che cosa rimane di un caso giudiziario vissuto in diretta tivù.

Samuele Lorenzi avrebbe 12 anni. Frequenterebbe le scuole medie, quasi sicuramente a Cogne, e molto probabilmente tiferebbe per una qualche squadra di calcio. O magari no. Non lo sapremo mai, dato che la vita di Samuele Lorenzi si è fermata ai suoi tre anni. Nove anni fa.
La sua mamma, Annamaria Franzoni, è in carcere dal 2008 a scontare 16 anni per averlo ammazzato.
UN CASO PUBBLICO. La vicenda giudiziaria del delitto di Cogne, ormai, la conoscono anche i sassi. Ognuno, da quel 30 gennaio 2002, quando arrivò la telefonata al 118 con la richiesta di soccorso per un bambino che “vomitava sangue”, si è fatto una sua idea. La mamma è colpevole, la mamma è innocente, un mostro si aggira ancora libero dalle parti di Cogne, i vicini si sono vendicati, un ladro entrato per rubare si è spaventato e ha ammazzato il bambino, è stato il fratello più grande che la madre, amorevolmente, ha coperto. Teorie, illazioni, fantasticherie. E non solo di quelli che stanno a guardare.

I dubbi sull’arma del delitto

Il primo dubbio è venuto a molti quando è stata data la notizia, a pochi giorni dall’omicidio, che si stava scavando nel giardino di casa alla ricerca dell’arma del delitto. A Cogne, il 30 gennaio, proprio caldo non doveva fare e il terreno doveva essere gelato.
Siamo sicuri che qualcuno, in fuga, dopo aver ammazzato una creatura nel letto dei genitori, abbia potuto perdere tempo a picconare (scavare è riduttivo) la terra gelata per nascondere qualsiasi cosa?
E, ancora, se davvero qualcuno avesse nascosto qualcosa nel terreno gelato, siamo sicuri che la terra non sarebbe stata un minino smossa e quindi visibile ai più il luogo del presunto nascondiglio? Ma no. Imperterriti si è scavato in quel giardino, dove c’erano i giochi a ricordarci che Samuele era morto.
MESTOLO O PICOZZA? Fatto sta che l’arma non è mai stata trovata. E nemmeno si è mai stabilito con esattezza che cosa abbia usato l’assassino per colpire il bambino. Inizialmente si era detto un mestolo di rame, poi una picozza da montagna, un pentolino di quelli per bollire il latte e ancora, via via che le indagini proseguivano, un attizzatoio, una scarpa con il tacco a stiletto e, recentemente, una pinza. Ma forse non ci interessa davvero sapere con quale oggetto è stato colpito un bambino di tre anni.
Quello di cui molti di noi sono sicuri è che se non c’è l’arma del delitto è perché qualcuno l’ha nascosta, o l’ha portata via o se ne è disfatto. Ma chi? La domanda resta. Anche se la giustizia dice che è stata la mamma: lo ha stabilito la Corte di Cassazione il 21 gennaio 2008.

Il ruolo del padre e della psichiatra

Ma alcuni sono rimasti perplessi. A destare sospetti è stato soprattutto l’atteggiamento di questa vicina di casa, Ada Satragni, la psichiatra convinta che a Samuele fosse ‘esplosa la testa’. Non solo. Fu lei a lavare le ferite del bambino (conviene pensare al panico e alla paura del momento, piuttosto che soffermarsi a meditare sulle sue capacità professionali) compromettendo irrimediabilmente la scena del crimine (lo spostò dal letto, lo lavò e lo portò fuori di casa in attesa dei soccorsi).
LE IPOTESI DELLA SATRAGNI. La psichiatra aveva ipotizzato un aneurisma cerebrale convinta, non si sa in base a quali fondamenti medico scientifici, che un aneurisma potesse provocare spargimenti di sangue visibili a occhio nudo. Possibile mai che un medico possa esprimersi con frasi che poco o niente hanno di professionale? Nemmeno nelle serie tivù dedicate a medici e ospedali abbiamo mai sentito affermazioni così al limite del ridicolo. Ma tant’è.
IL TERZO FIGLIO. Anche il padre di Samuele, Stefano Lorenzi, ha lasciato un po’ straniti. Non fosse che da subito era stata resa pubblica una richiesta, rivoltagli dalla moglie, dalla quale era apparso infastidito: «Facciamo un altro figlio, mi aiuti a farne un altro?».
In condizioni normali è una richiesta che si potrebbe, volendo, accogliere gioiosamente. Ma fatta quando l’elicottero con a bordo il figlio morente sta decollando, ecco, forse risulta quanto meno fuori luogo (ma potrebbe essere stata dettata solo dall’ansia, dal panico, dalla confusione). Fatto sta che il terzo figlio, Gioele, è nato a Bologna il 26 gennaio 2003, quasi un anno esatto dopo l’omicidio di Samuele.
Poi ci sono stati gli esami sul pigiama della Franzoni. La cosa più strana, ma probabilmente è soggettiva, è stata vedere il pigiama di qualcuno che non si conosce. Il pigiama è un indumento che tra estranei è destinato a rimanere un’incognita.
LACRIME E SANGUE. Ma alla fine, volenti o nolenti, Annamaria abbiamo avuto modo di conoscerla, di sentirla piangere, parlare, raccontare di quella mattina, il tutto in diretta tivù. A qualcuno ha fatto pena, a molti è sembrata falsa, altri hanno scelto, liberi di decidere con un click, di cambiare canale o di spegnere il televisore.
Ma il delitto di Cogne è stato, e continua a essere, una delle vicende giudiziarie che si è giocata sulle emozioni, fuori e dentro l’aula del tribunale in uno spettacolo genuino di lacrime e sangue. Peccato che il sangue fosse quello di un bambino di tre anni che oggi ne avrebbe 12.