Collera sulla via di Damasco

Redazione
03/02/2011

di Davide Ghilotti La Tunisia è stata teatro di un mese di violente proteste che hanno messo in ginocchio il...

di Davide Ghilotti

La Tunisia è stata teatro di un mese di violente proteste che hanno messo in ginocchio il regime di Ben Ali e hanno lasciato il Paese a ferro e fuoco (leggi l’articolo sulla rivoluzione dei gelsomini), e l’Egitto è al centro della rivolta del Nilo (leggi la cronaca della protesta egiziana).
Gli analisti, da tempo, hanno previsto che il fervore anti-regime protagonista delle agitazioni popolari degli Stati del Nord Africa sia destinato a estendersi con il vento dell’Est fino a Siria, Yemen (leggi la notizia del giorno della collera yemenita) e Giordania (leggi l’articolo sui dittatori del Nord Africa e del Medio Oriente).
Come l’Egitto, anche la Siria è governata da decenni da un unico partito che fa il bello e il cattivo tempo. Una repubblica presidenziale di stampo fortemente militarizzato, al cui comando è il presidente Bashar al-Asad, salito al potere nel 2000, dopo 30 anni di governo del padre Hafiz al-Asad. Una repubblica solo di nome dove, da troppo tempo, è in carica un regime repressivo delle libertà individuali, e dove le correnti antigoverno sono tenute a bada col pugno di ferro.

Le proteste hanno segnato il tramonto delle ideologie

«Il messaggio più importante di queste proteste è che il popolo può portare al cambiamento», ha affermato Mazen Darwich, fondatore del Centro dei media siriano, un’organizzazione a favore della libertà di stampa, chiusa dalle autorità poco dopo l’inaugurazione. «Potrebbe essere domani o tra qualche mese, ma sono sicuro che sia come un domino. Prima alla base della protesta c’era sempre un’ideologia, il panarabismo o l’anti-sionismo. Ora la gente vuole semplicemente libertà individuali, cibo, educazione e una vita decente. I giorni dell’ideologia sono finiti».
VOGLIA DI CAMBIAMENTO. La tensione è quasi palpabile nelle strade di Damasco. Darwich si è detto convinto che i siriani vogliano il cambiamento, la fine del regime. In molti sperano che le proteste egiziane arrivino oltre confine fino a casa loro.
Mazen Bilal, direttore di un quotidiano online che tratta di temi politici, ha dichiarato: «Quello che è successo in Tunisia e in Egitto non era solo per la fame, era una questione di orgoglio nazionale. In Siria la faccenda è diversa. Nonostante tutti i problemi, la gente è orgogliosa della propria nazione».

Il doppio filo che lega Damasco e Il Cairo

I rapporti tra Egitto e Siria, nonostante i due Paesi non abbiano confini diretti, sono molto stretti. La recente storia politica è stata in entrambi i casi caratterizzata da repentini cambi di regime e colpi di Stato.
Dopo la guerra per impedire la fondazione dello Stato di Israele, nel 1948, Siria ed Egitto fondarono la Repubblica Araba Unita, un tentativo di riunire in un’unica Lega gli Stati arabi. Il progetto, seppure generalmente percepito come un’unione solo sulla carta, durò fino ai primissimi Anni ’60, quando la stessa Siria se ne chiamò fuori per divergenze politiche con la dirigenza egiziana.
STAGNAZIONE E DISOCCUPAZIONE. Entrambi i Paesi hanno, inoltre, dovuto far fronte a una situazione economica stagnante da generazioni, soffocata dall’eccessivo controllo del potere centrale che ha scoraggiato sviluppo e investimenti. La disoccupazione ha raggiunto livelli record, soprattutto tra i giovani. Secondo dati del novembre 2010, l’81% dei laureati siriani rimane senza lavoro per quattro anni prima di ottenere il primo impiego.
«Lo Stato assorbe circa il 30-40% dei 250 mila laureati», ha spiegato Samir Stefan, ricercatore in Economia, aggiungendo che il settore privato stagnante non riesce a creare opportunità di lavoro.
L’assenza di associazioni sindacali a tutela dei lavoratori del settore privato ha generato situazioni di sfruttamento da parte dei datori di lavoro, che pagano una miseria e costringono a sottostare a pessime condizioni.
LA CENSURA DEL WEB. Le proteste di Tunisi e del Cairo hanno ora messo in allerta le autorità siriane. Dallo scoppiare delle dimostrazioni, i media di proprietà statale hanno filtrato e limitato al minimo le notizie dall’Egitto, e internet ha registrato notevoli problemi di funzionamento, mandando in tilt i browser (leggi l’articolo sui regimi che censurano il web).
Le autorità hanno negato di aver censurato i siti che riportano notizie dall’Egitto, ma la popolazione è scettica. Del resto, social network come Facebook, Twitter e siti come Youtube sono perennemente bannati. «Tutto è sotto controllo, anche se all’apparenza non sembra», ha confermato uno dei moltissimi frequentatori degli internet caffè di Damasco».