Voto di scambio: il 416 ter e la sua applicazione prima e dopo la riforma

Francesco Pacifico

Voto di scambio: il 416 ter e la sua applicazione prima e dopo la riforma

19 Febbraio 2018 17.55
Like me!

Inchiesta realizzata grazie al contributo di Riparte il Futuro

L'ultima riforma dell'articolo 416 ter, l'articolo del codice penale che delinea il reato di voto di scambio politico mafioso, è avvenuta lo scorso settembre: il via libera ha avuto il placet quasi totale del Parlamento, con il voto contrario dei soli Cinquestelle. Si tratta di modifiche importanti: da un lato sono state alzate le pene per chi commette il reato (portate da un minimo di sei a un massimo di 12 anni); dall'altro, soprattutto, è stato introdotto un principio che potrebbe estenderne l'applicazione: perché si consumi il voto di scambio politico mafioso, basta l'accordo delle parti o, come ha spiegato il relatore del provvedimento Davide Mattiello (Pd), «nel momento in cui politico e mafioso si accordano ed è l'accordo e soltanto l'accordo che va dimostrato, non rilevando quanto capiti successivamente». Cioè, indipendentemente se il patto criminale sia stato messo in pratica o meno.

LA RIFORMA SOLO DOPO CAPACI. Alla presentazione dell’ultima relazione finale della commissione Antimafia, il ministro degli Interni, Marco Minniti, ha ammesso: «Siamo nel pieno della competizione elettorale, dire questo non appaia irrituale: è cogente. Su questi temi non ci può essere silenzio durante la campagna elettorale. Lo dico da ministro dell'Interno, su questo vedo troppo silenzio, lo dico da ministro dell'Interno». Serve uno sforzo in più, perché – ha aggiunto il ministro – «c’è il rischio che le mafie possano condizionare il voto libero degli italiani. Se vogliamo affrontare il nodo delle mafie dobbiamo sapere che le mafie sono differenti dalle altre organizzazioni criminali, perché sono in grado di condizionare le istituzione e la politica. Rompere i legami è un aspetto cruciale». La questione, per usare il termine usato dal titolare del Viminale, è “cogente”. Eppure il legislatore italiano affrontò il problema del voto di scambio politico mafioso soltanto nel 1992, con il decreto-legge 306, e la successiva legge di conversione 365/92, dopo la strage di Capaci e la morte di Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la loro scorta. Poco prima c'era stato l'omicidio del luogo tenente di Giulio Andreotti a Palermo, Salvo Lima. Cosa nostra, come racconteranno in seguito i pentiti, spostò pacchetti di voti verso il Psi per punire la Dc, che non aveva fermato il maxiprocesso di Palermo. Vito Ciancimino era stato arrestato nel 1984 per associazione mafiosa dopo che il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta dichiarò allo stesso giudice Falcone che l'ex sindaco Dc era «nelle mani dei Corleonesi». Senza contare che di lui già parlava la relazione Antimafia del 1976, firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova. Quindi già prima della fatidica data del ’92, ci sarebbe stata materia per intervenire, però si è preferito accontentarsi di difendersi da possibili malefatte con gli articoli 86 e 87 della legge 579/1960 sul voto di scambio.

NESSUN RIFERIMENTO AL METODO MAFIOSO. Il primo prevede che «chiunque, per ottenere, a proprio od altrui vantaggio, la firma per una dichiarazione di presentazione di candidatura, il voto elettorale o l'astensione, dà, offre o promette qualunque utilità a uno o più elettori, o, per accordo con essi, ad altre persone, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni, anche quando l'utilità promessa sia stata dissimulata sotto il titolo di indennità pecuniaria data all'elettore per spese di viaggio o di soggiorno o di pagamento di cibi e bevande o rimunerazione sotto pretesto di spese o servizi elettorali». Idem avviene se è «l'elettore, che, per dare o negare la firma o il voto, ha accettato offerte o promesse o ha ricevuto denaro o altra utilità». L'altro, l'articolo 87, recita che «chiunque usa violenza o minaccia ad un elettore, od alla sua famiglia, per costringerlo a firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura o a votare in favore di determinate candidature, o ad astenersi dalla firma o dal voto, o con notizie da lui riconosciute false, o con raggiri o artifizi, ovvero con qualunque mezzo illecito, atto a diminuire la libertà degli elettori, esercita pressioni per costringerli a firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura o a votare in favore di determinate candidature, o ad astenersi dalla firma o dal voto è punito con la pena della reclusione da sei mesi a cinque anni».

Il legislatore italiano affrontò il problema del voto di scambio politico mafioso soltanto nel 1992, dopo la strage di Capaci e la morte di Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la loro scorta

​In questi articoli di legge, come è evidente, mancano un chiaro riferimento al metodo mafioso, all'intimidazione fisica e psicologica, alla violenza per piegare anche chi vuole resistere. Elementi che in realtà non furono specificati neppure quando nel 1992, nell'ambito delle misure straordinarie volute dopo la strage di Capaci, venne introdotto l'articolo 416 ter e con esso il reato di voto di scambio politico-mafioso. Si trattava però di una fattispecie fumosa, difficile da dimostrare perché prevedeva che alle promesse di voti dovesse seguire uno scambio di soldi, difficilissimo da provare.

NON SOLO DENARO. Va detto per la cronaca che, già quando si discuteva del decreto 306, ci fu chi proponeva che il voto di scambio politico mafioso non si configurasse soltanto attraverso dazioni di denaro. L'idea non passò, eppure era questa la strada da seguire. Perché l'accordo tra politica e mafia poteva anche essere saldarsi attraverso il solo tentativo di controllare il territorio da parte di partiti e clan. Senza contare che in quegli anni le mafie si stavano ramificando definitivamente nel centro e nel nord Italia, mentre il sistema elettorale maggioritario e la polarizzazione della politica rendevano ogni voto decisivo per la vittoria finale. E per questo più “costoso” da comprare.

LA CAMPAGNA DAL BASSO. Per anni, d'altronde, i magistrati avevano chiesto modifiche in tal senso. Ma a fare la differenza furono soprattutto le associazioni che seppero coagulare e dirigere la pressione dell'opinione pubblica verso il Parlamento. In quest'ottica decisiva – eravamo nel 2014 – fu la campagna di Riparte il futuro, che raccolse mezzo milione di firme per la riforma del voto di scambio all'esame delle Camere. Di più, quando il testo era a Montecitorio, l'associazione chiese e ottenne ai cantanti in quei giorni in lizza al Festival di Sanremo, di appoggiare la campagna. Firmarono l'appello nomi come quelli di Antonella Ruggiero, Renzo Rubino, Malika Ayane, Niccolò Fabi, Piotta, Max Gazzè, Fiorella Mannoia, PFM, Daniele Silvestri, Afterhours, Marlene Kuntz, Marta sui tubi, Nomadi e Piero Pelù.

Quella battaglia fu centrale sia per il tentativo di introdurre nelle istituzioni italiane strumenti per aumentare il livello di trasparenza sia per incentivare il ruolo dei policy maker indipendenti seguendo l’esperienza anglosassone. Riparte il futuro nacque in occasione delle elezioni politiche del 2013, lanciando una petizione che chiedeva a tutti i candidati di rispettare quattro impegni: rendere noti il proprio curriculum vitae, il reddito e patrimonio, i potenziali confitti di interesse e la situazione giudiziaria. Sempre a loro si chiedeva l’impegno concreto, una volta in parlamento, a modifcare il 416ter del Codice Penale inserendo il concetto di «altra utilità» tra le ragioni dello scambio. A ciascuno fu anche consegnato un braccialetto bianco come simbolo dell'impegno preso. Su 878 candidati che aderirono, 276 sono stati poi eletti in Parlamento. E anche attraverso di loro nel 2014 è stata vinta la battaglia per la riformulazione del 416 ter.

LA RIFORMA OTTENUTA. Come detto, quella pressione riuscì a strappare quello che non si era riuscito a ottenere nel 1992 e a superare la circoscrizione dello scambio alla sola dazione di denaro. La nuova versione del 416 ter approvata in via definitiva dal Senato, recitava infatti: «Chiunque accetti la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma». Il testo fu sostanzialmente elaborato dalla commissione ministeriale presieduta dal professor Giovanni Fiandaca nel giugno del 2013. Proprio il giurista siciliano raccontò in seguito che fu eliminato dalla formulazione l'avverbio «consapevolmente», riferito chi chiedeva i voti, per evitare ambiguità in grado di annullare i processi. Eppure anche in quel passaggio parlamentare si poteva fare di più: tra gli emendamenti proposti ci fu chi chiese di far scattare il reato in base alla mera stipula dell'accordo, a prescindere dalla sua effettiva esecuzione. Un pezzo che è infine stato inserito nella modifica al 413 ter voluta dal Parlamento lo scorso anno.

Il ping pong delle sentenze

Tutti questi limiti sono stati registrati negli anni dalla giurisprudenza, con una serie di sentenze importanti e, talvolta, dall'andatura zigzagante. Con la sentenza 2699 del 1992 della Cassazione, per esempio, si allargarono i confini del 416 bis, il concorso esterno in associazione mafiosa. Che sul versante elettorale non va oltre segnalare l'utilizzo del metodo mafioso per «impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali». In quel caso i giudici s'interessarono di una vicenda nella quale gli imputati, alcuni politici siciliani eletti alle amministrative con consensi sospetti, erano stati visti frequentare il locale ritrovo di capimafia. Ma l'Alta Corte sostenne che non si poteva condannarli per concorso esterno in associazione mafiosa. E ancora meno si poteva intravedere il voto di scambio politico mafioso perché le inchieste non avevano dimostrato il perpetrarsi del metodo mafioso o il trasferimento di denaro tra le parti. Soltanto attraversi passaggi si poteva affermare con certezza che il candidato diventa «autentica espressione del sodalizio criminale». I giudici, quindi, finirono con il sottolineare quel buco legislativo che sarà riempito soltanto dodici anni dopo, con la modifica fatta in Parlamento nel 2014.

BASTA L'INTENZIONE DELLO SCAMBIO. L'Alta Corte ha poi delimitato sempre in meglio – pur se con qualche passaggio contraddittorio – l'applicazione del reato. Nel 2000, con la sentenza 4893, la Cassazione ribadì che il 416 ter scatta anche se il politico non aderisce alla struttura malavitosa, alla quale chiede voti: in quest'ottica potrà assumere il ruolo di concorrente esterno, non aderendo al consesso criminale, in relazione alla reciproca convenienza che si crea tra lui e l'organizzazione mafiosa. Nello stesso anno, con la sentenza numero 4293, si precisò che esiste scambio elettorale tra politici e mafiosi anche se le promesse reciproche tra le parti (come l'elezione) non si realizzano: sono sufficienti la volontà delle parti di venire a patti. Un passaggio che facilita di gran lungo il lavoro dei magistrati, che in passato hanno mostrato non pochi problemi a trovare le prove della corruzione. In quest'ottica un passo avanti lo fa la Cassazione con la sentenza 3859 del 2004. I giudici smentiscono una pronuncia d'Appello e aggiungono che c'è reato anche se non s'intravedono pezzi importanti del metodo mafioso come «atti di sopraffazione o di minaccia». Basta che l'indicazione di voto arrivi dai clan, i quali possono influenzare l'elettorato grazie a intimidazioni, forti proprio dell'esistenza del vincolo associativo.

IL «METODO MAFIOSO». Sempre nello stesso anno, sentenza 5191/2004, l'Alta Corte fece un piccolissimo passo indietro e aggiustò ancora il tiro rispetto le precedenti decisioni prese dallo stesso consesso: lo scambio denaro/voti configura quanto prevede il reato 416 ter, soltanto se prevede «l'uso del metodo mafioso». Altrimenti si cade nell'articolo 96 del Testo unico, approvato con il decreto del Presidente della Repubblica 361 del 1957: il reato di offerta di denaro o altra utilità agli elettori per ottenerne il voto. Sempre seguendo questa direzione, con la sentenza 10785/2004, la Cassazione disse che la promessa di voti in cambio di danaro o favori della compagine mafiosa accompagnata dalla promessa di un intervento dei clan «rientra nella fattispecie di reato prevista dal 416 ter, ma non in quella presente nel sopracitato articolo 96 del Testo Unico». Anche perché questo tipo di condotta è più generale: colpisce cioè «l'ordine pubblico», non soltanto «l'interesse elettorale».

Un anno dopo – e siamo nel 2005 – però i giudici di terzo grado fecero un mezzo passo indietro, sentenziando che il «patto di scambio politico-mafioso» rientra nel perimetro del 416 ter, e non nel 416 bis (il concorso esterno), se «gli impegni assunti dal politico a favore dell'associazione mafiosa presentino il carattere della serietà e della concretezza», «che gli impegni assunti dal politico abbiano inciso effettivamente e significativamente» sulle capacità operative dei clan. Tradotto in linguaggio comune: deve essere dal punto di vista criminale autorevole chi s'accorda per comprare voti o minaccia gli elettori per indirizzare il loro voto. Ma questo approccio è stato ribaltato nella sentenza 43107 del 2011: in questo processo i giudici sostennero che lo scambio si crea dopo la pronuncia di una semplice promessa di voti in cambio del versamento di denaro. Se il rapporto tra i due soggetti va oltre, si configura anche il. 416 bis. Nella sentenza n. 46922/2011 la Cassazione aggiunse inoltre al pagamento di denaro «qualsiasi bene traducibile in un valore di scambio immediatamente quantificabile in termini economici». Si possono comprare voti anche con titoli azionari, quote di aziende o immobili. Restano fuori tutte le altre "utilità", i favori, che non si riesce a monetizzare.

Questo approccio venne confermato dall'Alta Corte anche nella sentenza 47405 sempre nel 2011. I giudici ribaltarono l'indicazione dei colleghi dei gradi precedenti, che vedono nel solo denaro il cemento sul quale si realizza lo scambio politico elettorale. Ma pochi mesi dopo la Cassazione si rese protagonista di un'applicazione più restrittiva del 416 ter. La sentenza 18080 del 2012 dice infatti che per dimostrare un patto elettorale, accanto all'elargizione di denaro si deve provare sugli elettori anche l'intimidazione mafiosa, come previsto dal 416 bis. Bisogna minacciarli. Un'altra precisazione arriva con la sentenza 23186 dello stesso anno: il voto di scambio, attraverso denaro e di «altre utilità», deve essere siglato «da un personaggio di spicco di un'organizzazione mafiosa», che garantisce alla bisogna l'intervento dei membri della sua organizzazione se gli elettori non accettano di scegliere nel segreto dell'urna chi indicano i boss.

IL RUOLO DELL'INTERMEDIARIO. Nella sentenza n. 23005/2013 si profila invece il ruolo dell'intermediario. Il quale, sanzionato come previsto dall'articolo 110 del codice penale, è colui che promette a un politico "di procurare voti in suo favore, attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo tipico delle organizzazioni a delinquere di stampo mafioso e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, di cui all'articolo 416 bis del codice penale".
Il passaggio è cruciale: grazie a questa pronuncia, nelle inchieste successive i magistrati potranno mettere le mani anche su chi fa da anello di congiunzione tra politici e boss.
Il resto è storia recente. Le modifiche alla legge approvate dal Parlamento nel 2014 influiscono non poco sulla giurisprudenza. Nel 2015, con la sentenza n. 25302, la Cassazione ha sostenuto che il patto elettorale si concretizza anche se la violenza mafiosa per acquisire consenso non è effettuata da «persona intranea», cioè affiliata, al sodalizio mafioso. Un anno dopo, sentenza n. 36079, la Corte aggiunge che il 416 ter si consuma se c'è «la promessa di acquisizione del consenso elettorale, facendo ricorso alle tipiche modalità mafiose della sopraffazione e dell'intimidazione».

La difficoltà nei processi

La manutenzione sulle leggi antimafia deve essere continua. Il perché lo ha spiegato proprio la relazione finale prodotta dall’organismo guidato da Rosy Bindi. «Pensare che le mafie siano ancora solamente quelle nate e cresciute nel mezzogiorno d'Italia – si legge nel testo – impedisce di comprendere l'evoluzione dei sistemi criminali, anche di quelli tradizionali, la loro adattabilità e il mimetismo con cui sanno stare nel nostro tempo». Da qui la necessità, «a partire dalle vicende di Mafia capitale», dell'importanza «di riconoscere anche le forme “originali” di nuove mafie che – pur non mostrando le stesse forme di manifestazione e le caratteristiche organizzative della 'ndrangheta, di cosa nostra, della camorra, e delle mafie pugliesi – esprimono ugualmente la capacità di intimidazione e assoggettamento di spazi economici, di ambiti sociali, di infiltrazione nella pubblica amministrazione». Cioè il metodo mafioso, fulcro del 416 bis e del 416 ter.

DALLA LOMBARDIA ALLA SICILIA. In quest’ottica si impone un maggiore sforzo ai magistrati. In Lombardia, per esempio, il 416 ter è stato applicato all'inchiesta che ho portato l'ex assessore alla Casa della Regione Lombardia, Domenico Zambetti, a essere condannato a 13 anni e mezzo per voto di scambio mafioso. Il politico centrista è stato accusato di aver comprato un pacchetto di preferenze per la sua elezione nelle Regionali 2010. A due esponenti della 'ndrangheta ha versato 200 mila euro, pagando 50 euro per ogni consenso. A incastrarlo varie intercettazioni telefoniche che documentano le fasi del pagamento. In primo grado anche il riconoscimento del voto di scambio mafioso aveva portato l'ex governatore siciliano Raffaele Lombardo a una condanna di 6 anni e 8 mesi. Poi ridotti a 2 anni, perché era rimasto in piedi soltanto il reato di voto di scambio semplice. Lo scorso gennaio i carabinieri del comando provinciale di Salerno, su delega della locale Direzione distrettuale antimafia (Dda), hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dell’ex vicesindaco di Nocera Inferiore, Antonio Cesarano, accusato del reato di scambio elettorale politico mafioso. Nella stessa inchiesta, ma nell’agosto del 2017, era stato arrestato l’ex consigliere Carlo Bianco. In prospettive delle amministrative del giugno 2017, il politico aveva stretto un accordo con Antonio Pignataro, storico affiliato alla nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e transitato nel cartello criminale "Nuova Famiglia": in cambio di 100 voti a sostegno del sindaco uscente Manlio Torquato (estraneo all'indagine) candidato di Pd, Psi, Udc e liste civiche e poi rieletto, Pignataro aveva strappato la promessa di una modifica alla destinazione urbanistica di un fondo nelle vicinanze delle proprietà della Diocesi di Nocera Inferiore, sul quale doveva essere realizzato un edificio da destinare a mensa Caritas.

200 DENUNCE IN DUE ANNI. Le varie modifiche al 413 ter hanno dato un'accelerazione alle inchieste. Soltanto nel biennio 2015-2016 – anni nei quali non si sono tenute né elezioni politiche nazionali né le Europee – sarebbero state presentate circa 200 denunce. Ma non sempre le indagini delle procure sono state confermate dai giudici durante i tre gradi di giudizio. Ha fatto da spartiacque la sentenza della Corte di Cassazione che nel 2013 ha visto assolto l'ex deputato Udc Antonello Antinoro dall'accusa di voto di scambio politico-mafioso. Una pronuncia che rafforzò le richieste di modifica alla norma, arrivate soltanto un anno dopo. I pubblici ministeri (pm) avevano chiesto sei anni di reclusione, ma i giudici hanno respinto la richiesta perché non hanno ritenuto sussistente l'esistenza il reato. Alle base delle accuse contro il politico gli incontri, in prospettiva delle Regionali del 2008, con alcune persone all’epoca incensurate ma sospettate di essere legate ai clan. Durante quei vertici Antinoro avrebbe promesso e poi pagato una somma compresa tra i 3 e i 5mila euro per un pacchetto di voti. Secondo il collegio giudicante, i Pm non erano però riusciti a dimostrare che Antinoro avesse consapevolezza che le persone incontrate fossero mafiose. Da qui la trasformazione del reato in una meno grave accusa di voto di scambio, poi prescritto. Per la cronaca, il politico si era giustificato che quella cifra fu erogata per pagare degli attacchini.

Tra il 2015 e il 2016, anni non elettorali, le denunce sono state 200. Ma le indagini delle procure non sempre sono state confermate nei tre gradi di giudizio

L'anno scorso la Direzione distrettuale antimafia di Trieste ha aperto un fascicolo dopo aver scoperto che tra il 2011 e il 2012 c'era stata un boom di strani trasferimenti dalla Campania a Lignano Sabbiadoro, in Veneto, in prospettiva delle elezioni Amministrative. Nel mirino era finito l'ex vicesindaco di Forza Italia e recordman di preferenze, Giovanni Iermano, che ha sempre respinto gli addebiti.

LE DIFFICOLTÀ PER LA DDA. La riforma del 416 ter del 2014 ha però finito per mettere i bastoni tra le ruote alla Dda di Bologna, che nell'inchiesta Aemilius ha scoperchiato le infiltrazioni della 'ndrangheta in Emilia Romagna. I pm avevano chiesto sei anni per il politico parmigiano Giovanni Paolo Bernini in «voto di scambio politico mafioso» (416 ter) per le Amministrative del 2007, accusandolo di aver pagato uomini delle cosche per procacciarsi voti. Ma prima il giudice per le indagini preliminiari (gip) e poi il tribunale del Riesame hanno rigettato la domanda di arresto e l'individuazione del reato: secondo loro non sarebbe emerso nel rapporto tra il politico e gli esponenti mafiosi «che la promessa di procurare voti è stata effettuata con l'impiego delle modalità intimidatorie». Restava in piedi il voto di scambio, andato in prescrizione perché i fatti risalivano al 2007.

IL RIGETTO DEL 416 TER. Lo scorso ottobre la Cassazione ha finito per "riabilitare" definitivamente l'ex consigliere regionale campano e sindaco di Pagani (nel Salernitano), Alberico Gambino, condannato nei gradi precedenti a due anni e otto mesi per l'accusa di concussione relativa al tentativo di assumere un pregiudicato, segnalato da un imprenditore in odore di camorra. La procura di di Nocera Inferiore, che con l'inchiesta Linea d'ombra ha provato anche dimostrare i rapporti tra l'ex primo cittadino e il clan Fezza-D'Auria e i condizionamenti in diverse elezioni amministrative contestato, si è vista respingere la richiesta di un nuovo processo in appello per voto di scambio politico mafioso, per la quale l'imputato era stato già assolto. Ma nel corso del processo i giudici avevano sempre rigettato l'ipotesi del 416 ter sia perché l'accusatore principale, l'imprenditore Amerigo Panico, era risultato non credibile, sia perché l'assunzione del pregiudicato presso lo stesso imprenditore non era mai avvenuto.

*Per una nostra imprecisione, abbiamo scritto che il dottor Fabrizio Bertot è stato condannato in primo e secondo grado per il reato di voto di scambio politico mafioso. La notizia è errata. Ce ne scusiamo con l'interessato e con i lettori

Riparte il futuro è un'organizzazione indipendente e apartitica che lotta contro la corruzione promuovendo la trasparenza e la certezza del diritto. Per le elezioni politiche 2018, Riparte il futuro lancia una petizione chiedendo ai candidati di tutte le forze politiche di rendersi trasparenti sul proprio portale fornendo cv, status giudiziario, conflitti di interessi, reddito e patrimonio dei candidati, e di rendere la trasparenza delle candidature un obbligo di legge. La trasparenza è fondamentale per poter votare in maniera consapevole e per consolidare il patto di fiducia con gli elettori.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *