«Come i fratelli tunisini»

Gea Scancarello
25/01/2011

Un'attivista racconta «il giorno che ha cambiato l'Egitto».

«Come i fratelli tunisini»

Doveva essere una manifestazione per ricordare Khaled Said, il 28enne picchiato a morte dalla polizia nel giugno scorso. È diventato «il giorno che ha cambiato l’Egitto», come la gente del Cairo ripete da ore, tra l’incredulo e l’esaltato.
«Lavoravamo da mesi a questa protesta», ha raccontato a Lettera43.it Zenobia, nome in codice di una blogger, 26 anni e un lavoro di alto profilo in un’azienda multinazionale. «Il 25 gennaio qui si celebrano le forze armate. Volevamo utilizzare il giorno della loro festa per scendere in strada contro le torture e i soprusi della polizia. Ma la rivoluzione dei fratelli tunisini ci ha dato il coraggio per alzare il tiro e renderla una protesta politica».
Zanobia è da poco rientrata in casa, dopo una giornata trascorsa tra i manifestanti (leggi la cronaca della giornata di protesta in Egitto). Ha provato ad avvicinarsi a Tahir square, il centro della capitale, da ore assediato dalle forze dell’ordine e isolato dal resto del mondo dove cellulari e connessioni internet non funzionano.
Appena fuori dall’area, lei però ha preso a raccontare tutto su internet, per alimentare la fiamma della speranza. Quella che, dopo la rivoluzione dei gelsomini, ha iniziato anche a scaldare i cuori degli egiziani induriti da 30 anni di dittatura di Hosni Mubarak.

Domanda. Ci racconti come è nata la protesta. È stata guidata dai partiti politici di opposizione?
Risposta.  No, è stato un movimento spontaneo. La gente, sfinita dalla situazione, ha deciso di fare qualcosa per sé. Esistono dei gruppi di opposizione, ma non hanno natura politica. Sono movimenti sociali nati negli ultimi anni che sono cresciuti attraverso internet di recente. Per esempio quello che si rifà a Khaled Said.
D. Chi ha sfilato per le strade?
R. Uomini e donne di ogni età, anche se con una netta prevalenza di giovani. Ma c’erano anche persone note, editori e giornalisti, scrittori e persino l’attore Amr Waked, una celebrità in Egitto. I Fratelli Musulmani si sono schierati a fianco dei manifestanti, pur senza manipolare la protesta. E gli uomini di Ayman Nour, l’ex parlamentare imprigionato da Mubarak e liberato nel 2009, dopo quattro anni di detenzione. Vi assicuro che qui non c’era mai stata una manifestazione simile, così grande e travolgente. Non sappiamo cosa succederà in futuro, ma tutto è possibile.
D. Quali sono le vostre richieste?
R. Ci son rivendicazioni politiche ed economiche. Prima di tutto vogliamo che sia cambiata la Costituzione, che oggi è tagliata sulle esigenze di Mubarak: i mandati presidenziali devono essere limitati a due. Poi, chiediamo l’azzeramento del Parlamento: coloro che stanno seduti al suo interno non si meritano quel posto. Sono tutti truffatori, ladri e delinquenti. Poi, chiediamo che sia alzato il salario minimo a 1.200 sterline egiziane (oggi è a 30, ndr): la povertà e lo sfruttamento sono insostenibili.
D. Volete una rivoluzione, insomma. Un azzeramento simile a quello tunisino.
R. Prima che Ben Alì scappasse da Tunisi non avremmo sognato di dirlo. Ma vedere il successo di quella rivolta ci dà la forza per sperare. Sono accadute cose che nessuno si sarebbe mai immaginato, e in pochissimo tempo.
D. I tunisini però ora si sentono traditi e non hanno smesso di protestare.
R. Certo, perché le situazioni non si trasformano dall’oggi al domani. Ma sono ingranaggi di giustizia sociale che una volta messi in moto sono irrefrenabili.
D. In Italia sono giunte voci di una fuga del figlio di Mubarak. Può confermarci qualcosa?
R. Anche qui le notizie si rincorrono: sappiamo di certo che c’è un gran movimento intorno all’aeroporto. Come dicevo prima, però, il Cairo è accerchiata, le arterie principali interrotte dalla polizia, non si può andare da una parte all’altra della città liberamente e quindi è difficile verificare. Penso che Mubarak non se ne andrà mai prima di avere scatenato una grossa e pericolosa battaglia.
D. Come si organizzerà la protesta nei prossimi giorni?
R. Un gruppo di persone in questo momento è ancora seduta in Tahir square e i negozianti stanno offrendo loro rifugio e pasti caldi. Sono circondati dalla polizia: se riusciranno a passare la notte sul posto, credo che da domani il livello dello scontro si farà più ancora più alto.
D. La battaglia si è estesa anche fuori dal Cairo. A Suez c’è stato un morto.
R. Il ruolo delle altre città è stato cruciale: ci hanno aiutato moltissimo a organizzare e sostenere la protesta. È importante che la gente sappia che lontano dalla capitale il malcontento è ancora più alto: nell’agricoltura il lavoro è affidato sempre più a immigrati asiatici. I proprietari delle fattorie e dei campi li “importano” clandestinamente, li tengono in condizione di miseria e lasciano allo stesso tempo gli egiziani senza lavoro.
D. Lei non ha paura di raccontarci queste cose? Non teme ritorsioni?
R. Io non sto violando la Costituzione. Formalmente in Egitto c’è ancora il diritto di esprimere il proprio pensiero. Finalmente ce lo stiamo ricordando: oggi per strada era pieno di gente che non ho mai visto a nessuna manifestazione precedente. Le cose stanno veramente cambiando.