Un anno fa la tragedia del Ponte Morandi: un bilancio

Il 14 agosto 2018 crollava il viadotto causando 43 vittime. Tra ritardi, inchieste, polemiche politiche ecco cosa è successo finora.

14 Agosto 2019 08.00
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«L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, di incontro, in cui le persone si ritrovano, possono vivere, giocare e mangiare». Era il 23 settembre 2018. Un mese e 9 giorni dopo il drammatico crollo del viadotto autostradale genovese che collegava la Liguria da Levante a Ponente. E il ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli scivolava in quella che, tra le tante, sarebbe divenuta la sua gaffe più nota e amara

Perché il capoluogo ligure non ha mai chiesto e voluto un ponte sul quale andare a giocare ma semplicemente un viadotto che permettesse di tornare alla normalità. Un anno dopo non resta in piedi nemmeno più quel governo giallo-verde che pure si era impegnato nella ricostruzione. Quindi, a che punto siamo?

Macerie della pila 10 del ponte Morandi.

LA TRAGEDIA DEL 14 AGOSTO 2018

Il ponte Morandi è crollato alle 11 e 36 del 14 agosto 2018. Pesantissimo il bilancio: 43 vittime. A cedere è stata la pila di sostegno numero 9. Nel vocabolario degli italiani è entrato prepotentemente il termine tecnico “strallo“. Gli stralli del viadotto, cioè i tiranti che distribuiscono il peso della struttura, sono finiti subito sul banco degli imputati: uno potrebbe aver ceduto.

Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Genova.

LA PRIMA RISPOSTA DEL GOVERNO: GAFFE E PASSERELLE

Genova era sotto choc. Il Paese era sotto choc. Ma anche il governo, che assieme al parlamento aveva lasciato Roma per le ferie estive, faticava a reagire. L’esecutivo si rese conto della necessità di riunirsi. «Basta, non mi stressate la vita. Io pure ho diritto a farmi magari un paio di giorni, che già mi è saltato Ferragosto, Santo Stefano, San Rocco e Santo Cristo. Mi chiamate come i pazzi, cioè, datevi una calmata, cioè», si sfogò con i giornalisti in un vocale Whatsapp il portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Rocco Casalino (qui l’audio pubblicato da Il Giornale). «Sento di dover chiedere scusa per l’effetto prodotto da un mio audio privato finito sui giornali», si scusò poi il portavoce. «Nelle mie parole non c’è mai stata la volontà di offendere le vittime di Genova. Offende, invece, l’uso strumentale che alcuni giornali stanno facendo di questa». Il vicepremier leghista Matteo Salvini volò in Liguria per visitare, in compagnia del presidente della Regione Giovanni Toti, con cui da tempo aveva siglato un sodalizio politico, le macerie del viadotto.

LA BATTAGLIA TRA DI MAIO E I BENETTON

L’altro vicepremier, il grillino Luigi Di Maio, a poche ore dal crollo, intraprese la sua personalissima battaglia (Salvini se ne tirerà fuori) contro la “lobby” dei Benetton. E la buttò in politica, colpendo l’avversario di sempre, Matteo Renzi e il Pd. «Nello Sblocca Italia nel 2015», dichiarò il ministro dello Sviluppo economico, «fu inserita una norma nella notte, una leggina, che prorogava le concessioni ad Autostrade per l’Italia. Scadute le concessioni sono state fatte delle regole per prorogarle. E perché? Perché in passato legalmente si finanziavano le campagne elettorali a destra e a manca». Quindi promise: «Dato che a me la campagna elettorale non l’ha pagata Benetton, io e il governo abbiamo la libertà di poter recedere da questi contratti».

Il ministro del Lavoro dello Sviluppo economico e vicepremier Luigi Di Maio.

Fu l’inizio di una lunghissima battaglia che, oltre a durare tutt’ora (in uno dei suoi ultimi video sulla crisi di governo, Di Maio è tornato ad attaccare: «la Lega ha staccato la spina perché stavamo arrivando al taglio delle concessioni dei Benetton sulle autostrade»), potrebbe anche avere strascichi giudiziari. Infatti, i Benetton sostengono che i continui attacchi del vicepremier abbiano influenzato l’andamento del titolo in Borsa, bruciando capitali e concorrendo a mettere a rischio le migliaia di impiegati del Gruppo. In più, la rescissione unilaterale dello Stato invocata dal capo politico dei 5 Stelle potrebbe costringere il Paese al pagamento delle penali.

ATLANTIA «DECOTTA» MA UTILE PER SALVARE ALITALIA

«Atlantia è decotta, non può essere coinvolta nel salvataggio di Alitalia», l’ultima bordata di Di Maio al Gruppo Benetton è arrivata alla fine dello scorso giugno. Un attacco che, oltre a causare la minaccia di querela da parte della società («I Benetton sono stati più veloci oggi a rispondere al sottoscritto, minacciando azioni legali, che a chiedere scusa ai familiari delle vittime», ha replicato il ministro) ha causato l’irritazione dell’allora compagno di governo Salvini («Chi ha dei morti sulla coscienza pagherà, io non faccio il giudice, ma prima di dire che una azienda è “decotta” bisogna pensare che ci sono in ballo migliaia di posti di lavoro»).

Il rendering del progetto di Renzo Piano (dal sito PerGenova.it).

I RITARDI DELL’ESECUTIVO

I Benetton, su cui si è concentrato il fuoco dei 5 stelle, potrebbero non essere i soli ad avere responsabilità. Non sono mancate, infatti, anche le lamentele sull’operato del governo che non avrebbe agito con la dovuta tempestività, rendendo impossibile mantenere le promesse su una celere ricostruzione. Basti pensare che il decreto con gli stanziamenti è stato varato dal Cdm solo il 13 settembre, a un mese dal disastro ma, a causa di una misteriosa sparizione che ne ha rallentato l’arrivo in Quirinale, è stato licenziato dal parlamento ben tre mesi dopo, il 15 novembre 2018, mentre il commissario alla Ricostruzione – il sindaco di Genova Marco Bucci – è stato nominato il 4 ottobre, ovvero a 51 giorni dal crollo.

IL PROGETTO DI RENZO PIANO

Il progetto del nuovo viadotto è stato presentato dall’archistar Renzo Piano. Si tratta di una struttura in acciaio lunga 1.067 metri e a 19 campate. La sua realizzazione è affidata alla società PerGenova costituita da Salini Impregilo e Fincantieri. Il progetto esecutivo è stato approvato il 7 aprile 2019 mentre una settimana dopo, il 15, sono cominciati i lavori. Sarà un ponte, spiegava Piano, «semplice e parsimonioso, ma non banale. Sembrerà una nave ormeggiata nella valle; un ponte in acciaio chiaro e luminoso. Di giorno rifletterà la luce del sole ed assorbirà energia solare e di notte la restituirà. Sarà un ponte sobrio, nel rispetto del carattere dei genovesi» (a questo link il cantiere in diretta).

La demolizione controllata del Morandi.

LA DEMOLIZIONE DEL VIADOTTO E LA TASK FORCE MAI NATA

I lavori di demolizione sono iniziati il 20 dicembre, 128 giorni dopo, mentre si sono dovuti aspettare 244 giorni (il 15 aprile 2019) per l’apertura dei cantieri per la ricostruzione. La demolizione dei monconi si è invece conclusa a due giorni dal primo anniversario (era cominciata con la demolizione controllata in diretta il 28 giugno alla presenza di ministri e autorità). Tutto secondo i piani? Non proprio se l’Osservatore Romano, il 12 agosto, ha evidenziato: «A un mese dal crollo il ministro dei Trasporti annunciava la nascita di una task force, mai vista fino a oggi, per monitorare lo stato di salute delle infrastrutture nazionali». Che fine ha fatto? Intanto, è notizia di pochi giorni fa, chi ha dovuto abbandonare la propria casa a causa del crollo ha ricevuto un indennizzo di 2.025,50 euro per ogni metro quadro dell’abitazione, secondo i dati in possesso di Mutui.it e Facile.it. Ad essere indennizzate sono state 260 famiglie; 200 proprietarie residenti e 60 in affitto (con i relativi 60 proprietari non residenti).

TUTTI GLI INCIAMPI DELL’ESECUTIVO

Oltre ai ritardi e alle inadempienze, il governo ha inanellato una serie di episodi e dichiarazioni imbarazzanti. A iniziare da una sguaiata lite tra Palazzo Chigi e i tecnici del Mef proprio sul decreto Genova che sarebbe arrivato alla ragioneria dello Stato con delle “X” al posto delle coperture finanziarie. «Non contestatelo: è scritto con il cuore», provò a giustificarsi Toninelli. «Speriamo anche col cervello», replicò Toti. E sul decreto Toninelli scivolò anche il 15 novembre, quando fu finalmente licenziato dal Senato: il gesto di vittoria del ministro, un pugno verso il cielo e un sorriso a 32 denti, scatenò le opposizioni che lo trovarono irrispettoso verso le vittime dell’incidente. Già un altro sorriso lo aveva messo nei guai: era il 13 settembre 2018 e il ministro, ospite di Porta a Porta, posava fiero accanto al plastico dell’infrastruttura. E, ancora prima, il 21 agosto, eccolo sempre sorridente, questa volta su Instagram assieme alla moglie: «Qualche giorno di mare con la famiglia con l’occhio sempre vigile su ciò che accade in Italia». Il ponte era crollato da appena sei giorni. A chi lo prese in giro sul ponte-ristorante, Toninelli replicò: «Si tratta di gente che non capisce come una grande opera possa riqualificare, ridisegnare, ripensare la vocazione di un’intera area. Solo chi è rimasto fermo a 50 anni fa non lo capisce».

Il progetto del nuovo viadotto realizzato da Renzo Piano a Genova (dal sito PerGenova.it).

COME PROCEDE L’INCHIESTA DELLA PROCURA

Si spera proceda più rapida e con meno inciampi l’inchiesta della magistratura. Lo richiedono le 43 vittime, le decine di feriti e anche i 533 sfollati. Ma lo richiede soprattutto l’immagine del Paese e la fiducia nei confronti delle istituzioni. Al momento la procura di Genova indaga nei confronti di 71 persone, che vanno dai vertici di Autostrade per l’Italia, di Spea, al provveditorato alle opere pubbliche fino ad arrivare a funzionari del Mit. Indagate anche due società, Aspi e Spea. Dovranno rispondere a vario titolo di crollo colposo, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso, omicidio colposo e omicidio stradale colposo plurimo. Proprio in questi giorni sono in corso due incidenti probatori. Il primo servirà a valutare le condizioni del viadotto prima del crollo, il secondo a identificare le cause del crollo stesso.

Il ponte Morandi poco dopo il crollo.

Nella relazione tecnica di 75 pagine dei tre periti nominati dal Gip Angela Nutini depositata a inizio agosto si parla di «difetti esecutivi» rispetto al progetto e di un avanzato stato di degrado e corrosione di diverse parti dovuti alla «mancanza di interventi di manutenzione significativi» senza che vi siano stati adeguati atti di restauro: «Gli unici ritenuti efficaci risalgono a 25 anni fa». La prova “regina” su cui i pm faranno vertere la loro accusa, il reperto 132 (sede dell’ancoraggio degli stralli alla sommità della pila 9), mostrerebbe «uno stato corrosivo generalizzato di lungo periodo, dovuto alla presenza di umidità di acqua e di elementi aggressivi come solfuri e cloruri».

Un momento della demolizione controllata del ponte Morandi.

LA REPLICA DI AUTOSTRADE E LO STUDIO DELLA NASA

E se Autostrade per l’Italia si è difesa sostenendo che «la presenza di trefoli corrosi tra il 50% e il 100% era ridotta e non può in alcun modo aver avuto effetti sulla tenuta complessiva» e che «i difetti riscontrati sul reperto 132 erano fortemente localizzati e derivavano prevalentemente da difetti di costruzione dell’infrastruttura realizzata negli anni 60 per conto dell’Anas e non erano tali da compromettere in alcun modo la capacità portante», prove inattese sono arrivate persino dalla Nasa che ha puntato i suoi satelliti verso Genova. Secondo uno studio del Jet propulsion laboratory di Pasadena che ha comparato immagini ad alta risoluzione frutto di una tecnologia in grado di visualizzare spostamenti millimetrici, il viadotto genovese avrebbe iniziato a muoversi già 2015. Un movimento che si sarebbe accentuato in prossimità del crollo.

I numeri del nuovo progetto del Morandi.

I DANNI PER L’ECONOMIA DELLA CITTÀ

A fine febbraio l’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro ha presentato a Genova i risultati del report Gli effetti del crollo del Ponte Morandi su economia, occupazione e integrazione sociale. In sei mesi quel disastro ha avuto ripercussioni sulle imprese per 422 milioni di euro. Particolarmente colpito il settore del commercio con 121 milioni di danni (28,7%), seguito dall’industria (118 milioni) e dai trasporti (95 milioni). Gli effetti del crollo si sono riverberati ben oltre l’epicentro del Polcevera. Nella zona rossa/arancione della città si è concentrato il 37,6% dei danni economici (158 milioni) mentre nel restante territorio comunale il 41% (173 milioni), ai quali si sono aggiunti gli 11,7 milioni degli altri Comuni della provincia e 79 milioni del resto di Italia. «Il crollo del Ponte», si legge, «ha comportato una brusca contrazione della domanda di lavoro pari al 22,5% (-10.066 attivazioni)». Questo accadeva sei mesi fa. Ed è il vero motivo per il quale, tra gaffe, inciampi, slittamenti, crociate politiche contro le lobby e inchieste sia necessario restituire a Genova il suo ponte il prima possibile.

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