Il ruolo distorto della commissione Vigilanza Rai, ridotta a sfogatoio di lamentele dei partiti

Marco Zini
22/12/2023

Nata nel 1975 per limitare il controllo di governo e Tesoro sulla tivù pubblica, è diventata l'organo di pressione delle forze politiche. Che con la scusa del “rispetto del pluralismo” sgomitano per avere visibilità. L'audizione di Ranucci, il teatrino di Gasparri, le polemiche su Orsini, il caso Corsini, le proteste di Boschi: così le sedute sembrano liti condominiali.

Il ruolo distorto della commissione Vigilanza Rai, ridotta a sfogatoio di lamentele dei partiti

A cosa serve la commissione di Vigilanza Rai? La domanda non è peregrina perché, seguendo le sedute e audizioni, appare evidente come nel corso degli anni l’organismo bicamerale sia diventato sempre più uno strumento di pressione politica del parlamento, ma soprattutto dei partiti, sulla tivù pubblica. Istituita nel 1975 con l’intento di limitare il controllo della Rai da parte del governo e del ministero dell’Economia aumentando il ruolo del parlamento, la Vigilanza «formula gli indirizzi generali, controlla il rispetto degli indirizzi e adotta tempestivamente le deliberazioni necessarie per la loro osservanza». Insomma, indirizzo e controllo.

Dopo la riforma Renzi non ha più potere sull’elezione del cda Rai

Dopo la riforma Renzi, la Vigilanza non ha più potere sull’elezione dei membri del consiglio di amministrazione Rai (quattro dei quali vengono indicati direttamente da Camera e Senato), ma lo ha sulla nomina del presidente, il cui nome deve avere il via libera della commissione con la maggioranza di due terzi. Nell’agosto 2018 si ricorda la bocciatura in prima istanza di Marcello Foa, che poi riuscì con un escamotage a farsi rivotare una seconda volta con successo.

Il ruolo distorto della commissione Vigilanza Rai, ridotta a sfogatoio di lamentele dei partiti
L’ingresso della commissione Vigilanza Rai (Imagoeconomica).

Nel mirino palinsesti, trasmissioni, scalette e persino ospiti

Formata da 42 componenti (21 deputati e 21 senatori), la Vigilanza è lo strumento perfetto che ha la politica per condizionare la Rai. Nelle sedute, infatti, se nella Prima Repubblica si restava molto più sui temi generali, ora i parlamentari entrano molto nello specifico, questionando di palinsesti, ma anche di singoli programmi, scalette ed episodi avvenuti durante le trasmissioni. Per lamentarsene o muovere accuse verso qualcuno. Così spesso e volentieri la Vigilanza si trasforma nello sfogatoio delle forze politiche su tutto ciò che va in onda in televisione.

Il ruolo distorto della commissione Vigilanza Rai, ridotta a sfogatoio di lamentele dei partiti
Barbara Floridia del M5s, presidente della commissione Vigilanza Rai (Imagoeconomica).

I giornalisti si lamentano con i parlamentari per dinamiche interne

Oppure diventano il veicolo di battaglie e lamentele interne: lo si vede da certi interventi che s’intuisce siano suggeriti dai giornalisti stessi. «Se un giornalista Rai subisce un torto non si lamenta col direttore, ma con i parlamentari della Vigilanza della sua parte politica, che poi se ne faranno carico…», racconta una fonte. Così le sedute diventano l’agone per rivendicazioni, ripicche tra colleghi, ambizioni personali frustrate e invettive contri i “nemici” interni. Perché è stato promosso Tizio e non Caio? Perché Sempronio è stato messo da parte e non viene utilizzato a dovere? Insomma, sembra di stare davanti alla macchinetta aziendale del caffè.

Il ruolo distorto della commissione Vigilanza Rai, ridotta a sfogatoio di lamentele dei partiti
Sit-in per la libertà di informazione in concomitanza con l’audizione di Sigfrido Ranucci in commissione Vigilanza Rai (Imagoeconomica).

Report sotto attacco, l’audizione di Ranucci e lo show di Gasparri

All’epoca di Carlo Fuortes, molto si discusse in Vigilanza sull’opportunità di avere ospiti a pagamento dei talk show d’informazione, in seguito alle polemiche su Alessandro Orsini per le sue invettive filorusse sulla guerra in Ucraina, dato che lo studioso riceveva un cospicuo gettone di presenza nel programma di Bianca Berlinguer. Negli ultimi tempi, invece, la maggioranza di centrodestra si è molto scatenata contro Report, tanto da arrivare a chiedere l’audizione di Sigfrido Ranucci, cosa puntualmente avvenuta, con annesso show con «carota & cognacchino» di Maurizio Gasparri.

Corsini, sotto accusa per le parole da militante dal palco di Atreju

Forse l’unico caso di conduttore chiamato a comparire, dato che solitamente a rispondere al parlamento sono i dirigenti: amministratore delegato, direttore generale, presidente, direttori di rete e testate. Difficilmente si scende al di sotto. Anche se Ranucci, oltre a condurre Report, è pure vicedirettore dell’approfondimento. E infatti in audizione è stato accompagnato dal suo direttore, Paolo Corsini, ora finito anch’egli nell’occhio del ciclone per le sue parole da militante dal palco di Atreju: l’opposizione in Vigilanza ne ha già chiesto la testa.

L’unico tema che interessa è lo spazio del proprio partito in tg e programmi

A colpire, nelle sedute, è constatare come il tema che interessa di più ai parlamentari è lo spazio del proprio partito in tg e programmi. Tutti hanno un personale bilancino per contare minuti e tempo di parola. Subito dopo viene la difesa di dirigenti e giornalisti considerati “amici”, della propria parte politica, e l’attacco verso i “nemici”, della parte avversa. Di solito è l’opposizione che strepita contro il presunto monopolio di parola della maggioranza, ma può accadere anche il contrario.

Boschi protesta per le ospitate di Dalla Chiesa e Matone

Dietro la dicitura “rispetto del pluralismo” si nasconde in realtà l’unica cosa che sta davvero a cuore alle forze politiche: avere più visibilità possibile nei programmi Rai, possibilmente a dispetto degli altri. Nell’ultima seduta, per esempio, Maria Elena Boschi s’è molto lamentata del fatto che a Domenica in siano state ospitate Rita Dalla Chiesa (Forza Italia) e Simonetta Matone (Lega) in veste di opinioniste. «Diteci qual è il criterio affinché una deputata sia considerata opinionista e non esponente politica, così ci adegueremo di conseguenza», il lamento, non immotivato, della Boschi.

Il ruolo distorto della commissione Vigilanza Rai, ridotta a sfogatoio di lamentele dei partiti
Maria Elena Boschi (Imagoeconomica).

Nel Regno Unito nessuno «indirizza e controlla» la Bbc: sarà un caso?

In generale, però, si viaggia su questioni di più basso cabotaggio. Feroce tempo fa fu la polemica tra l’ex parlamentare Andrea Ruggieri e ancora Ranucci, con minacce e scambi di messaggi feroci addirittura esibiti in commissione. Oppure a tenere banco sono le rivendicazioni aziendali, come le polemiche sul taglio delle edizioni notturne dei tg regionali decisa da Fuortes, con la rivolta dell’Usigrai, come se un capo azienda non potesse prendere una decisione del genere. Ogni tanto qualche parlamentare, di solito di centrosinistra, avanza la proposta di abolire la Vigilanza, ma nessuno se lo fila. Nel parlamento britannico non c’è alcuna commissione di vigilanza che «indirizza e controlla» la Bbc. E non sarà un caso.