Vi spiego come da Berlinguer e Moro si è arrivati a Salvini

Considero consolatoria e romantica l’idea che il Partito comunista italiano sia morto con la scomparsa di Enrico e non con la sconfitta della sua strategia, cioè il compromesso storico. In quel momento mutò natura e iniziò il viaggio verso la dissoluzione.

15 Luglio 2019 10.01
Like me!

Le belle interviste di Walter Veltroni a tre grandi vecchi sul momento di crisi storica della democrazia italiana, rappresentato dal rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, aggiungono poco a quel che già sappiamo.

Ci sono anche ingenuità, singolari quando si parla di personaggi intelligentissimi e furbissimi come Rino Formica. Dice l’ex ministro che, se avessero seguito Lanfranco Pace, legato alle Brigate rosse romane, le forze di polizia avrebbero scoperto per tempo la prigione di Moro. Pace, come si sa, ebbe un ruolo nel tentare di spostare l’asse del Psi sul terreno della trattativa con le Br.

Visto che i socialisti sapevano chi era e chi frequentava Pace perché non hanno fornito indicazioni utili per la ricerca di Moro?

La domanda che Veltroni non ha fatto era la più semplice. Visto che i socialisti sapevano chi era e chi frequentava Lanfranco Pace, dato che essi stessi lo frequentavano, perché attraverso di lui non hanno fornito indicazioni utili per la ricerca di Moro che volevano assolutamente salvare mentre Pci e Dc erano attestati sulla linea della fermezza? Gli errori delle forze di sicurezza di quei mesi erano palesi ma perché un partito come il Psi non indicò che attraverso Pace si sarebbe potuti arrivare alla prigione di Moro?

LA STRATEGIA DEL COMPROMESSO STORICO SEGNÒ LA FINE DEL PCI

Ad Aldo Tortorella Walter fa un’intervista a tutto campo in cui compaiono rivelazioni («stavo abbandonando il partito nel ’56») che però meritavano qualche parola in più: perché non lasciò il partito e perché per anni fu una sorta di Suslov italiano?

La lapide dedicata ad Aldo Moro in via Caetani, a Roma (foto Fabrizio Corradetti/LaPresse).

Ho già scritto che considero consolatoria e romantica l’idea che il Partito comunista italiano sia morto con la morte di Enrico Berlinguer e non con la sconfitta della sua strategia, cioè il compromesso storico. Per me è in quel momento che il Pci mutò natura, iniziò il viaggio verso la dissoluzione pronto a diventare altra cosa. Insomma: «Accattataville!». In quegli anni di dissoluzione si è formata la classe dirigente che poi con la Bolognina prese il potere nel partito.

Rognoni dice poco sulle interferenze straniere nel rapimento di Moro sul depistaggio nelle indagini

A Virginio Rognoni Veltroni fa dire che con il suo arrivo al ministero degli Interni vennero fatti fuori i personaggetti legati allo spionaggio americano che Francesco Cossiga aveva convocato. Rognoni non pensava al complotto internazionale contro Moro, teneva i piedi per terra sulla italianità delle Br. Tuttavia Rognoni dice poco di queste interferenze straniere se non nel rapimento, almeno nel depistaggio.

LA SINISTRA DI OGGI SI FA DIRIGERE DALLA DESTRA

Sono osservazioni amichevoli rivolte a una iniziativa di Veltroni assolutamente encomiabile ma con un solo difetto. Walter doveva portare a casa il successo di una tesi, cioè che dopo Berlinguer, che tentò invano di liberarsi dal compromesso storico, la stella del Pci si appannò. Non è andata così e in ogni caso poteva andar diversamente se gli eredi di Moro e di Berlinguer fossero stati all’altezza della situazione con una strategia che superasse il compromesso storico e desse vita a una una alternativa effettiva.

Matteo Salvini con Alan Fabbri, sindaco di Ferrara (foto Stefano Cavicchi/LaPresse).

Invece il Psi di Bettino Craxi scelse la strada dell’anti-comunismo da primo della classe, la Dc si consegnò all’alleato socialista perdendo centralità, il Pci, dapprima con il cosiddetto “nuovo Pci” poi con il Pds, divenne il luogo di raccolta delle idee prese da una sorta di mercato delle pulci della sinistra occidentale. Non a caso pochi anni dopo, fra girotondi e giustizialismo, da Furio Colombo a Marco Travaglio, la sinistra ha lasciato il terreno culturale a moralisti, magistrati, conduttori e cantanti e per la prima volta nella sua storia è la destra che dirige la sinistra. Penso che anche loro sarebbero stati definiti da Giorgio Amendola «rivoluzionari da farmacia».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 1

  1. Non ha mai convinto neanche me la tesi di Veltroni, secondo la quale il PCI finisce con la morte tragica di Berlinguer. La crisi del partito era in atto oramai da tempo, io la riscontravo in particolare, quando andavo a fare il tesseramento, quando si organizzavano varie iniziative politiche sui temi più disparati, compresi quelli che riguardavano il sud del mondo. Ritengo che Berlinguer colse bene la crisi della società italiana e del contesto mondiale, quando lanciò la parola d’ordine: “Austerità come occasione per il cambiamento”. Ma rimase a mio avviso fermo all’intuizione, perché il partito non seppe aprire un dibattito al suo interno e tra la gente, vestire quella illuminazione politica. In definitiva, non riuscì a indicare una possibile strada da percorrere alla complessità sociale dell’Italia. E proprio per questo attirò l’ironia degli avversari: “Ci vuole riportare con le pezze al culo”, ma anche il malumore della sua gente. La “austerità di sinistra” di Berlinguer si inseriva, tuttavia, in un progetto politico più generale, conosciuto come quello del “compromesso storico”. Una scelta strategico politica maturata all’indomani dei drammatici fatti cileni. Berlinguer a mio avviso, si mise a perdere tempo con l’Eurocomunismo, quando invece era tempo di chiudere con quella esperienza politica culturale, che la storia aveva già cacciato nella sua pattumiera. Insomma i Paesi oltre Cortina, altro non erano che una gigantesca macchina poliziesca, tutta tesa a controllare, spiare, i propri cittadini e tenerli nel terrore. A quel tempo feci ben quattro viaggi Cecoslovacchia e varie città dell’Urss, la sensazione di sentirmi osservato era palpabile. Non cera un cittadino per le strade di quelle città, che sorrideva. Così come riuscii a intrattenere rapporti epistolari con cittadini polacchi. Si dovevano pesare tutte le parole, altrimenti sarebbero stati guai per loro, le lettere sarebbero state tutte aperte dal MinCulPop, rosso. Sul significato del ‘compromesso storico ‘ e in particolare della ‘solidarietà nazionale’ ‘ G. Chiaromonte scrisse: “Cercammo di portare al più alto livello di coerenza e concretizzazione la grande svolta avviata, nel 1944, da Togliatti, nel senso di uno sviluppo del PCI da partito di denuncia, di propaganda, di testimonianza, a partito che fa politica, che lotta per avviare a soluzione i problemi delle masse e del paese, a partito di governo. Non potevamo tirarci indietro”. D’altra parte, quella della ‘solidarietà nazionale’ fu ‘un’esperienza drammatica e alla fine perdente’. Essa scontò una serie di limiti non secondari: in primo luogo il gruppo dirigente comunista peccò di verticismo e politicismo, nel senso che ridusse quella che era una strategia di portata ‘storica’ ‘ e che richiedeva un forte e costante protagonismo di massa ‘ a una serie di incontri, contatti, trattative, che finirono per sfiancare il PCI e logorarlo proprio sul piano dei rapporti di massa, anche a causa delle eccessive mediazioni cui il Partito si sottopose. Ci fu ingenuità da parte del PCI nei confronti della DC? Sicuramente si. Occorre ripartire dai valori e dai bisogni dell’umanità, se la sinistra vuole avere un futuro. Su questo Achille Occhetto ha scritto libri assai stimolanti.
    Casaioli Renato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *