Con la Fiat non c’è verso

Antonietta Demurtas
28/01/2011

Landini, il sindacalista che ama la poesia.

È la mattina del 28 gennaio 2011. A Milano il corteo della Fiom (guarda la fotogallery), il sindacato dei metalmeccanici della Cgil che ha indetto lo sciopero generale (leggi l’articolo), arriva da Porta Venezia sino a piazza Duomo. Sotto la madonnina, al ritmo di El pueblo unido jamás será vencido è tutto uno sventolare di bandiere di operai di Bergamo, Milano, Brescia, Sondrio.
I metalmeccanici della Lombardia sono scesi in piazza imbracciando i cartelli con la foto di Sergio Marchionne e Silvio Berlusconi e le scritta ‘Attenti a quei due’, ‘Il lavoro è un bene comune’, ‘Vogliamo il contratto nazionale’. Ci sono i lavoratori stagionali (‘Ho chiesto un lavoro fisso non uno skypass’, scrivono), e gli operai della T&G di Burago, dell’Alfa Romeo di Arese e della Magneti Marelli.
Per poter intervistare Maurizio Landini, il segretario generale della Fiom (leggi l’articolo), bisogna aspettare che il comizio finisca, che i delegati e gli operai delle fabbriche spieghino le loro ragioni e la loro rabbia. Perché Landini è per loro che è arrivato da Bologna: passa davanti alle transenne, sorride e stringe la mano a tutti, poi sale sul palco e per un’ora ascolta gli interventi dei suoi operai metalmeccanici, applaude alle parole di Don Gallo, di Cecilia Strada, presidente di Emergency, di Maria Sciancati, segretario provinciale della Fiom di Milano.
«SIAMO IRRAGIONEVOLI». Poi si toglie il giubbotto che scopre la felpa nera e rossa della Fiom, impugna un foglietto e inizia a parlare alla piazza gremita: «Noi non ci fermeremo, fabbrica per fabbrica difenderemo i diritti e il contratto nazionale», è la sua promessa. Del poeta George Bernard Shaw, «se non lo pronuncia male», dice, cita i versi: «Un uomo ragionevole adatta se stesso al mondo. Un uomo irragionevole insiste nel voler adattare il mondo a se stesso», perché per Landini è giunta l’ora «di essere irragionevoli di fronte al governo che abbiamo, di fronte a Marchionne».
IL GUERRIERO DELLE FABBRICHE. È un Landini agguerrito e deciso quello che parla per oltre 20 minuti. Chiede alla Cgil di proclamare lo sciopero generale. E la piazza lo applaude, lo cerca, dopo il comizio gli operai gli si avvicinano, gli raccontano la crisi delle loro fabbriche e lui sta lì, fermo ad ascoltare tutti. Intanto dietro il palco passa una Mercedes nera e dentro si intravede Cesare Romiti, l’ex amministratore delegato della Fiat che nel 1980 sconfisse il sindacato con la marcia dei 40 mila. Evidentemente era incuriosito dalla piazza.
Sotto la tenda allestita dalla Fiom di Milano c’è una catena di montaggio in miniatura e Landini si cimenta per un attimo con bulloni e viti. Poi ancora saluti e telefonate, baci e strette di mano. Un gruppo di operai della Fiom di Bergamo vorrebbe portarlo a mangiare a Sesto San Giovanni ma lui deve fare l’intervista con Lettera43.it. «Vabbè allora entriamo qui», dicono con sguardo diffidente avvicinandosi a un caffè in Galleria Vittorio Emanuele.

Domanda. Don Gallo ha ricordato dal palco che ci sono ancora i buoni maestri come Karl Marx, Antonio Gramsci, Enrico Berlinguer, Gesù. Quali sono i suoi?
R.
I miei maestri sono Claudio Sabattini, Bruno Trentin, Pierre Carniti. Per me, che vengo dalla fabbrica, che non ho avuto la possibilità di leggere tanto e neppure studiare, e stata l’attività sindacale la vera maestra, che ha stimolato la mia curiosità. È lì che ho imparato che se non sai una cosa devi chiederla, se non la capisci devi informarti, fartela spiegare. Per questo mi piace leggere le analisi del sociologo Luciano Gallino e quelle dell’ex segretario della Cisl Carniti. Dai suoi scritti ho sempre tratto molti spunti di riflessione.
D. Pierre Carniti descrive un sindacato lontano dal mondo della cultura rispetto ai tempi passati. Lei che cosa legge e in quali autori trova ispirazione?
R.
Carniti ha ragione, quello che manca è l’analisi dei processi sociali. In questi ultimi anni sono stati molto utili i consigli del giuslavorista Massimo Rocella, uno capace di sostenere le ragioni del mondo del lavoro in maniera concreta e utile, una persona che ci mancherà molto. Ma anche le teorie del sociologo Guido Baglioni sono, seppur non sempre condivisibili, ottimi spunti per migliorare il nostro operato.
D. Oltre a sociologi ed economisti, nel suo discorso ha citato Shaw.
R. Non sono un uomo di grande cultura, ma la poesia mi piace molto, stimo quegli autori che con poche parole riescono a dire grandi cose, a mandare messaggi importanti. E i poeti in questo sono bravissimi.
D. Va al cinema?
R. Purtroppo poco, il lavoro sindacale mi lascia poco tempo, e preferisco passarlo in famiglia con mia moglie. Tra 20 giorni, però, a Torino faremo una proiezione del film We want sex di Nigel Cole sulle lotte delle operaie della Ford di Dagenham, in Inghileterra. Una pellicola che è piaciuta molto ai nostri lavoratori.
D. E la tivù?
R. La guardo poco, vedo giusto qualche telegiornale, facendo il pendolare sono sempre in giro e poi uno dei miei rammarichi è che non riesco mai a staccare, penso sempre a come risolvere i problemi. Questa è una fase in cui il pensiero e l’azione devono camminare di pari passo, nell’attività sindacale l’elaborazione non è mai scollegata dall’azione.
D. Quindi?
R. Se vuoi fare un buon lavoro devi tenere conto di quello che pensano e provano i lavoratori, ci devi parlare. Il rapporto con le persone è fondamentale, impari tantissimo dagli operai, io sono uno di loro, vengo da quel mondo. La loro intelligenza ti aiuta a crescere, impari valori importanti, è conoscenza, cultura.
D. Il 29 gennaio a Torino presenterà l’iniziativa di Micromega, un seminario pubblico sul tema ‘Democrazia!’. Un nuovo think tank?
R. L’idea che si debba tornare a far parlare delle questioni del lavoro anche il mondo della cultura è fondamentale. Si riapre il confronto, la discussione. Si ricostruisce un rapporto, poi non è detto che tutto ciò che dicono vada bene.
D. Tutto questo per capire che cosa sta succedendo alla società e agli operai?
R. Quello che è successo a Pomigliano, per esempio, ci è sembrato subito chiaro: era una novità assoluta, un cambiamento radicale del modello. Ma l’abbiamo capito attraverso un lavoro di analisi collettivo, non era l’intuizione solo di qualcuno. I problemi che pone anche Marchionne, se guardi la competizione, per esempio, sono veri. Il punto è se le sue risposte sono le uniche possibili o se ce ne sono altre. E noi a quelle dobbiamo pensare.
D. Ecco il ruolo dell’analisi…
R. Appunto. Credo che nella storia della Fiom vi sia stato un periodo, quello del 1996-1997, quando c’era Sabattini segretario, in cui l’analisi di quello che stava succedendo ha anticipato molto quello che viviamo ora. Che la globalizzazione avrebbe portato al superamento dei contratti nazionali era un’intuizione che la Fiom ebbe prima degli altri.
D. La cinghia di trasmissione più che con la politica manca quindi con la cultura?
R. Nel difendere i diritti dobbiamo proporre un altro modello, c’è una crisi non solo sociale ma anche culturale, dei valori. Per questo anche il mondo si interroga e chiede che si riapra una discussione non dando per scontato nulla. Prima c’era un po’ un pensiero unico.
D. Quando?
R. Pensando alla mia generazione, per esempio, c’era un sistema di partiti con un apparato ideologico di lettura del mondo. C’era una contrapposizione di modelli, Stati Uniti-Unione Sovietica e questo aveva portato a dei compromessi, a una specie di equilibrio. Oggi i giovani si trovano dentro a un sistema che non ha vincoli e senza le categorie di lettura che, giuste o sbagliate, avevamo noi, si trova perso.
D. Quali erano le categorie di lettura che ha imparato quando andava a scuola?
R.
Io ho fatto solo il biennio economico all’istituto per geometri di Reggio Emilia e a 15 anni ho iniziato a lavorare perché non c’erano più soldi a casa. Per questo il sindacato è stato la mia scuola, mi ha permesso di studiare, approfondire le cose.
D. Ma allora nel sindacato i modelli culturali erano quelli di Marx ed Engels?
R. Io, però, non li ho mai letti. Ma c’era comunque un mondo culturale che si occupava della condizione di chi lavorava, l’analisi partiva sempre da quelle che erano le condizioni in fabbrica. Il lavoratore che mi chiese di fare il delegato mi disse: «Devi conoscere bene dove lavori perché tu devi saperne più del padrone e che quello che fai qui dentro lo fai per cambiare la fabbrica ma anche per cambiare la società».
D. Oggi invece?
R. Ora questo approccio non c’è più, ma vedo che i giovani hanno riacquistato una capacità critica che era sparita. Forse anche grazie al fatto che oggi c’è una velocità dell’informazione che puoi sì manipolare, ma che mette in contatto le persone.
D. Lei naviga su internet?
R.
No, però mi dicono che c’è e funziona. Preferisco passeggiare all’aria aperta con i miei cani, ho due femmine, un pastore del Brie e un pastore olandese. Faccio grandi camminate, abito in collina a San Polo d’Enza, che confina con Canossa. Mi piace mangiare e leggere le poesie di Pablo Neruda. L’ultima volta che ho avuto un po’ di tempo libero mi sono concesso un regalo: ho comprato il Dvd di Luciano Ligabue in concerto all’Arena di Verona e ho passato due ore ad ascoltarlo.
D. Musica partigiana?
R. Sì, Ligabue è bravo e poi è di Reggio Emilia. A Natale un mio amico mi ha regalato le opere verdiane, che era sempre delle mie parti. E così quando ho un po’ di tempo mi rilasso con la musica di Verdi.
D. Ma se ascolta il Requiem non pensa alla morte del sindacato unitario?
R. La rinascita è la democrazia. Per ricostruire la rappresentanza sindacale bisogna dare più diritti ai lavoratori, farli votare. Se introduci la regola per cui quando ci sono diversità tra i sindacati sono gli operai che votano, è finita la discussione degli accordi separati. Le organizzazioni devono accettare di rinunciare a un pezzo della loro sovranità e darla ai lavoratori.
D. Cambia il ruolo dei sindacati?
R. Certo. Si devono mettere in discussione. La novità è il referendum, che rompe anche con la tradizione sindacale, perché vuol dire che possono votare tutti iscritti e non iscritti. Serve riaprire uno spazio di partecipazione per evitare di diventare un sindacato che gestisce, ma che ancora contratta.
D. Scenderà in politica?
R. Non ci penso neanche lontanamente, faccio il sindacalista della Fiom.