Concerti di Capodanno, il derby Vienna-Venezia e le proposte alternative

Cesare Galla
30/12/2023

Il Musikverein e La Fenice sono riti collettivi che tengono incollati 6 milioni di telespettatori. Segno che davanti al Sul bel Danubio blu o al Nessun dorma non c'è opera o Prima che tenga. Ma non esiste solo la tv (che sarà comunque celebrata nell'evento della Serenissima). Genova punta su Brahms e Haydn e non manca il balletto. Antidoti perfetti al piccolo schermo.

Concerti di Capodanno, il derby Vienna-Venezia e le proposte alternative

I concerti di Capodanno ormai sono come il panettone: protagonisti obbligatori delle Feste. Concerti vicino a casa quasi dappertutto, in sale grandi e piccole, chiese e teatri. Ma soprattutto e specialmente concerti in favore di telecamere, quelli che si spartiscono la ghiotta torta di quasi sei milioni di telespettatori (così nel 2023), schierati compatti sul divano a determinare dati di audience e di share che per il resto dell’anno costituiscono il sogno di tutti i sovrintendenti, e pure il loro incubo. Perché si ha un bel dire che Aida o Don Carlo sono proposte sofisticate e non facili, ma se poi un’ora o poco più dalla Fenice di Venezia, a base di arie e cori d’opera fra i più popolari – con inevitabile Va’ Pensiero e obbligatorio Libiamo nei lieti calici – è seguita da un pubblico più che doppio di quello che si è sintonizzato sull’ultima diretta dal 7 dicembre scaligero (o doppio di quello che ha seguito in giugno l’inaugurazione all’Arena di Verona), è chiaro che qualche riflessione bisogna pur farla. Senza trascurare l’effetto dell’eterna sfilata di valzer, polke e marce che arriva da Vienna, sfida permanente alla monotonia della brillante leggerezza, che forse si vale dell’abbiocco post-prandiale del Primo dell’Anno per raccogliere dati che sarebbero rilevanti anche se fossero in prime time, ma che a quell’ora del pomeriggio appaiono straordinari, per quanto non facilmente spiegabili.

I concerti di Vienna e della Fenice sono ormai un rito collettivo

La riflessione può portare a conclusioni molto diverse, e chi scrive si guarderà bene dal fare considerazioni sulla qualità delle esecuzioni o sul valore delle proposte, magari per concludere che Sul bel Danubio blu di Johann Strauss II o Nessun dorma dalla Turandot di Giacomo Puccini hanno più appeal del teatro musicale o dei grandi concerti sinfonici in onda regolarmente su Rai5, con ascolti nemmeno più comunicati dall’Auditel. Tutto fa pensare, invece, che questa passione musicale a data fissa e il più delle volte unica corrisponda a una ormai consolidata usanza mediatica degli italiani, costruita attraverso un lungo percorso iniziato con il concerto viennese (per decenni unica proposta musicale in tv a Capodanno) e presa al volo al momento giusto – una ventina di anni fa – dal concerto veneziano, che ha soppiantato l’altro nella diretta, lasciandolo alla peraltro quasi indolore differita pomeridiana. Se è così, i programmi musicali di Capodanno – e i loro esecutori, naturalmente – non hanno la minima influenza sulla scelta di sintonizzarsi su Rai1 o Rai2: semplicemente, si partecipa a quello che è diventato ormai un rito collettivo, frequentato da circa 6 milioni di persone.

Concerti di Capodanno, il derby televisivo Vienna-Venezia e le proposte alternative
Il teatro La Fenice a Venezia (Getty Images).

La novità della proposta veneziana? L’omaggio ai 70 anni di tv italiana

Poi, come sempre, la duplice proposta è articolata in modo da consentire anche qualche scelta, per di più in chiave “nazionale”, la parola magica di questi tempi. Da una parte si ha un’oretta di “canto lirico italiano” a base di Verdi e Puccini (con buona pace degli altri), dall’altra un’immersione nei costumi musicali viennesi dell’Ottocento, con il dominio incontrastato dalla dinastia Strauss. Semmai – argomento di riflessione per i massmediologi – una singolare novità è costituita dalla proposta inserita nel programma del concerto veneziano, con il titolo “Omaggio ai 70 anni della televisione italiana”, occhiello “Che spettacolo la Tv”. Sarà offerta, pare di capire, una sorta di esperienza metamusicale, una mise en abyme grazie alla quale alcuni celebri brani classici adottati dalla tv, specie nei suoi primi decenni, ma anche composizioni più pratiche e nate per specifiche trasmissioni, diventano oggetto di una rivisitazione concertistica a sé stante. A sua volta staccata dal contesto da cui questi brani provengono (ancor più di quanto accada per le arie e i cori), per assumere un significato totalmente straniato. Un gioco di specchi fra la musica alta o meno alta e la tv, insomma. Con la mediazione di uno spazio storico della musica dal vivo. E si parla del Finale del Guillaume Tell di Rossini (apertura delle trasmissioni, quando un’apertura esisteva, come esisteva pure la chiusura a notte avanzata) e di sigle assortite: dal Tg1 a Carosello e alle previsioni del tempo di quando c’era Bernacca. Senza trascurare le colonne sonore, da Pinocchio al Giornalino di Giamburrasca (1964, regia di Lina Wertmüller: lì la partitura era di Nino Rota), per finire con la sigla dell’Eurovisione, presa di peso dall’attacco del Te Deum composto a fine Seicento da Marc-Antoine Charpentier. Non previsto l’inno della Champions League (ricavato da Händel), per ovvi motivi: in Rai ormai si ha l’occasione di ascoltarlo solo in casi eccezionali.

 

 

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Il Musikverein punta come sempre sugli Strauss (con risvolto militarista)

Quanto al programma che verrà trasmesso dal Musikverein di Vienna, protagonisti gli eccelsi Wiener Philharmoniker sotto la guida di Christian Thielemann (alla seconda esperienza di Capodanno), la parte del leone la faranno i figli di Johann Strauss I, ovvero, in ordine di importanza e di fama all’epoca, Johann II, Eduard e Josef. A fare da contorno, un amico di famiglia (degli Strauss e dei Wiener, che diresse ai primi del ‘900) come Josef Hellmesberger, un “arcinemico” come Carl Michael Ziehrer (acerrimo concorrente che gli Strauss portarono in tribunale) e il cosiddetto “Strauss del Nord”, il danese Hans Christian Lumbye. Tocco di rarità e nome anomalo nella lunga storia di un appuntamento nato nel 1939, spunta in locandina Anton Bruckner, presente non certo con qualche parte delle sue sterminate Sinfonie, ma con l’adattamento per orchestra di una serie di sei giovanili Quadriglie per pianoforte a quattro mani. A sottolineare il risvolto “militarista” di una parte delle musiche che oggi costituiscono l’ossatura dell’evento classico più conosciuto al mondo, il concerto si aprirà con la Marcia dedicata dal compositore Karl Komzák all’arciduca Alberto Federico d’Asburgo-Teschen, il generale vincitore della battaglia di Custoza nel 1866 (Terza Guerra d’Indipendenza). Una musica poi variamente utilizzata dall’esercito tedesco durante entrambe le guerre mondiali.

Concerti di Capodanno, il derby televisivo Vienna-Venezia e le proposte alternative
Il Musikverein di Vienna (Getty Images).

Menzione d’onore al Carlo Felice di Genova che propone Brahms e Haydn

Ma come si diceva, a Capodanno e dintorni il Belpaese è invaso di musica anche fuori dalle dirette o dalle differite tv. E purtroppo l’esempio dei due grandi eventi ha finito per contagiare organizzatori grandi e piccoli dalle Alpi al Lilibeo, abbattendo quel poco di originalità che restava. Una rapida scorsa alle proposte di inizio anno mostra che dal solco Venezia-Vienna non ci si stacca: i concerti sono innumerevoli, uno per campanile, ma la stragrande maggioranza sono cloni più o meno velleitari, basati su arie d’opera, specialmente italiane, e valzer viennesi. Al massimo, si dà spazio ad altre espressioni del genere brillante, con i rischi di incongruenza negli accostamenti e di banalità che ne derivano. In questo quadro, menzione d’onore per il Carlo Felice di Genova: il programma del concerto nel pomeriggio di San Silvestro è da applausi a prescindere: Brahms e Haydn.

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Il Carlo Felice di Genova (dal sito del teatro).

Spazio anche al balletto dalla Scala al Regio di Torino, dal Maggio Fiorentino all’Opera di Roma

Vale però la pena di segnalare che si irrobustisce la pattuglia di Fondazioni lirico-sinfoniche che hanno deciso di uscire dal seminato e di puntare sul balletto per le settimane tra la fine dell’anno e l’inizio del 2024: dalla Scala al Regio di Torino, dal Maggio Fiorentino all’Opera di Roma, ce n’è un po’ per tutti i gusti, fra grandi classici europei e danza cinese. La palma della proposta più accattivante spetta al Costanzi, non fosse che per coerenza “narrativa” (e fermo restando che la produzione scaligera di Coppelia è di alto livello e quella torinese del Don Chisciotte ha un elemento di interesse in più nella presenza del Balletto di Kyiv). Lo schiaccianoci è una storia tipicamente invernale, festiva, magica e notturna, fra alberi di Natale e fate. A Roma fino all’ultimo dell’anno viene proposta in un nuovo allestimento, con la coreografia di Paul Chalmer per étoiles, primi ballerini e corpo di ballo dell’Opera. E poi, c’è la musica meravigliosa di Cajkovskij. Un antidoto impagabile a quel che passa il convento sul piccolo schermo.