«Confesso, sono invidioso»

Bruno Giurato
05/10/2010

Pupi Avati si svela. Dal lavoro in Findus alla Salò di Pasolini.

«Confesso, sono invidioso»

Una sconfinata giovinezza è il 42esimo film di Pupi Avati, pellicola ad alto tasso di autobiografia come capita sempre più spesso al regista bolognese, che utilizza i ricordi di un’infanzia piuttosto infelice per costruire una poetica tra cattolicesimo magico, nostalgia sensuale e cinismo da bambino cattivo. Invidioso confesso tanto da rivelare:  «non vado mai a vedere i film dei miei colleghi, c’è il rischio che mi piacciano»  e lavoratore indefesso: produce un film ogni dieci mesi: «sono una persona creativa, se è grave mi farò curare».

Domanda: Come fa?
R: Mentre sto editando un lavoro ne scrivo un altro. Mescolare la mia vita con la mia arte fino a non sapere più se sto vivendo o sto girando un film, era quello che volevo fare fin da ragazzo. L’altro giorno stavo discutendo con mia moglie della caldaia da cambiare e pensavo: ma è meglio inquadrarla da destra o da sinistra?
D: Ma proprio tutto quello che si vive serve al lavoro di regista? 
R: Nella mia vita ho fatto tante cose, ma non mi sento in colpa: tutto mi ha arricchito. Vendere pesce surgelato per la Findus, abitare otto mesi a Milano. Nella azienda di surgelati sono entrato nei meccanismi di un’impresa dove tutti sgomitano per far fuori il vicino di scrivania. E infatti, molti anni dopo ho fatto un film che si chiamava Impiegati. Più invecchio più mi rendo conto della bellezza del tornare a un percorso, di tornare ai ricordi. Una sconfinata giovinezza racconta proprio questo eterno ritorno.
D: Anche l’invidia le è servita per realizzare i suoi film?
R: Da ragazzo avevo un forte complesso d’inferiorità che mi ha fatto molto soffrire. Nelle feste, con le ragazze, ero sempre da parte, sempre sfigato. Ecco, mi sono giovato di questo complesso. Essere separato dagli altri ha fatto di me un osservatore fantastico del mondo. Non essendone protagonista, come erano i miei amici più in gamba, guardavo quel che mi circondava, quindi ho fatto una magnifica scuola di specializzazione in osservazione.
D: Di chi è stato invidioso nella sua carriera?
R: Da ragazzo mi sembrava ingiusto suonare a fianco Lucio Dalla. Il confronto impietoso nei riguardi di uno che senza studiare riusciva a suonare ogni sera meglio di me, mentre io andavo sempre peggio è stato frustrante.
D: Quanto ha invidiato Federico Fellini?
R: Moltissimo, soprattutto il suo talento. Devo a Otto e mezzo la scelta del lavoro che faccio. Guardando quel film ho capito come bisognava fare cinema. Tutte le volte che incontravo Federico gli ricordavo fra le righe che la responsabilità del fatto che io avessi scelto questa strada era sua, quindi se avesse potuto darmi una mano… Cosa che si è ben guardato dal fare.
D: Pochi sanno è che lei ha scritto il film Salò e le 120 giornate di Sodoma di Pierpaolo Pasolini, ma il suo nome non compare nei crediti per problemi legali. Come fu il rapporto con Pasolini?
R: Bellissimo e atroce. Era facile lavorare con lui, era una persona molto creativa: ti dava degli imput giusti per farti scrivere sceneggiature con estrema facilità. Mi aveva dato un’edizione dei Fiori del male di Baudelaire (la conservo ancora) in modo che io potessi modellare i dialoghi usando certi versi. Molto facile, ma molto dura per uno come me scrivere un testo così è terribile. Mettere insieme sangue, sesso,  morte: mi sono dovuto violentare, ma ero talmente lusingato di scrivere per lui che me lo sono imposto. Ho avuto la sensazione netta che fosse un film mortuario, c’era questo senso di fine definitiva, di oltre. Poco dopo Pasolini morì.
D: Ha mai visto il film finito?
R: Ho visto solo qualche brandello, ma mi è sembrato così brutto…Credo non solo che sia il più brutto film di Pasolini, ma anche uno dei più brutti  mai fatti. Glielo dice un pasoliniano.