Considerazioni sul Corriere e le sue tempeste

Paolo Madron
30/01/2011

Il Corriere della sera, termometro sensibile dei poteri forti, segna di nuovo febbre persistente.

Considerazioni sul Corriere e le sue tempeste

 

In una lunga intervista a Repubblica, Diego Della Valle
fa affiorare dietro i toni distensivi un paio di micidiali
frecciate che rendono l’idea del clima di subbuglio. Una contro
il direttore, al quale rimprovera il fatto che l’indipendenza
di un giornale non abbisogna di forzature atte a dimostrarla. Il
riferimento, immaginiamo, è ai reiterati articoli di Massimo
Mucchetti molto critici con la Fiat e il suo amministratore
delegato.
E qui l’imprenditore di Tod’s sbaglia, presupponendo da non
editore puro che dietro certe prese di posizione ci sia sempre un
mandante, quando invece (e nel caso del giornalista in questione
non ne dubitiamo) sono frutto di una libera opinione. Ergo, si
può dissentire con Mucchetti ma non dargli del prezzolato.
FRECCIATE A GERONZI E BAZOLI. L’altra
frecciata va ai due banchieri che, nel condominiale assetto della
proprietà del giornale, sono indiscutibilmente i punti di
riferimento: Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi. L’accusa è che
non si può continuare a comandare con i soldi degli altri (tali
sono quelli che le banche impiegano), a scapito di imprenditori
che mettendoceli, invece, di tasca propria contano assai di
meno.
Anche qui, Della Valle parla pro domo sua e di qualcun altro come
il suo amico Giuseppe Rotelli, che pur avendo speso una montagna
di soldi per diventare il secondo azionista della casa editrice,
dopo lunghissima anticamera solo di recente è stato ammesso
nella stanza dei bottoni.

Il tentativo mezzo fallito di De Bortoli

Quel che succede ai piani alti si mescola poi con quel che
avviene in basso, dentro la redazione, dove si discute
ferocemente da mesi su di una riorganizzazione volta a ridurre i
privilegi dei giornalisti e favorire, ovviamente a condizioni ben
più spartane, l’ingresso di nuovi.
Il tentativo di Ferruccio de Bortoli di una sorta di election
day,
dove si mescolavano accordo sindacale e riaffermazione
della autonomia editoriale, non ha sortito l’effetto da lui
sperato. O meglio, lo ha sortito solo in parte: fiducia piena al
direttore come garante della linea e dell’indipendenza del
giornale, ma invito a risedersi al tavolo per riprendere la
trattativa sui temi interni.
LA CONTA DEGLI AZIONISTI. Sulle vicende che
hanno investito via Solferino restano però ancora molte domande
senza risposta. La prima sul perché De Bortoli abbia voluto
questa sorta di conta tra gli azionisti. Sapeva forse che
qualcuno stava per mettere formalmente in discussione il suo
mandato e ha voluto giocare d’anticipo? Sapeva che stavano
cambiando a suo discapito gli equilibri dentro la proprietà e
che la diarchia Bazoli-Geronzi si stava spezzando a tutto
vantaggio del secondo, e quindi della parte filogovernativa che
da sempre gli rimprovera il suo mai nascosto
antiberlusconismo?
I SEGRETI DI DELLA VALLE.La seconda domanda
riguarda invece Della Valle il quale, sedendo da anni nel
consiglio d’amministrazione del gruppo, solo ora ne scopre la
debolezza industriale e finanziaria tanto da ricorrere a una
plateale astensione di fronte all’ultimo piano triennale. Cosa
sa l’imprenditore che non emerge, quale campanello d’allarme
egli paventa possa presto suonare? Oppure il suo malcontento è
propedeutico alla formazione di nuovi assetti una volta caduto il
premier sotto i colpi (di ridicolo e di credibilità) del Bunga
bunga?
Terza domanda, la Fiat. Se non esiste alcuna lettera spedita da
Torino per sollecitare una riunione del consiglio con
all’ordine del giorno la linea editoriale, esiste ed è grande
il malcontento per come il giornale si è espresso sul braccio di
ferro tra il Lingotto e il sindacato.
LE MOSSE DI FIAT. Ma al di là di questo,
francamente si stenta a capire come Torino intenda muoversi con
la Rcs, una partecipazione storica nel suo portafoglio che Gianni
Agnelli considerava intoccabile e lo stesso Marchionne, appena
preso il timone della Fiat, definì come una sorta di dovere
sociale, il contributo a mantenere il più importante giornale
italiano immune dagli appetiti di parte. C’è da chiedersi ora,
a sei anni di distanza da quella sua presa di posizione, se per
il nuovo Marchionne che parla di modernità nelle relazioni
industriali e che sempre più si accredita come l’emblema di un
capitalismo di mercato refrattario a salotti e relazioni, abbia
ancora senso restare in Rcs.

Un cda troppo affollato

Ultima domanda. Se parli con ognuno dei 17 soci del gruppo, non
ce n’è uno che non ti dica che simile pletorica compagine poco
si adatta al governo di un’azienda, specie nei momenti in cui
il settore in cui opera vive una metamorfosi epocale e
occorrerebbero rapidità decisionale e cambi coraggiosi.
Mediobanca, che è il primo della lunga lista, da tempo vorrebbe
un poderoso aumento di capitale per far entrare un socio di
gestione, magari straniero, magari non invischiato nelle beghe
relazionali del nostro capitalismo. Bazoli, a suo tempo, aveva
perorato l’idea di una Fondazione che garantisse l’autonomia
del Corriere dalle invasioni di campo dei suoi stessi
soci. Recentemente, Corrado Passera aveva proposto di togliere la
società dalla Borsa per favorire singoli accordi che ne
valorizzassero le parti, come poteva essere una fusione tra la
Rcs Libri e la Feltrinelli.
SONO I TEMPI DEL FARE. Qualcun altro proponeva
un aumento di capitale tout court che servisse a far
piazza pulita degli azionisti dello 0 virgola e di quelli
impossibilitati a mettere mano al portafoglio. Entrambe le
categorie, per sindrome di potenza, si ritengono infatti padrone
del Corriere della sera e come tali titolate a mettere
becco.
Siccome la singola buona volontà riformatrice si trova inerme di
fronte al fuoco dei veti incrociati, non resta che sperare che la
fine (se fine sarà) del quindicennio berlusconiano favorisca
anche la rivoluzione degli assetti proprietari della più grande
casa editrice italiana. E che al non governo dei 17 si
sostituisca quello di uno o di pochi, che magari potrà non
piacere, ma è il solo a consentire che le aziende si sviluppino
e progrediscano. Insomma, a vivere, visto che questi non sono
più per nessuno, blasonato che sia, tempi in cui ci si può
consentire di sopravvivere.