Perché il veto di Orbán sugli aiuti all’Ucraina fa emergere le debolezze di un’Unione europea in difficoltà

Thomas Brambilla
16/12/2023

Il fallimentare Consiglio Ue di dicembre si è chiuso con il bilancio non approvato a causa dell'Ungheria, che vuole lo sblocco di tutti i fondi congelati per colpa del mancato rispetto dello stato di diritto. A gennaio la situazione non cambierà. E così tornano in discussione il metodo decisionale che prevede l'unanimità dei voti e il mantra dell'allargamento a ogni costo.

Perché il veto di Orbán sugli aiuti all’Ucraina fa emergere le debolezze di un’Unione europea in difficoltà

Tutto rimandato a gennaio 2024. Il fallimentare Consiglio europeo del 14 dicembre, come previsto, si chiude con un nulla di fatto e mette in luce nuovamente le incongruenze di un’Unione che si sta lentamente sfaldando proprio su ciò che sembrava averla compattata, ossia il contrasto all’invasione russa dell’Ucraina iniziata nel febbraio 2022.

Ancora in discussione il metodo decisionale dell’unanimità

Con il veto posto dall’Ungheria di Viktor Orbán sulla definizione del bilancio europeo fino al 2027, i 50 miliardi di euro previsti per il futuro sostegno finanziario a Kyiv, 17 di sovvenzioni e 33 di prestiti, sono rimasti congelati sul tavolo dei 27 leader, rendendo nuovamente di attualità le critiche sul metodo decisionale del Consiglio, cioè quello dell’unanimità, spesso messo in discussione ma mai al punto di arrivare a un suo superamento definitivo.

Orbán vuole lo sblocco di tutti i fondi congelati a Budapest

A nulla sembra essere servita la concessione dello sblocco dei primi 10,2 miliardi di fondi di coesione chiesto e ottenuto da Orbán prima del vertice, avvenuto esattamente un giorno prima del Consiglio con l’obiettivo di creare consenso fra il governo ungherese e gli altri 26 Paesi. La strategia ricattatoria dell’Ungheria, che ha posto un veto per chiedere lo sblocco di tutti i fondi congelati a causa dal mancato rispetto dello stato di diritto evidenziato dalla Commissione europea nei suoi confronti, è finalizzata alla tutela dei propri interessi e, salvo un’efficace intermediazione di Francia e Germania, la posizione di Orbán non dovrebbe cambiare prima del vertice straordinario convocato per gennaio, restituendo un’immagine di un’Europa divisa e a più velocità, che si muove con 27 orientamenti differenti.

Perché il veto di Orbán sugli aiuti all’Ucraina fa emergere le debolezze di un’Unione europea in difficoltà
Il premier ungherese Viktor Orbán parla col presidente francese Emmanuel Macron (Getty).

Chiudere gli occhi sull’Ungheria sarebbe un segno di debolezza

Le pretese ungheresi sono così elevate perché è evidente che non ci sia una partita più importante per l’Ue di quella rappresentata dall’Ucraina, nei confronti della quale è stato anche approvato l’avvio dei negoziati di adesione. Di conseguenza, lo scenario per cui l’Ue si ritrovi costretta a derogare alcuni principi cardine del suo ordinamento pur di portare a casa un risultato concreto è altamente plausibile e si potrebbe manifestare se l’esecutivo comunitario facesse un ulteriore passo in avanti verso il governo ungherese nel prossimo vertice. Una concessione che potrebbe questa volta portare allo sblocco dei 21 miliardi di fondi europei bloccati, chiudendo gli occhi sia sul pilastro dello stato di diritto sia sulle criticità ancora presenti ed espresse nei confronti delle leggi ungheresi su «protezioni dei minori, libertà accademica e diritto di asilo», segnalate nei mesi scorsi dalla Commissione.

Il mantra dell’allargamento a ogni costo mette in difficoltà l’Ue

Il mantra dell’allargamento a ogni costo, perseguito negli anni dai vertici esecutivi europei e che ora sembra continuare imperterrito, rischia di ritorcersi contro e di mettere in seria difficoltà l’Ue anche su una questione esistenziale come quella della Difesa, scatenando tutti quegli osservatori che da anni insistono sulla necessità di una revisione del metodo decisionale accompagnata da una profonda riforma dell’ordinamento. Il rischio che sembra sempre più concretizzarsi è quello dell’inconciliabilità di sensibilità e storie politiche differenti, che portano gli Stati, spesso appartenenti al settore dell’Europa orientale, ad avere priorità contrastanti rispetto ai principi fondativi e alle norme comunitarie. E ponendo così una questione vitale per la coesione e la proiezione europea nel mondo.